RIFIUTOPOLI

Inchiesta sul "Re Mida" dei rifiuti: l’arresto di Venturoni e Di Zio

L'inchiesta più grossa dopo Sanitopoli

Alessandro Biancardi

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LANFRANCO VENTURONI

LANFRANCO VENTURONI

RIFIUTOPOLI. ABRUZZO. Alle 6 del 22 settembre 2010 agenti della Squadra mobile di Pescara bussano alla porta di casa di Lanfranco Venturoni su una collina di Castrogno, località nei pressi di Teramo.

Con sé gli agenti portano una ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari emessa dal gip di Pescara, Guido Campli. Con Venturoni è stato arrestato anche il noto imprenditore Rodolfo Di Zio, proprietario della Deco, azienda del settore rifiuti. Nell'ambito dell'inchiesta sono indagate complessivamente 12 persone con l'accusa di corruzione e associazione a delinquere. 

UNA NUOVA “SANITOPOLI”

Le indagini, partite a novembre del 2008, sono condotte dal pool di magistrati della procura di Pescara, Nicola Trifuoggi, Gennaro Varone, Annarita Mantini.

Tra gli indagati nell'inchiesta compaiono anche i due senatori del Pdl, Paolo Tancredi, e Fabrizio Di Stefano. Coinvolti a vario titolo anche l'ex assessore Daniela Stati, il sindaco di Teramo Maurizio Brucchi, Paolo Bellamio (componente del Collegio Sindacale Team) e Vittorio Cardarella (ex amministratore delegato della Team). A questi si aggiungono l'assessore Venturoni, Valentino Di Zio, Ettore Di Zio, Giovanni Faggiano (ex amministratore delegato Enerambiente e della Slia, socio privato di Team), Sergio Saccomandi (ex presidente Team), Ottavio Panzone. 

Il governatore Giovanni Chiodi, precisano subito dalla Procura, non è invece nella lista degli indagati.

L'inchiesta che ha portato nuovi arresti, gli ennesimi, in Abruzzo ruotano intorno alla costruzione di un inceneritore nel teramano. Secondo la tesi accusatoria, gli indagati, a vario titolo, avrebbero commesso una serie di illeciti per la realizzazione dell'impianto su un territorio di proprietà della Team. Sempre secondo gli inquirenti si sarebbe lavorato per avvantaggiare l'imprenditore dei rifiuti Di Zio al quale sarebbero poi stati affidati lavori tramite un appalto diretto e non una regolare gara pubblica.

La famiglia Di Zio nel corso degli ultimi 15 anni è riuscita a costruire un vero e proprio impero basato sulla gestione dei rifiuti e creando un vero e proprio monopolio. Attraverso una serie di società partecipate pubblico-private i Di Zio sono riusciti ad avere una serie di affidamenti diretti di appalti per centinaia di milioni di euro. La raccolta dei rifiuti è da loro curata nel Teramano, nel Pescarese, nel Lancianese e nel Vastese. L’indagine attuale però certificherebbe che questo monopolio sarebbe stato fondato sulla «corruzione sistematica» anche se gli inquirenti analizzano fatti che partono dal 2007.

INCHIESTA “RE MIDA”: DUE ANNI DI INTERCETTAZIONI

Tutto quello che toccava doveva diventare oro, grazie ad un monopolio costruito nel tempo e mai ostacolato dalla politica. Anzi…

Così la famiglia Di Zio ed il suo esponente principale, Rodolfo Valentino, secondo la magistratura pescarese, brigava per mantenere a tutti i costi il suo strapotere nel campo dello smaltimento dei rifiuti in Abruzzo. E per fare affari d’oro 'comprava' politici, anche per cifre irrisorie. Un imprenditore a cui piace vincere facile sfruttando la facile via della corruzione per abbattere la concorrenza con ripercussioni devastanti per l’interesse pubblico.

Elargizioni di ogni tipo, spesso contributi elettorali “regolarmente registrati” ma frutto di presunti accordi corruttivi per la Procura, tanto che spesso gli stessi amministratori si sono trovati a redigere atti che “casualmente” avvantaggiavano Di Zio. Atti che l'accusa ritiene illegittimi o a loro volta comprati o viziati.

Tutto nel nome degli affari, legati ai rifiuti ed allo smaltimento: in questo caso si trattava di costruire un impianto di bioessiccazione per la produzione di ecoballe che possono servire solo  come combustibile per inceneritori, un investimento da 15 milioni che avrebbe portato ricavi di almeno 100 milioni di euro in poco tempo nelle tasche del privato. Ecco perché la Procura di Pescara ha chiamato questa (che è un'inchiesta molto più vasta e devastante di Sanitopoli), “Mida’s case”, appunto “inchiesta Re Mida”.

Un'indagine diversa dalle altre perché a fronte di soli due arresti –peraltro domiciliari chiesti dagli stessi pubblici ministeri- lo scenario descritto è di asservimento totale della politica agli interessi dell'imprenditore che deve fare affari.

Circa 10 uomini della Squadra mobile (quando la media è di circa 3-4 persone), per circa due anni, hanno ascoltato oltre 50.000 conversazioni telefoniche intercettate principalmente sui telefoni dei Di Zio, Venturoni, Stati scoprendo un mondo fino ad oggi solo ipotizzato.

CON L'ESPOSTO SCATTA L'INCHIESTA

L'inchiesta nasce nel novembre 2008 da una relazione di alcuni membri del collegio sindacale dell'organo di controllo a nomina pubblica e da un esposto di Domenico Di Carlo, presidente del consiglio di amministrazione della Ecoemme, la società mista partecipata anche dal Comune di Montesilvano che si occupa della raccolta differenziata nella zona vestina e nella quale si trova l'immancabile partecipazione privata di un'impresa dei Di Zio. Fondamentali saranno anche i contributi dell’ex citymanager di Montesilvano, Rodolfo Rispoli, che porteranno gli inquirenti a mettere uno dopo l'altro i tasselli di un intricato puzzle che da Montesilvano si allarga a Pescara, fino a rimbalzare a Teramo e Chieti passando per il Fucino e la Marsica, feudi del segretario regionale Pdl, Filippo Piccone (non indagato in questo filone). Una inchiesta ancora una volta diretta in perfetta solitudine dalla procura di Pescara che, come successe già nella Sanitopoli di Del Turco, sconfina nell’intera regione e anche questa volta è facile ipotizzare medesimi problemi di competenza territoriale, spesso l'asso nella manica degli avvocati difensori. Per gli inquirenti, però, gli accordi corruttivi principali si sono perfezionati nel distretto pescarese e a Pescara vi è la sede dell’assessorato alla sanità presieduto da Venturoni, anche lui abituato a sconfinare nel campo assegnato alla sua collega Daniela Stati, l’ambiente.

Secondo gli inquirenti l'obiettivo prefissato della famiglia di imprenditori era quella di creare in Abruzzo, grazie ai favori comprati della politica, una situazione di emergenza nel campo dei rifiuti come quello della Campania, che avrebbe permesso di prendere decisioni veloci e immediate, grazie alla stessa emergenza. In queste condizioni sarebbero aumentati i prezzi e le tariffe di cittadini e Comuni da devolvere ai consorzi e alle ditte che effettuavano il servizio di smaltimento, come detto spesso facenti capo alla stessa famiglia Di Zio. Come pure la raccolta differenziata era percepita dal potente imprenditore come un pericolo e per questo non doveva decollare…

OBIETTIVO FINALE: COSTRUIRE IL TERMOVALORIZZATORE

L'obiettivo finale era quello di costruire un termovalorizzatore ma partendo da un impianto che producesse il cosiddetto cdr, cioè rifiuti compressi (ecoballe) che possono essere utilizzate soltanto come combustibile per inceneritori, impianti altamente dannosi per la salute poiché sprigionano, spesso, un alto inquinamento atmosferico. Ma non è stato questo uno dei problemi principali della classe politica dirigente.

Anzi all'interno del Pdl si sarebbero contrapposti per diversi mesi due blocchi: uno facente capo a Venturoni-Di Zio per la costruzione dell'inceneritore teramano e l'altro a Piccone interessato direttamente alla costruzione di un inceneritore nella Marsica.

L'indagine intanto continua anche se i pm, Nicola Trifuoggi, Gennaro Varone, Annarita Mantini, reputano in gran parte terminato e già definito il quadro delle contestazioni che non sono emerse e che riguardano proprio la parte iniziale dell'inchiesta: il versante pescarese che riguarda la Ecoemme, Montesilvano e la gestione dei rifiuti nella valle del Pescara. Nella ordinanza emergono anche alcuni fatti che toccano molto da vicino sia il consigliere regionale, Lorenzo Sospiri, che il sindaco di Montesilvano, Pasquale Cordoma.

In seguito il sindaco di Montesilvano sarà sentito dai magistrati e spiegherà a verbale perchè abbia rinnovato senza gara l'appalto scaduto alla Ecoemme non senza qualche contraddizione e convincendo poco i pm.

LE STRANE OPERAZIONI SOCIETARIE TRA TEAM E DECO

 In tutta l'inchiesta emerge il ruolo primario di Lanfranco Venturoni ai tempi della Team, quando era presidente del consiglio di amministrazione. Infatti, molti dei reati contestati risalgono al 2007. Nella qualità di pubblico ufficiale Venturoni avrebbe in diversi modi favorito le imprese di Di Zio con il fine di svuotare la Team a favore della Deco spa.

Nella fattispecie Venturoni avrebbe deliberato senza il mandato del consiglio di amministrazione l’acquisto del 60% delle quote della società Tecnologyl srl (società costituita il 12 luglio 2007 da Rodolfo Di Zio e Ferdinando Ettore con capitale interamente conferito dalla Deco, poi trasformata in Team Tecnologie Ambientali il 19 luglio 2007).

Lo scopo, secondo gli inquirenti, sarebbe stato quello di attribuire al soggetto privato un partenariato in società pubblica in favore della quale sarebbe stata di lì a poco disposta l'autorizzazione a costruire e gestire l'impianto di termovalorizzatore di Teramo, originariamente in capo alla Team.

Venturoni è anche accusato di essersi impossessato di € 30.000 del patrimonio della Team (di qui il reato di peculato) versandola alla Deco quale prezzo corrispettivo per l'acquisto di quote. Inoltre, secondo gli inquirenti lo stesso Venturoni si sarebbe appropriato del progetto per la costruzione dell'impianto e lo avrebbe attribuito alla Deco, dietro pagamento forfettario dei costi di realizzazione, pari a circa € 76.000, valore economico di gran lunga inferiore a quello di mercato.

Nel 2008 poi la Team delibera un aumento di capitale ed il socio privato la Deco conferisce il progetto di cui sopra ma per un valore di poco inferiore ai € 300.000. La Team spa, invece, conferisce dei terreni che si trovano in contrada Terrabianca, pagati 1,1 mln nel 2007 e valutati invece € 612.000. Terreni che poi sarebbero stati messi a disposizione del privato o costruzione dell'impianto.

CHIODI : «SOLIDARIETA' A VENTURONI»

A due ore dalla diffusione della notizia dell'arresto dell'attuale assessore alla Sanità è arrivata la prima dichiarazione ufficiale del presidente Chiodi in uno striminzitissimo comunicato ufficiale di appena 20 parole. «Aspetto di conoscere gli atti», dice il governatore, «e le motivazioni degli inquirenti. Pertanto, al momento, posso solo esprimere una fortissima solidarietà a Lanfranco». In poco più di due mesi Venturoni è il secondo assessore della giunta Chiodi che viene colpito da una inchiesta. Daniela Stati, ormai, dopo le sue dimissioni è anche passata al gruppo misto perchè ha sostenuto di non essersi sentita tutelata dai suoi compagni di partito.

Già alle nove del primo giorno però i Socialisti battono il record e chiedono le dimissioni di Chiodi, dimissioni che poi verranno chieste anche nei giorni successivi da diverse forze politiche di opposizione che denunceranno una vera e propria "emergenza morale".

«INGIUSTO PROFITTO FUTURO ALLA DECO DA 1OO MLN DI EURO»

Secondo quanto scrive il gip, Guido Campli, Venturoni, i Di Zio, Faggiano, Saccomandi, Bellamio e Panzone (tutti componenti della Team e della partecipata Deco) avrebbero messo in pratica il «piano criminoso» attraverso l'affidamento diretto alla Deco della realizzazione di gestione dell'impianto termovalorizzatore mascherandolo da “affidamento in House”. In questo caso, tuttavia, la legge non lo prevede in quanto per gli affidamenti di questo genere deve esserci il totale capitale pubblico della società e l’indice di previsione del cosiddetto “controllo analogo”. 

Si sarebbe così procurato alla società dei Di Zio, sostiene la Procura, un ingiusto profitto patrimoniale corrispondente agli utili derivati dal contratto ad oggetto pubblico stimato in almeno 100 milioni di euro a fronte di un investimento di 15 milioni di euro. Venturoni è anche accusato di aver chiesto alla Deco di corrispondere all’ingegnere Marco Polisini (sua persona di fiducia che aveva redatto il progetto del piano industriale dell’impianto) la somma di 15mila euro per mettere a tacere le pretese economiche del progettista che avrebbe dovuto riceverlo dalla Team. Nella sua attività imprenditoriale Di Zio avrebbe avuto rapporti molto stretti anche con funzionari regionali e comunali, spesso intercedendo materialmente per favorire il pubblico ufficiale a lui vicino.

«VENTURONI GARANTE PER DI ZIO» 

L'inchiesta della procura di Pescara che va avanti da circa due anni si basa essenzialmente sulle intercettazioni utilizzate dagli inquirenti per poi avviare i sequestri mirati della documentazione. Secondo l'accusa l'assessore alla Sanità si era fatto garante affinché l'affare potesse andare in porto senza alcuna gara pubblica. Le ultime trattative risalirebbero al luglio del 2009, quando Venturoni era già assessore di Chiodi in tutt'altro campo, e insieme ai Di Zio avrebbe cercato di coinvolgere una ditta di Milano, la Ecodeco spa, che avrebbe dovuto fornire gratuitamente alla Deco dei Di Zio (partecipata Team) la tecnologia necessaria, all'avanguardia, per la costruzione dell'impianto di termovalorizzazione. Gli inquirenti hanno calcolato un risparmio di circa 5 milioni di euro per il privato. In cambio la società milanese avrebbe ricevuto la garanzia di poter partecipare al business ricevendo l'assicurazione di avere direttamente l’appalto tramite una società a cui avrebbero partecipato i Di Zio e la stessa Ecodeco srl. La società individuata era la consortile Abruzzo Energia.

DANIELA STATI RETICENTE DAVANTI AL PM 

E' indagata per favoreggiamento anche l’ex assessore Daniela Stati: lei nei mesi scorsi è stata ascoltata dal pubblico ministero in qualità di persona informata dei fatti ma non avrebbe risposto in maniera esaustiva e, sostiene la Procura, avrebbe coperto l'interessamento del gruppo Di Zio tramite Venturoni ed avrebbe coperto anche il ruolo di alcuni parlamentari come Di Stefano, Tancredi e Piccone (quest'ultimo non risulta indagato). La Stati avrebbe anche omesso di dire al pm che Rodolfo Di Zio gli aveva rivolto direttamente esplicite richieste. Così facendo avrebbe ostacolato e rallentato le indagini. Molte le sue telefonate intercettate per mesi. Moltissime sono quelle giudicate interessanti dagli inquirenti. Tante sono quelle che hanno fatto pensare al fatto che anche Chiodi potesse sapere quello che stava avvenendo, dalle pressioni politiche a quelle imprenditoriali. Salterà fuori anche una email del 2008 nella quale un ex dipendente di una delle società di Di Zio metteva in guardia Chiodi su interessi e speculazioni nel campo dei rifiuti. 

Daniela Stati sarà la prima indagata (per favoreggiamento in questa inchiesta) ad essere ascoltata dai pm il 24 settembre. Nel lungo interrogatorio di oltre due ore e mezzo cercherà di raccontare particolari e ricostruire vicende e fornire una sua interpretazione delle frasi e dei fatti. Uscita dal Pdl ed in rotta con il partito di Berlusconi lancerà dichiarazioni di fuoco. Il procuratore Trifuoggi invece dirà che la Stati ha fornito «elementi interessanti» ai fini delle indagini.  La tesi della Stati è sempre stata che le vere responsabilità sono in capo ad altri mentre lei è stata l’unica a pagare senza peraltro la solidarietà del suo ex partito, il Pdl.  

LE ACCUSE PER IL SENATORE PAOLO TANCREDI ED IL SINDACO DI TERAMO MAURIZIO BRUCCHI

Gli inquirenti descrivono uno «scenario desolante» e «una politica totalmente asservita al privato», amministratori locali, un sindaco e due senatori della Repubblica che si attivano e promettono affidamenti diretti e, dunque, lauti guadagni per gli imprenditori che, a loro volta, si sdebitano pagando di volta in volta presunte mazzette oppure finanziando le campagne elettorali dei candidati del Pdl o assumendo protetti.

Nella inchiesta è indagato anche il sindaco di Teramo, Maurizio Brucchi, e a differenza del collega di Pescara, Albore Mascia (non indagato), sarebbe stato ben consapevole dell'accordo corruttivo in atto. Cioè gli inquirenti sono riusciti a provare che Brucchi sapeva cosa era stato promesso ai Di Zio. Così la procura di Pescara ritiene il finanziamento elettorale di € 20.000 (proveniente da Deco spa e Ecologica Sangro) una mazzetta a tutti gli effetti. Secondo gli inquirenti, che hanno ascoltato migliaia di telefonate, il sindaco di Teramo conosceva gli accordi presi da Venturoni e Tancredi e non si sarebbe opposto alla ricezione del finanziamento.

Come già visto, dal canto suo, Venturoni (ex presidente Team) avrebbe promesso ai Di Zio ampia disponibilità sia come consigliere regionale che come assessore per pilotare l'aggiudicazione diretta dell'appalto del termovalorizzatore di Teramo. Un ruolo fondamentale l'assessore alla Sanità lo avrebbe svolto anche intrattenendo rapporti con la società che opera in Italia e all’estero, Ecodeco srl, avendo promosso almeno due incontri tra Rodolfo Di Zio e l’onorevole Tancredi e spingendo affinché lo stesso Tancredi assumesse su di sé l'impegno all'attribuzione diretta dell'appalto per la costruzione dell'inceneritore.

Inoltre Venturoni e Tancredi, per l’accusa, si sarebbero preoccupati anche di ascoltare più volte il senatore Piccone, «anche lui interessato ad un inceneritore» e non indagato, affinché con la sua posizione non ostacolasse e intralciasse il progetto che doveva favorire i Di Zio. Sarebbe stato, dunque, Venturoni, secondo gli inquirenti, a coinvolgere Tancredi affinché con il suo peso di parlamentare potesse garantire verso la Ecodeco srl l'assegnazione diretta dell'appalto.

E Tancredi avrebbe espresso tutta la sua disponibilità e si sarebbe dato da fare incontrando direttamente gli imprenditori dei rifiuti e si sarebbe mosso effettivamente quale garante verso la società milanese che avrebbe dovuto regalare il know how per la realizzazione del termovalorizzatore.

Anche Tancredi avrebbe fatto diverse pressioni, poi, per poter arrivare alla modifica della legge regionale che prevedeva la costruzione di inceneritori solo una volta superata la soglia minima del 40% di raccolta differenziata. L’obiettivo come detto, realizzato in parte, era quello di abbassare tale soglia. L'impegno, dunque, della parte politica e degli amministratori in campo è chiaro, così come per gli inquirenti sono chiare anche le controprestazioni degli imprenditori.

Intanto Rodolfo Di Zio si sarebbe dichiarato disponibile ad  «aprire la sua cassaforte» ed aiutare il Pdl ed avrebbe, infatti, poi elargito somme di denaro a quello schieramento politico direttamente e a diversi candidati del centrodestra su “indicazione” di Venturoni e Tancredi. Finanziamenti che sarebbero arrivati alle elezioni regionali del dicembre 2008 e di quelle amministrative del maggio 2009.

Tra le presunte tangenti gli inquirenti hanno individuato quella al sindaco di Teramo, Brucchi di 20mila euro ma soprattutto avrebbero la prova di un accordo corruttivo tra Venturoni e Di Zio per avere «una quota dei profitti dell'affare concernente l'affidamento diretto senza gara per la costruzione dell'inceneritore in Abruzzo». In sostanza una vera e propria percentuale sui guadagni milionari futuri. Le indagini tuttavia sarebbero riuscite ad appurare, non senza difficoltà, svariate dazioni di denaro in contante a Venturoni per importi non accertati. Infine tra i capi di imputazione di Venturoni c’è anche la richiesta accordata di proroga di un contratto di assunzione di un suo protetto presso una delle ditte dei Di Zio.

Tra le contestazioni della procura a Tancredi anche quella di aver mediato con Di Zio il mancato sfratto della sede pescarese del Pdl a canone molto vantaggioso.

Sia Tancredi che Brucchi si dicono certi di poter provare la loro totale estraneità ai fatti.

 LE PRESUNTE MAZZETTE DEL SENATORE FABRIZIO DI STEFANO

ABRUZZO. Un ruolo importante e privilegiato con gli imprenditori monopolisti in Abruzzo è quello di Fabrizio Di Stefano, senatore Pdl e vice coordinatore del suo partito, eletto nel Chietino, dove espleta per la gran parte la sua influenza. Il senatore, secondo gli inquirenti, si occupava anche del Consorzio comprensoriale dei rifiuti di Lanciano, altro consorzio al quale partecipava una ditta della famiglia Di Zio, la Ecologica Sangro spa (partecipata al 95% dalla Deco).

Nel 2009 il presidente del consorzio Riccardo La Morgia aveva promosso una revisione delle tariffe affinchè i Comuni potessero pagare meno. Aveva anche proposto la realizzazione di un impianto di bio-compostaggio che, però, avrebbe comportato la diminuzione dei guadagni per le imprese degli imprenditori dei rifiuti che erano proprietari di un impianto dello stesso tipo in contrada Casoni a Chieti. Insomma, una concorrenza scomoda che avrebbe potuto portare grane e perdite economiche.

I Di Zio chiedono aiuto al senatore affinché ponesse le condizioni politiche per poter fermare l'attività di La Morgia. Magari sostituendolo con un uomo di fiducia e più malleabile. E lo fanno, sostiene l'accusa, attraverso «elargizioni di denaro e altre utilità».

Gli inquirenti hanno scoperto che il 16 febbraio 2009 Rodolfo Di Zio avrebbe versato una somma di denaro contante e di importo «non accertato» e «non dichiarato» al senatore che si adoperava anche per i suoi colleghi di partito. Così avrebbe “consigliato” gli stessi imprenditori a versare una somma all’allora candidato sindaco al comune di Pescara, Luigi Albore Mascia. Circa 10mila euro piovuti dal cielo. Mascia per gli inquirenti sarebbe «del tutto estraneo all’accordo corruttivo e non avrebbe svolto alcun ruolo». Lo certifica una telefonata di pochi secondi nella quale Mascia chiama Rodolfo Di Zio per perorare un finanziamento ma questi lo informa che è già tutto a posto e ne ha parlato direttamente con Di Stefano.

Un altro aiutino simile Di Stefano lo avrebbe chiesto agli stessi imprenditori per aiutare un altro candidato di Napoli al Parlamento europeo, Crescenzio Rivellini (non indagato) la somma sborsata questa volta sarebbe di 20.000 euro che arrivano direttamente a Napoli. Secondo gli accertamenti della Procura, però, 5.000 euro ritornano subito indietro, attraverso un assegno al senatore che versa sul suo conto personale.

Sempre i Di Zio avrebbero poi concesso un grosso favore al movimento politico Pdl attraverso un'altra loro società (Area sas) proprietaria di un appartamento in piazza della Rinascita a Pescara e dato in affitto proprio al gruppo politico il cui contratto era scaduto. Grazie all'intervento del senatore non solo si sarebbe prorogata la locazione, sostengono sempre gli inquirenti, ma i proprietari avrebbero tacitamente rinunziato alla integrale riscossione del canone.

 DI ZIO: «AMPIA DISPONIBILITA' E SOSTEGNO»

 Dalle telefonate intercettate la Procura ha ascoltato come i Di Zio avessero offerto la più ampia disponibilità a Di Stefano nell'aiutare altri candidati di centrodestra «da specificare di volta in volta». Pieno sostegno. Ricevuti i favori e le presunte tangenti il senatore Di Stefano dal canto suo «ha più volte utilizzato la sua grande influenza politica di parlamentare ma volta a conseguire il fine illecito che avrebbe avvantaggiato gli imprenditori privati».

In un caso, per esempio, Di Stefano avrebbe fatto pressioni su Daniela Stati affinché sostenesse l'illegittimo commissariamento del consorzio comprensoriale di Lanciano così da mettere fuorigioco lo scomodo presidente La Morgia ed impedirgli la discussione dei punti all'ordine del giorno sull'abbassamento della tariffa e sull'impianto di bio-compostaggio che tanto infastidiva e preoccupava gli affari dei Di Zio. Per fare questo il senatore avrebbe anche esercitato tutta la sua influenza sull'avvocatura regionale affinché gli rilasciasse «un parere di comodo» perché fosse possibile la convocazione dell'assemblea da parte del socio di minoranza e proponendo un ordine del giorno per favorire l'interesse dei Di Zio.

Di Stefano, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe fatto da tramite per un rapporto privilegiato tra la Stati e Rodolfo Di Zio affinché modificasse la legge 45/2007 (modifica avviata con la delibera del 2 novembre 2009) affinché si creassero le condizioni normative per realizzare un inceneritore in Abruzzo e cioè abbassando la soglia del 40% di raccolta differenziata quale condizione per il via libera. Siccome la raccolta differenziata in Abruzzo non sfiorava nemmeno lontanamente il 40% occorreva una modifica alla legge per poter aprire la strada agli inceneritori.

In definitiva secondo gli inquirenti il senatore avrebbe «offerto e promesso l'uso strumentale dei propri poteri e della propria funzione di parlamentare» affinché la famiglia di imprenditori potesse «conservare il monopolio acquisito negli anni nella gestione dei rifiuti in Abruzzo ottenendo appalti all'affidamento diretto». Anche Di Stefano si dice tranquillo e sicuro di accertare la sua piena estraneità ai reati contestati.

 L’INTERESSE DEL SENATORE PICCONE ALLA COSTRUZIONE DI UN TERMOVALORIZZATORE

ABRUZZO. L'affare del termovalorizzatore è talmente grosso e popolare che, all'interno del Pdl, la voce circola ed in qualche modo molte persone vengono a sapere che a sponsorizzarlo c'è l'assessore alla sanità Venturoni. E siccome la rivalità non manca mai qualcuno ha obiettato “perché loro sì e io no?”. Si sono, dunque, «scatenati gli appetiti» di un gruppo all'interno del centrodestra che fa capo al senatore e sindaco di Celano, Filippo Piccone, che secondo gli inquirenti «intravede un'enorme opportunità di arricchimento e non un'esigenza pubblica».

Il tutto si evincerebbe chiaramente dalle conversazioni che intrattiene lo stesso Rodolfo Valentino Di Zio, preoccupato per un eventuale concorrente. Così parlando con il rappresentante della Ecodeco, la ditta di Milano che doveva partecipare all’affare con i Di Zio dice:

 DI ZIO RODOLFO: «siccome questi vogliono fare due impianti in Abruzzo, va bene?»

VERCESI ANTONIO: «e perché due?»

DI ZIO RODOLFO: «è perché, perché... lo puoi immaginare no? Perché, magari, vogliono accontentare altri…»

 In un'altra intercettazione l'imprenditore chiarisce meglio il concetto di “altri”:

 DI ZIO: «ci sta il coordinatore (Piccone, ndr) che non è niente stupido, è un ex commerciale con i coglioni... capisci? Quello lì è quello che vuole un altro inceneritore».

 Insomma un problema non secondario visto che un solo inceneritore potrebbe essere sovradimensionato per l'intera regione che di fatto non riesce a produrre un volume di pattume sufficiente. Figuriamoci poi due impianti, si sarebbe aperta sicuramente la strada all’arrivo di immondizia da altre regioni da bruciare nella regione verde ma destinata a diventare sempre più grigia. «Questo fa capire quanto si sia lontani dagli interessi della collettività», annota il giudice Guido Campli, «al punto da accettare di trasformare radicalmente la destinazione del territorio di una regione verde pur di portare a termine gli affari».

Gli inquirenti poi hanno potuto accertare che lo stesso assessore all'ambiente, Daniela Stati, avesse ricevuto notevoli pressioni proprio dal senatore Filippo Piccone. Stati, infatti, parlando con l'assessore Mauro Febbo, afferma chiaramente che il senatore Piccone avrebbe promesso al sindaco di Avezzano, Antonio Floris, di candidare il figlio in cambio dell'autorizzazione all'impianto per le biomasse. La delibera frutto dello scambio viene individuata dalla procura di Pescara nella numero 74 del 9 settembre 2009.

Il fatto, si chiarisce nell'ordinanza di custodia cautelare, è che il coordinatore Pdl Piccone è interessato all'inserimento dell'area in cui sorge il complesso immobiliare dell'ex zuccherificio di Avezzano, in una zona di recupero energetico del piano urbanistico del comune. La ragione è nel fatto che la società, la quale ha acquistato la proprietà dell'ex zuccherificio, la Rivalutazione Trara srl, è di fatto del senatore stesso che la governa attraverso il socio Ermanno Piccone, suo padre.

Uno dei soci della società è Venceslao Di Persio che avrebbe partecipato anche ad un incontro tra il senatore Piccone e l'imprenditore Di Zio. Ma proprio la stessa società, la Rivalutazione Trara era stata al centro, alcuni anni fa, di mille dubbi e domande mai risolte: Per un certo periodo Venceslao Di Persio fu nel mirino della procura di Pescara perché molto vicino al deputato azzurro Sabatino Aracu, anche lui della partita ma messo «fuori gioco» (come dicono in alcune intercettazioni i soci stessi) per i grossi problemi giudiziari dovuti al coinvolgimento nell'inchiesta Sanitopoli.

In questo groviglio di interessi pressoché privati si inserisce la preziosa mediazione di Venturoni che giorno dopo giorno tiene informato quello che la procura ritiene essere suo socio in affari, Di Zio. Dunque, l'assessore alla sanità conferma di aver incontrato a Roma i due parlamentari Piccone e Tancredi e parlato della costruzione dell'inceneritore dicendo chiaramente che quello che «loro vogliono costruire (Venturoni e Di Zio) renderà inutile e antieconomica la costruzione del secondo inceneritore» salvo che la concorrenza non si voglia «sfracellare». «È chiarissimo», scrive Campli, «che Di Zio e Venturoni agiscono come unica entità funzionale e che il primo cerchi di dissuadere un concorrente scomodo. Ed è grazie a questa mediazione che Di Zio può affermare nel colloquio telefonico con Michele Sparacino della Ecodeco di Milano:”ho cercato di non far dividere in due gli impianti, sto cercando in tutti i modi di far rimanere un solo impianto, però sono cose che noi ci dobbiamo tenere gomito a gomito…».

«La presenza di una lobby contrapposta ai Di Zio consentirà di comprendere per quale ragione questi cerchi l'appoggio preventivo anche del senatore Piccone e perché non esiti a finanziare la campagna elettorale», scrive il giudice.

Il Fucino, tuttavia, è terra fertile per i termovalorizzatori e al confine tra Celano ed Avezzano in 500 metri ne sono previsti ben tre:a proporli società che qualche volta nascondono qualche sorpresa.

Alessandro Biancardi - Alessandra Lotti   25/09/2010 11.19