STORIA ITALIANA

L’esproprio-furto del Consorzio Industriale Chieti-Pescara e gli altri misteri

Storia ordinaria di follia istituzionale a caro prezzo

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L’esproprio-furto del Consorzio Industriale Chieti-Pescara e gli altri misteri

PESCARA. Che si fa se qualcuno con una proposta che “non si può rifiutare” si prende il tuo terreno e non ti paga? Normalmente puoi denunciarlo per violenza, appropriazione indebita, furto e magari molto altro.

Se, invece, è lo Stato, cioè un ente pubblico, che espropria i terreni e non paga la cosa è diversa. Molto diversa.

La storia dei mancati pagamenti degli indennizzi per gli espropri dell’asse attrezzato costruito 46 anni fa parte da lontano. Troppo lontano.

Alcune famiglie per mezzo secolo si sono visti privati dei propri beni, legittimamente acquistati e illegittimamente sottratti.

La vicenda ha, però, un forte connotato sociale e pubblico e stupisce che nessun altro organo dello Stato -per esempio la magistratura- sia mai intervenuto per verificare come e perchè una tale violenta violazione si possa perpetrare per così lungo tempo senza che nessuno si assuma le proprie responsabilità.

La vicenda è tornata d’attualità perchè, nonostante le recenti promesse, nulla è stato fatto e il M5s ha proposto un’interrogazione al Presidente della giunta.  

IL FULCRO: IL CONSORZIO INDUSTRIALE CHIETI-PESCARA POZZO SENZA FONDO

A gestire gli espropri nel 1970 per costruire l’asse attrezzato è stato il Consorzio Industriale Chieti-Pescara, ente pubblico costituito nel 1967 e composto da  Regione Abruzzo, le Province di Chieti e Pescara, le Camere di commercio di Chieti e Pescara e 34 comuni fra i quali Chieti, Pescara, Montesilvano ed altri del circondario fino ad Ortona.

Nel 1970, il 17 novembre, il prefetto di Chieti, con decreto di esproprio ha ordinato ai proprietari di mettere a disposizione i propri terreni per la costruzione dell’arteria stradale fissando gli indennizzi e disponendo il deposito degli stessi presso la cassa Depositi e prestiti.

Il valore delle aree, stabilito dall’ufficio tecnico erariale di circa 456 lire al mq, risultò immediatamente troppo basso ed in netto contrasto con le valutazioni effettuate dal medesimo ufficio nello stesso anno e per le medesime particelle per altri espropri, quelli cioè in favore dell’allora ministero dei trasporti e dell’aviazione civile (in occasione del 2° ampliamento dell’aeroporto), che erano state di circa 1.200 lire al mq (nel 1960, per il 1° ampliamento 700 lire al mq circa).

Sul prezzo i proprietari fecero opposizione a dicembre 1970.

Mentre il giudizio era ancora in corso il Consorzio, il 5 settembre 1983, consegnò provvisoriamente un primo tratto di superstrada all’Anas la quale, esplicitamente, tramite un accordo, non si accollava le conseguenze dei contenziosi pendenti.


Dopo 18 anni, nel 1988, arrivò la sentenza di primo grado che stabilì il prezzo congruo a  3500 lire al mq (invece delle 456 lire...) inoltre, in quella sede, il giudice rilevò il mancato deposito presso la cassa Deposito e prestiti delle indennità provvisorie, come prescritto nel decreto di esproprio.

Il 4 maggio 1993 il Consorzio consegnò definitivamente il secondo tratto all’Anas e il 14 aprile 1998 l’ultimo tratto all’Anas.

La sentenza di appello sugli espropri arrivò  il 5 luglio 2001 (31 anni dopo…) e passò in giudicato l’anno seguente.

Di fatto lo Stato (il Consorzio) era obbligato a pagare quei terreni dal 1970, non lo fece e fu obbligato nuovamente a pagare da una sentenza di altro organo dello Stato nel 2002, rilevando anche pesanti irregolarità nella procedura. Dal 2002 c’è una sentenza non rispettata da parte di un ente pubblico… ed è tutto normale.

Naturalmente sono stati fatti anche solleciti al Tar dell’Abruzzo con una sentenza di ottemperanza, in data 10-01-2007 che investiva il presidente della giunta regionale pro tempore, dell’onere di occuparsi del pagamento degli espropri relativi alla sentenza di cui sopra e nominando un “commissario ad acta” (un legale dell’avvocatura regionale);

NEL 2007 GIA’ PROFONDO ROSSO DI 37 MLN DI EURO

Sempre nel 2007 l’allora presidente del Consorzio nominato dalla giunta Del Turco, ex sindaco di Cugnoli, Carlo Maria Mancini, già parlava di una lista di creditori che attendevano (invano) da 36 anni e di pesante eredità del passato.

Pesavano sul bilancio 180 contenziosi giudiziari chissà come e perchè attivati.

 Grazie all’aiuto della Regione arrivarono 9 milioni di euro e «la condizione del più grande e indebitato consorzio industriale», disse Mancini, «andrà comunque sanata entro il 2008, come stabilito da un emendamento approvato nella legge Finanziaria» .

«Abbiamo operato una ricognizione a costo zero, constatando che nel corso dei decenni si è accumulato un debito di circa 37 milioni di euro. Se non fossimo un ente pubblico economico, i libri sarebbero finiti già in tribunale».

E poi promesse di risanamento e ancora grandi opere in cantiere….

Il commissario nominato nel 2009, Alessandro Mucci, riuscì però solo ad ottenere il pagamento per la registrazione della sentenza pari a 337.897 euro da parte del Consorzio. Lo stesso commissario sancì l’impossibilità ad ottenere il pagamento e, dopo aver evidenziato i motivi del dissesto economico-finanziario dell’ente, rimise il mandato nelle mani del presidente “pro tempore” della Regione Abruzzo.

Nel 2011 con la legge 23 si stabiliva la procedura di liquidazione del Consorzio industriale Chieti-Pescara….

2016 I DEBITI SCENDONO A 33 MLN DI EURO

Quest’anno i debiti certificati dalla giunta regionale attraverso la collaborazione dell’ex presidente Antonio Sutti, l’attuale Nicola D’Ippolito con gli altri componenti Antonio Innaurato e Alberto Paone, ammontano a 33 milioni di euro. Di questi, 18,8 milioni fanno riferimento al valore degli espropri non pagati.

I debiti verso i fornitori ammontano a 11 milioni, quelli tributari a un 1,2 milioni e quelli verso gli istituti di previdenza a 872 mila.

Praticamente siamo di fronte ad un ente pubblico che occupava terreni senza pagarli così come non pagava fornitori e nemmeno le tasse o persino i contributi ai dipendenti.

Se si fosse trattato di una azienda privata il proprietario si sarebbe guadagnato la galera per almeno un decennio ma trattandosi di ente pubblico...

Sutti ringraziò pubblicamente il governatore Luciano D’Alfonso che stava mediando con l’Anas per risolvere il problema dei contenziosi legati agli espropri e aveva promesso una risoluzione a breve: il pagamento sarebbe stato effettuato dall’Anas.

46 ANNI, 40 FAMIGLIE, 13 MILIONI

A conti fatti ad attendere ancora i soldi sono 40 famiglie che devono incassare  13 mln di euro; dieci di queste hanno subito gli espropri più consistenti devono percepire 9 milioni di euro.

Il consigliere regionale Domenico Pettinari (M5s) ha chiesto al presidente D’Alfonso come intende risolvere la vicenda  e se  «intenderà indennizzare (direttamente o indirettamente) i cittadini proprietari delle predette aree espropriate e in quali termini»

BUCHI NERI E MALAGESTIO PER 40 E NESSUNO HA VISTO

Stupisce, si diceva, che la magistratura non sia mai intervenuta o se lo ha fatto non sia riuscita a scoprire le molte verità che devono per forza esserci in questa storia italiana. Eppure il Consorzio fu il centro della maxi speculazione edilizia dietro il delitto dell'avvocato Fabrizio Fabrizi nel 1991 ma anche in quella occasione, pur con l'intervento della magistratura, le ombre furono maggiori della luce fatta su molte brutte vicende. 

Intanto è chiaro che il Consorzio non pagando è riuscito ad avere ingenti economie in bilancio per la propria gestione (guarda caso sempre deficitaria). Una sorta di ente "impossibile" che non sarebbe esistito in un paese normale.

Stupisce anche che altri enti pubblici di controllo come la Regione possa candidamente ammettere da sempre che il Consorzio non pagava tasse, fornitori e contributi ai dipendenti…

Come si possa decidere la liquidazione di un ente così problematico senza attuarla è solo l’ennesimo mistero.

Siamo, invece, abituati a quel fenomeno molto frequente della “disattenzione collettiva dei controllori” per cui nessuno dei soci (tra i quali 34 sindaci) non abbia mai detto o fatto nulla di concreto per porre riparo ad un simile eccesso.

Da quello che emerge, oltre la singola storia, è che il Consorzio industriale Chieti-Pescara doveva fallire già 30 anni fa ma è stato tenuto in vita perchè faceva comodo alla politica, la stessa politica che lo ha salvato dopo il 2011 quando il Consiglio regionale decretò per legge la liquidazione.

Alla fine più che un indebito arricchimento per il Consorzio si potrebbe parlare di un imposto e continuato depauperamento delle casse pubbliche (e private).