Laogai, i campi di concentramento cinesi. Parla il deportato Harry Wu

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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L’INTERVISTA. WASGHINGTON.  Si chiama Harry Wu, 74 anni, cittadino americano. E’ un ex deportato nei campi di concentramento cinesi.

L’INTERVISTA. WASGHINGTON.  Si chiama Harry Wu, 74 anni, cittadino americano. E’ un ex deportato nei campi di concentramento cinesi.

Dietro lo sguardo sornione di Wu si nascondono 19 anni di sofferenze, fatti di entrate ed uscite da una prigione all’altra, di violenze non confessate; e, sempre più a fondo, si legge il ricordo dell’ isolamento in pochi metri quadrati, di quel tempo passato a nutrirsi di insetti tra una bastonata e l’altra.

Una volta fuori, Wu fonda la Laogai Research Foundation, nel 1991: un riscatto, una testimonianza di quelle prigioni che ancora oggi conservano il sangue incrostato di migliaia di vittime.

Si racconta a PrimaDaNoi.it (via Skype) senza freni con un inglese spedito, nessuna sbavatura, non una smorfia che tradisca emozione. Ma basta poco, a rovinare l’atmosfera perfetta. Una domanda, l’accostamento di verbi e parole troppo dolorose.

«Che cosa sono i Laogai?»

L’ espressione di Wu cambia, si lascia andare e ritorna ancora una volta nei panni di ex deportato. L’inferno di Wu, comincia da lì, un Laogai, quelli che lui definisce campi di concentramento, il sistema cinese di lavori forzati. Si stimano più di 1000 prigioni sparse in tutta la Cina. Grandi città come Beijing e Shanghai pullulano di campi. Spesso sono nascosti a prima vista e se le guardi dalla strada ti sembrano aziende. Il Governo le chiama prigioni, in realtà sono industrie della morte. Oggi se subisci una condanna, in Cina, devi scontarla lì dentro. I primi Laogai risalgono al 1949 sul modello dei gulag sovietici (campi di concentramento russi). «Sono posti», racconta Wu, «in cui si fabbricano due generi di cose: i prodotti e gli uomini».

In che senso gli uomini?

Wu aggrotta la fronte, «l’essere umano perde la sua identità; ti plasmano a loro piacimento, ti indottrinano, ti educano al comunismo, ti fanno il lavaggio del cervello (brainwashing) finchè non arrivi a chiederti “chi sono?” . Una specie di ameba, prima o poi i nervi ti cedono».

Una volta sbattuto lì dentro, racconta Wu, «si diventa manodopera a costo zero, carne da macello». «Fabbrichiamo», dice parlando al plurale quasi ritornando a quei tempi, «vestiario, pezzi da ufficio, materiale industriale, luci di Natale, giocattoli, tazze da caffè, bandiere, tè, vino. Tutto quello che trovi in Occidente a basso costo. I prodotti nei Laogai sono un business per la Cina e per l’intero mondo». Wu parla di prigionieri comuni, gente normale che finisce lì solo perchè ha osato pensare.

Proprio così. La prima cosa che ti insegnano è a non pensare, la seconda è a non essere. I prigionieri politici sono i più bistrattati. «Io sono finito in prigione», dice, «perchè “controrivoluzionario” rigettavo il pensiero di Mao. Esprimere le proprie idee è reato capitale. Il governo cinese chiama il pensiero “istigazione eversiva” ( inciting subversion). Oggi la maggior parte dei detenuti sono criminali comuni adulti e giovani, anche molti ragazzini di 14 anni».

LA MATTANZA

Il discorso diventa sempre più fitto e si arricchisce di particolari agghiaccianti. Wu descrive le pene a cui sono sottoposti ogni giorno i prigionieri.

Si parte dalle prigioni. «Cinque o più detenuti dormono in una cella per due», racconta, «ci danno da mangiare due pasti al giorno, colazione e cena a base di riso, spaghetti e scarti di verdure (we usually get two main meals a day, breakfast and dinner, which consist largely of rice or noodles). La carne, se ti va bene, te la danno durante le vacanze. Si lavora per 12 ore al giorno e se ti fermi o non ce la fai vieni colpito dalle guardie. La maggior parte dei prigionieri è malata visto che non sono previste cure mediche, né controlli».

E i carcerieri? Wu abbassa la testa, fissa la scrivania che ha davanti. «Sono gli strumenti della dittatura cinese, lo erano prima, lo sono ora, lo saranno domani. Le cose non cambieranno mai». Si finisce in dettagli sempre più forti. Wu elenca le torture, senza mai interrompersi. Le scandisce una per una con un tono solenne che ricorda tanto una sentenza di morte:

«percosse (beatings); braccia e gambe legate ad una sedia (bound arms and legs, arms lifted behind back, standing on a chair); vomito indotto con tubi ficcati nella bocca o nel naso (forced ingestion by insertion of feeding tubes through mouth or nose), elettroshock (electrocution); percosse con bastone elettrico (beating by electric baton); isolamento che va da giorni ad anni (solitary confinement ranging from days to years); esposizione a caldo o freddo (exposure to extreme heat or cold); lavaggio del cervello e abuso psicologico (brainwashing andpsychological abuse); bruciature per mezzo di sigarette e ferro bollente (burning by cigarettes, soldering iron); unghie di mani e piedi strappate (pulling off fingernails/toenails); mutilazione degli organi genitali (genital mutilation); violenza sessuale; incatenamento che dura mesi o anni (shackling lasting months or years)sterilizzazione e privazione di sonno (sterilization and sleep deprivation)».

UCCISI PER PRENDERE GLI ORGANI. LO DICDE UN CONTRATTO

Si trafficano organi dentro ai Laogai. Lo prevede un contratto che il prigioniero deve firmare prima di entrare, una condanna a morte autografata. In passato i detenuti venivano sparati in testa e uccisi e fino al 1990 alcune esecuzioni erano pubbliche. Molti decidevano di lasciarsi morire di stenti, di freddo pur di non vedere gli occhi del boia prima che premesse il grilletto. Oggi usano iniezioni letali ma non cambia molto. Dopo l’esecuzione gli organi vengono immediatamente raccolti e trasportati in contenitori pronti all’uso, (their organs are immediately harvested and transported in vans that wait nearby).

«Nel 1991» racconta Wu, «andai in Cina per fare delle indagini, fingendo di cercare un organo per un parente malato. I medici di un ospedale a cui mi rivolsi mi dissero che se avessi pagato un giusto prezzo me lo avrebbero procurato. Ma quando chiesi di saperne di più sul donatore mi diedero garanzie che l’organo provenisse da una persona sana».

LE PALLOTTOLE CONFICCATE IN TESTA

«Non parlavo più con me stesso ». Con queste parole Harry Wu rivive la recrudescenza della sua prigionia. «Ho visto tante pallottole conficcate nel cervello del mio vicino. Un’ immagine che mi porto dentro». Racconta della sua prima detenzione nel 1960, di quando lo svegliarono alle 5.30 del mattino e gli fecero mangiare due ciambelle al vapore con acqua. Parla delle settimane passate senza lavarsi, della caccia ai piccoli insetti, alle rane, ai topi pur di sfamarsi. Parla dell’episodio che lo ha più segnato mettendo a dura prova la sua fede. «Diedi da mangiare una ciambella ad un uomo che stava morendo di fame. Appena ingerì quel pezzo cominciò a tremare, contorcersi, forse ebbe un’indigestione, non so. Mi morì tra le braccia».

Poi, alla sua seconda prigionia, negli anni 70 lavorò nelle miniere di carbone, 12 ore al giorno senza sosta reggendo la lanterna tra i denti e le gengive sanguinanti per lo sforzo. In 19 anni nemmeno una visita di un familiare. Avevano troppa paura. «Il pensiero fisso, o meglio quell’aborto di pensiero era uno: come faccio a sopravvivere? Ti attacchi al tuo vicino, senti i crampi della fame, ti rotoli nella terra, non vivi, ti lasci vivere e…morire. Welcome to Laogai (Benvenuto nel Laogai)».

 Marirosa Barbieri 20/12/2011 08:47