Aeroporto d'Abruzzo:"Liberi" di averlo "atterrato"

Alessandro Biancardi

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Aeroporto d'Abruzzo:"Liberi" di averlo "atterrato"

PESCARA. Mentre ritornano di attualità le ipotesi sullo spostaento dello scalo abruzzese proponiamo una analisi particolareggiata delle contraddizioni palesi che i nostri politici per decenni hanno fatto finta di non vedere. Possono andare d’accordo favori, interessi personali, interessi economici stratosferici con l’interesse pubblico di avere un aeroporto competitivo e funzionante?

"Nuovo record per l'aeroporto d'Abruzzo”, "l'aeroporto decolla, ora si punta ha i traffici commerciali”. Lo scalo Liberi sempre più grande, sempre più importante. E non manca chi vorrebbe che quello di Pescara fosse il «terzo aeroporto di Roma», dopo Fiumicino e Ciampino.
Esagerazioni, senza dubbio, peccati veniali, si dirà, eppure...
Eppure, le persone che oggi parlano, ben conosco l'attuale situazione dello scalo e in alcuni casi sono pure le stesse che hanno operato scelte in passato che hanno di fatto “stroncato” ogni possibilità di crescita. Potrebbero allora mentire in maniera consapevole, pur di raccogliere consensi.
Ci domandiamo allora perchè continuare a tendere verso obiettivi che si sanno irraggiungibili senza però dirlo apertamente? Perchè continuare a far finta di non vedere?
Domande a cui Zac cercherà di dare una o più risposte, e, come spesso accade, ci si accorge che queste risposte sono sotto gli occhi di tutti: fatti incontrovertibili (ma ignorati sistematicamente perchè ormai acquisiti).
Sono momenti importanti per la pista di atterraggio che ha conosciuto uno sviluppo imponente negli ultimi 10 anni.
Inutile negare che la svolta si è avuta nel momento in cui a Pescara sono arrivate le compagnie low cost, quelle che permettono di raggiungere Londra anche con nove euro più tasse aeroportuali. Uno sviluppo impensabile solamente pochi anni prima ai tempi d’oro del carrozzone Alitalia. Salvo poi entrare in collisione con le stesse compagnie che pretendono sempre maggiori finanziamenti pubblici ed allora riducono drasticamente i voli in programma nei prossimi mesi ed avanzano un braccio di ferro che potrebbe fare male a tutti.
Ma la domanda che vogliamo porci è questa: quanto realmente l'aeroporto d’Abruzzo potrà svilupparsi, fino a che punto? In altre parole, esistono dei limiti allo sviluppo tanto pubblicizzato in questi giorni?

La risposta purtroppo affonda le radici nel recente passato (ultimi 10 anni), in quegli anni dove le decisioni importanti per lo sviluppo territoriali vennero prese senza tener conto di una logica fondamentale: la lungimiranza. Far proliferare le costruzioni di diversa altezza (alcuni anche fuori norma) nelle immediate vicinanze dello scalo aeroportuale dal punto di vista politico si è rivelato un vero suicidio.
Se per esempio la maggiore autorità tecnica dell’aeroporto d’Abruzzo, il direttore ed ingegnere aeronavale, Riccardo Perrone, dice che «per anni si sono ignorate tutta una serie di regole inerenti le distanze e la sicurezza. Ci sono una serie di fabbricati nelle adiacenze della pista che stranamente violano vincoli di edificabilità in tema di altezza», non si può non saltare sulla sedia. «Una serie di edifici»? e nessuno se ne accorto? Come è stato possibile? Gli interessi economici e le lobby sono state più potenti persino della sicurezza pubblica.
Esempio: un certo giorno, un certo signore decide di costruire un certo edificio di altezza superiore alla norma. Evidentemente è molto potente perchè addirittura riesce a far spostare “la pista di atterraggio”, cioè i segnali che indicano lo spazio effettivo di decollo o atterraggio degli aerei. In sostanza accorciando questo spazio si è “regolarizzata” la nuova costruzione abusiva. Giochi sofisticati che fanno ben capire il tenore dei personaggi in gioco.
Ecco allora che occorre interpretare e ridimensionare molto gli slogan pubblicitari di un potenziamento dell'aeroporto pescarese in funzione delle oggettive impossibilità di allargamento dell'area.

LA FAVOLA. Alcuni anni fa sul tema tenne banco una storiella, una sorta di favola lanciata per dimostrare che il centrodestra era capace di una programmazione e soprattutto di grandi idee. La favola narrava di un imponente aeroporto abruzzese da costruire sul mare, lì dove non c'erano limiti alla espansione (ammettendo dunque tali limiti). Doveva sorgere nei pressi di Ortona, nello specchio d’acqua antistante la cittadina a 20 km da Pescara. La storiella non venne capita, fece ridere molti, e fu bollata -forse giustamente- come mera campagna elettorale.
Eppure come tutte le favole anche quella conteneva una morale: l’attuale aeroporto soffoca, o meglio, è stato soffocato dalla speculazione edilizia miope di una classe politica che ha totalmente ignorato le esigenze di un territorio a vantaggio, magari, di interessi più immediati e
spesso privati. Spesso contro le leggi. Per accontentare questo o quel costruttore. Per far girare soldi in tasca a questo o quell’imprenditore.
I detrattori della favola all'epoca delle elezioni politiche trovarono una caterva di argomentazioni: il costo spropositato (si avvicinava ai 500 miliardi di vecchie lire), la distruzione dell'economia locale ortonese basata sul turismo, problemi di inquinamento, problemi alla fauna marina, senza contare il malumore di quei pochi piccoli imprenditori che oggi si arricchiscono con l'economia prodotta dall'attuale aerostazione.
Il grande pregio dell'idea, invece, consisteva nel fatto di cominciare a pensare ad uno scalo degno di poter sostituire realmente quelli romani, cioè fare dell’Abruzzo lo scalo alternativo a quelli della Capitale. Dunque, allontanarlo dalla città e guadagnare in sicurezza perchè un jet che sorvola la città a bassa quota è pur sempre un pericolo. In conclusione, l'aeroporto sul mare si è rivelata un'idea troppo all'avanguardia, troppo aperta per la cultura della politica della nostra regione, dunque, persino grottesca e ridicola oggi. Magari fra vent'anni o cinquanta le cose cambieranno ed allora qualcuno riprenderà quell'idea.....

UN ESEMPIO. Per capire le potenzialità del nostro scalo basta pensare che l’aereo in partenza per Toronto (e tutti quelli della stessa grandezza) qualora faccia l’eventuale pieno di passeggeri, è costretto ad imbarcare soltanto mezzo serbatoio di carburante.
Il motivo? La pista è troppo corta ed a pieno carico c’è il rischio che il velivolo non si alzi. Per questo in caso di pienone è obbligatoria la sosta ad Ancona dove l’aeroporto è degno di questo nome. Sosta tecnica per riempire i serbatoi e volare al di là dell’Atlantico una tappa in più obbligata e relativa perdita di tempo.
L’aereo in questione è di media grandezza e non parliamo assolutamente degli aeromobili giganti.
Sebbene i 2.418 metri permetterebbero anche l’atterraggio dei Boeing e Airbus più grandi, paradossalmente, una volta atterrati, non riuscirebbero più a decollare poichè avrebbero bisogno di un nastro di asfalto molto più lungo.
Con questo handicap siamo arrivati fino al 2005 quando si è iniziato a parlare di “sicurezza”.

ATTERRAGGIO IN CENTRO. Una delle prime stranezze che caratterizza il nostro aeroporto è il fatto che praticamente si trovi in centro città (4
chilometri da corso Vittorio; 3,5 dal campanile di San Cetteo), strano se si considera che la distanza media dei più grossi aeroporti è di 10 chilometri (Roma, Milano, Venezia). Addirittura quello di Palermo è a 25 chilometri in linea d’aria che diventano più di 35 in auto.
Perchè sono così distanti? Una sola parola basta: sicurezza. Lontani dalle città (e preferibilmente dai centri abitati come accade in altri paesi come Stati Uniti e Australia) ovviamente si guadagna in sicurezza. Invece a Pescara capita che gli aerei attraversino quasi tutta la città a bassa quota, lungo il sentiero di atterraggio, dove non paghi, si vogliono costruire pure altre tre torri (la nuova sede della Regione).

LA NASCITA. Che la città sia scivolata verso l’aeroporto è dato incontrovertibile: secondo il sito ufficiale, il Liberi è stato costruito addirittura una quarantina di anni prima che i fratelli Wright si staccassero da terra. Allora la città era un piccolo borgo di pescatori. Dunque i palazzi sono venuti dopo.

GLI ANNI ’90. Sono stati i più micidiali per la speculazione edilizia. Molti dei palazzi già “sforavano” tranquilli i piani di sicurezza previsti per legge: mancavano all’appello solo gli ipermercati e così Comuni, Consorzi industriali, Province si attrezzarono per dare il via libera.
In principio fu Auchan. Sulla sua nascita vi è ancora una cortina di fumo circa la regolarità della procedura seguita, una

 interrogazione parlamentare (senatore Bucciero), senza risposta, parla di interessi vorticosi per centinaia di milioni di euro e di alcune inchieste ancora in corso. Della opportunità di costruire una struttura che accoglie migliaia di persone a ridosso di una pista di atterraggio non si è mai parlato abbastanza e ad ogni modo oggi è «argomento vecchio». Nessun argomento è vecchio se oggi dobbiamo fare i conti con scelte «vecchie» che tarpano le ali ad un reale sviluppo economico dell’aeroporto. Quell’ipermercato sarà pure sicuro ma se lo costruivano lontano dalla pista lo sarebbe stato di più e non si capisce per quale ragione se la signora Anna che comprare surgelati dove assumersi un rischio (remoto quanto si vuole ma sempre un rischio).
Ecosì oggi è cosa normale che lo spigolo del supermercato dista 83,68 metri dalla recinzione dell’aeroporto, 260 metri dallo spigolo della sala di attesa, 135 metri da un aereo in fase di rullaggio, 337 metri da uno che atterra.
Da poco hanno costruito anche una pompa di benzina che dista appena 10 metri dalla recinzione dell’aerostazione (e altrettanti dalla stazione dei vigili del fuoco). A Linate ci sono state battaglie aspre per la costruzione di un supermercato grande meno della metà del nostro perchè questo «rientrava nella zona rossa, quella fascia di 300 metri dalla pista dove non solo è vietato costruire ma anche collocare qualsiasi ostacolo: anche solo un palo» (Corriere della sera 17 novembre 2001).
Un tecnico ci confida che «sicuramente quella struttura è fuori norma e che paradossalmente probabilmente non lo sarà più con l’entrata

delle nuove norme a partire dalla fine di ottobre». La nostra fonte in ogni caso precisa che «sarà anche incredibile ma Auchan, tutto sommato, è in una posizione molto più sicura di altri».

UNO NON BASTAVA. Se il primo esperimento andò bene, con grande gioia per tutti, imprenditori e classe politica, vollero ripetersi più e più volte ancora. E così nella zona della pista hanno costruito cinque, sei, sette centri per la grossa distribuzione. Quasi come se l’aeroporto fosse una calamita... Magazzini, centri per la grossa distribuzione, strade e asse attrezzato tutto intorno all’area di rispetto della pista. Tutto così lontano un tempo (forse) ma tutto così troppo vicino per ipotizzare oggi ampliamenti.
Scelte politiche condivisibili o meno, quelle dell’epoca, ma che materialmente oggi impediscono l’allungamento della pista per poter accogliere qualunque velivolo in piena sicurezza. Si potrebbe obiettare che probabilmente Pescara non ha bisogno di diventare un aeroporto al pari dei grandi in Italia. Si potrebbe obiettare... ma se avessimo avuto un vero aeroporto anche la nostra economia sarebbe stata vera e con cifre di gran lunga maggiori.

PISTA PER SEMPRE TROPPO CORTA. Si è iniziato a parlare di lavori di «messa in sicurezza» da poco ma è soltanto in un secondo ipotetico lotto che si parlerebbe di «allungamento della pista». Si deve tuttavia precisare fin da subito che tale allungamento -di circa 200 metri- favorirebbe soltanto il decollo di quegli aeromobili di media grandezza che ora sono costretti a decidere se imbarcare passeggeri o carburante. Nient’altro.
E ci sono una sfilza di problemi e di giochi politici più o meno trasparenti che rallentano la realizzazione di questo secondo lotto che non avrebbe, tra l’altro, ancora una copertura economica. E ci si mette persino il Comune di San Giovanni Teatino (confinante con la pista) a cambiare all’ultimo momento la destinazione d’uso del terreno per l’ampliamento e a mettere i bastoni tra le ruote perchè in quel luogo «è meglio costruire capannoni industriali». Quel luogo è esattamente il prolungamento di una pista dove atterrano aerei.
A parte questa piccola querelle politico-affaristica le cose, come detto, non cambierebbero di molto anche perchè avere una pista dove «far atterrare e decollare ogni tipo di aeromobile a Pescara è impossibile». Più chiaro di così.
Ed il perchè è facile intuirlo: una pista così lunga porterebbe i velivoli tra le corsie di negozi di mobili, utensili, generi alimentari. Fine dei giochi.
Anzi, l’inizio dei giochi del Mediterraneo è previsto per il 2009 eppure al momento non ci sono molte speranze di terminare quel secondo lotto di lavori di cui si parlava. Cosa significa? Ancora una volta non essere competitivi e non sfruttare al meglio questa “fantastica miniera d’oro” dei giochi come pare si vada dicendo. E’ probabile che allora anche fra quattro anni si dovrà fare la conta dei passeggeri e misurare i litri di cherosene da imbarcare.

LAVORI PER LA SICUREZZA. Ed allora parliamo del primo lotto dei lavori per la messa in sicurezza. In realtà, con una cifra di poco inferiore a 10 milioni di euro, si cambierà la recinzione, si adegueranno alcune aree e sottoservizi, si baderà alla sicurezza interna al perimetro, si cercherà di far correre la strada perimetrale tutto intorno senza interruzioni. Abbastanza per ottenere “la certificazione”: una sorta di documento che attesta la qualità dello scalo (evidentemente ancora sprovvisto).
Con tale certificato si
guadagnerebbe in competitività rispetto ad altri scali.
Eppure altre misure di sicurezza rimarranno per sempre inattuate.
Ad esempio quella che prescrive una fascia di sicurezza di 150 metri per lato che corra lungo la “taxi way”, cioè la mini pista che utilizzano gli aerei per raggiungere la posizione di inizio decollo. Non ci sono e non ci saranno per sempre i 150 metri tra la taxy way e la recinzione proprio nei pressi di Auchan. Lì c’è una strada oggetto in passato di una lungimirante transazione.
Volendo proprio tentare di avventurarsi nella “sagra dell’assurdo” si pensi che pur volendo risolvere il problema della pista troppo corta, i grossi Boeing non potrebbero mai nè atterrare nè decollare perchè non potrebbero percorrere la taxy way: un’ala farebbe il pelo alle auto lungo la strada. Inoltre, almeno in due punti posizionati negli angoli del perimetro aeroportuale sarebbe impossibile passare per un grosso velivolo.
Fatti che sconcertano se si ha la compiacenza di avere una memoria a medio raggio e si ricorda la storia di questo luogo.

Alla fine di tutto il nostro caro aeroporto sembra una tessera incastonata in un complesso mosaico, stretto e costretto lì per sempre. Così hanno deciso.

Alessandro Biancardi 28/10/2005 8.54