Giornalista precario, cittadino accecato

Alessandro Biancardi

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Giornalista precario, cittadino accecato

>>>PAG. 2  * TUTTE LE INSIDIE DELLA INFORMAZIONE: DALLA PUBBLICITA' AI FINANZIAMENTI


APPROFONDIMENTO. L’inchiesta che non leggerete mai sui giornali è quella che mette in luce alcuni aspetti del giornalismo dei nostri tempi e che tocca molto da vicino, chi più chi meno, tutti gli editori.Tali imprenditori sfruttano i lati deboli di un “sistema” creato da consuetudine e leggi vaghe o sbagliate. E solo di recente, grazie a giudici che hanno perso il senso di equità oltre che di giustizia, gli editori stanno avendo una grande mano anche dalla giurisprudenza.
Le vittime sono tante; la più importante è la verità.
 
In questi tempi di turbolenza e di conflitti di interesse si parla spesso di sciopero dei giornalisti. Eppure dei problemi di cui parleremo nessun sindacato si è mai occupato.
Ecco perchè il problema interessa tutti i cittadini (nessuno escluso), ecco perchè tutti dovrebbero conoscere alcuni dei meccanismi che stanno dietro la fabbricazione delle notizie che ogni giorno leggiamo sui giornali.
Ecco perchè questa che segue è una inchiesta “impossibile”.
GIORNALISTI DI SERIE A E GIORNALISTI DI SERIE B
Negli anni d’oro (quelli ormai lontani più di due decenni) circolava un simpatico adagio che voleva il giornalismo lavoro d’elite e poco faticoso, remunerativo e pieno di privilegi.
«Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare», si diceva.
In effetti fino agli anni 80 i giornalisti facevano parte di una categoria-casta ben pagata che deteneva di sicuro le leve del potere.
Negli anni 90 le cose iniziano a cambiare, le testate giornalistiche aumentano sempre più, si consolidano le reti televisive e radiofoniche locali. I grandi gruppi investono nel locale sviluppando redazioni regionali. Aumenta la richiesta dei giornalisti e gli iscritti all’albo, in maniera esponenziale. I giornali aumentano la foliazione e c’è bisogno di più lavoratori.
Si crea, all’interno della casta dei giornalisti, una netta separazione: ci sono i giornalisti assunti (quelli con la propria scrivania, in redazione, con stipendi che superano i 2000 euro, spese, trasferte, straordinario, tredicesima e quant’altro preveda il contratto nazionale).
Ci sono poi i cosiddetti “collaboratori” (5 euro a pezzo, quelli che vivono per strada e non possono accedere in redazione, che lavorano da casa e sono apparentemente svincolati dall’organico che crea il giornale, si pagano spese e disagi).
Sarebbe tutto normale se il ricorso al “collaboratore esterno” fosse occasionale e sporadico.
Cosa diversa, invece, se si spremono giovani desiderosi di affermarsi per fare gran parte del prodotto giornale, sfruttando meccanismi perversi di leggi non più attuali o distratte o troppo generiche o peggio interpretate male.
Ed è chiaro che all’editore il ricorso al collaboratore convenga davvero molto: come chiedergli “preferisci che ti regali mille euro oppure un milione?”.
La completa latitanza ed impotenza di Ordine e sindacato (e quella anche degli organi ispettivi) ha generato una sorta di matematica tranquillità che sovrasta sfruttamento e lavoro nero e che si traduce in decine e decine di vertenze singole ed estenuanti che terminano dopo oltre 10 anni (ed i collaboratori non sono highlanders...)
Nel frattempo è intervenuta la legge Biagi che ha flessibilizzato ulteriormente il lavoro dei collaboratori anche dei giornali locali abruzzesi. In sostanza il giornale che prima si faceva con giornalisti con contratto e diritti oggi si fa soprattutto con collaboratori che vengono pagati meno e soprattutto non hanno alcun diritto.
I PROBLEMI DEI GIORNALISTI RIGUARDANO TUTTI I CITTADINI
Il problema diventa rilevante perchè legato al lavoro dei giornalisti è strettamente dipendente uno fra i diritti più importanti: il diritto costituzionale ad essere informato correttamente.
Quando l’informazione è corretta il cittadino ha a sua disposizione gli strumenti per poter esercitare gli altri suoi diritti, per farsi un’idea di chi amministra e della politica, può scegliere liberamente chi votare basandosi su dati certi e reali. Perchè possiede la verità (o parte di essa) grazie al “cane da guardia” che è la stampa.
Quando l’informazione, invece, diventa fragile è asservita al potere ed il cittadino viene come accecato, gli scandali sotterrati, gli errori cancellati, gli sprechi coperti, le responsabilità eluse.
Siete allora convinti che sondare il terreno nel quale nascono le notizie che poi si leggono sui giornali sia importante?
PUBBLICISTA E PROFESSIONISTA
Secondo la legge che istituisce l’Ordine e regola la professione giornalistica (3 febbraio 1963 n. 69) «sono professionisti coloro che esercitano in modo esclusivo e continuativo la professione di giornalista. Sono pubblicisti coloro che svolgono attività giornalistica non occasionale e retribuita anche se esercitano altre professioni ed impieghi».
Per poter diventare pubblicisti occorre aver pubblicato un pugno di articoli, essere stati retribuiti in qualche modo (non importa se molto o poco).
Per diventare professionisti, invece, bisogna essere dotati di un contratto da praticante, esercitare continuativamente la pratica giornalistica per almeno 18 mesi e superare l’esame di Stato che si tiene a Roma due volte l’anno.
Tuttavia poichè degli editori hanno fatto ampio ricorso agli strumenti che la legge mette a disposizione sfruttando al massimo la flessibilità è diventato in sostanza impossibile ottenere i contratti da praticante poichè per l’azienda molto onerosi.
Così la maggior parte degli “operatori dell’informazione” saranno pubblicisti (che è un po’ come i minorenni che portano il motorino o quelle auto per cui non occorre la patente: non sono tenuti a conoscere segnali stradali e regole però guidano lo stesso, senza una certificazione ufficiale e riconosciuta di una “sufficiente preparazione”)
COLLABORATORI A 5 EURO AD ARTICOLO O 300 EURO AL MESE
Iniziare a scrivere sul giornale non è poi particolarmente difficile. Diventa ostico se si pretende di essere pagati per il lavoro che si svolge.
Chissà perchè il giornalismo è l’unico mestiere che si può fare “per hobby”.
Assolutamente impossibile è oggi essere regolarizzati che significa semplicemente avere un contratto (che rispecchi perfettamente il ruolo effettivamente svolto) e dunque diritti.
Il ragazzo che si avvicina a questa professione avendo un’idea romantica della professione si scontra immediatamente con la realtà che, nella migliore delle ipotesi, è un contratto annuale di collaborazione (alcuni anche a progetto anche se francamente si ignora quale sia in questo caso l’accezione di “progetto”).
Oggigiorno si fa ampio ricorso a contratto flessibili che ogni collaboratore esterno deve obbligatoriamente ma “liberamente” firmare. Tale accordo privato imposto dall’editore ha il solo obiettivo di svincolare l’azienda da ogni sorta di legame con il collaboratore che rimane dunque esterno all’azienda.
Per la legge formalmente tale lavoratore opera «in proprio» e «senza alcun vincolo di subordinazione».
Il collaboratore lavora «sulla base di singoli incarichi professionali di volta in volta conferiti». Non c’è rimborso spese, non ci sono ferie, riposo o diritti riconosciuti. I contratti imposti dalla parte più forte sono accordi stipulati «nella più ampia libertà e facoltà delle parti».
Seguendo pedissequamente il dettato contrattuale il collaboratore dovrebbe proporre un pezzo al giornale quando ne ha voglia, il giornale lo pubblica se ne ha voglia.
Il compenso al momento è cinque euro ad articolo.
Per chi non abbia assolutamente idea di come nasca un articolo diciamo che questo implica telefonate, spostamenti, ricerche, e di sicuro la perdita di un po’ di tempo. Cinque euro valgono per l’articolo creato in un’ora come per quello di mezza giornata.
Un articolo va sempre verificato: pensate che si possano effettuare sufficienti verifiche per 5 euro?
Fin qui potrebbe sembrare solo una storia di quotazione dell’operato del giornalista.
L’OBBLIGO SOTTINTESO
I problemi seri iniziano quando, sfruttando la legge, si riescono a creare interi giornali basandosi esclusivamente o per la maggior parte sul lavoro dei collaboratori. Con il non trascurabile vantaggio di costare molto poco al “padrone”.
Questo implica di fatto un lavoro quantitativamente e qualitativamente diverso del collaboratore che dovrà assicurare nella pratica un certo numero di articoli utilizzando un certo numero di ore della sua giornata.
Si crea così un certo “obbligo sottinteso” alla prestazione che si allontana dalla iniziale statuizione e si trasforma di fatto in un rapporto che dal punto di vista giuridico diventa in molti casi subordinato (che andrebbe regolato dal contratto nazionale dei giornalisti molto ma molto più costoso per l’editore).
Il vincolo c’è, la dipendenza pure, ma non si vedono a fine mese nella busta paga.
75% DELLA “REDAZIONE”
Oggi anche in Abruzzo la percentuale dei collaboratori di un giornale si aggira intorno al 75%. Questo vuol dire che i giornalisti contrattualizzati sono appena il 25% dell’intero organico e di solito hanno compiti di coordinamento, di impaginazione, di verifica dei pezzi.
E per un collaboratore che liberamente deve fornire pezzi per riempire ogni giorno una porzione di pagina (a volte anche una pagina intera) la situazione diventa piuttosto complicata.
Non bisogna sottovalutare la componente psicologica ed umana di chi magari ama moltissimo questa professione e si sottopone per un certo periodo di tempo alla necessaria ed utile “gavetta”.
Molto spesso però tale periodo si allunga a dismisura occupando spesso un decennio, ma sono sempre di più chi può vantare una “gavetta” ventennale o più. L’unico problema diventa trovare... un lavoro per sopravvivere.
Per le tv locali le cose non vanno meglio: il ricorso ai giovanissimi di primo pelo (che non pretendono ma nemmeno assicurano professionalità) è sempre maggiore, così come a società esterne, troppo pochi i veri professionisti con regolare contratto di categoria che possono garantire la qualità del prodotto.
Ecco allora che il giornalismo fatto con queste logiche alle spalle pone seri problemi qualitativi del prodotto.
LA NOTIZIA INQUINATA
Se così stanno le cose si capisce quanto sia vitale trovarsi un “vero” lavoro che consenta poi di poter continuare “a scrivere sul giornale” perchè nessuno oggi è in grado di vivere dignitosamente con 300, 500 o 600 euro al mese.
Ecco perchè si trovano firme note sui nostri giornali che di mestiere fanno il professore o l’impiegato.
Moltissimi “operatori part time dell’informazione” tuttavia rimangono nel campo e, sfruttando le nuove possibilità offerte da recenti normative, offrono la loro prestazione professionale creando servizi legati a quello che viene chiamato “ufficio stampa”.
“Fare l’ufficio stampa di” significa veicolare in sostanza il messaggio ai media di politici, enti, aziende, associazioni predisponendo comunicati stampa, organizzando conferenze stampa.
Cosa succede se lo stesso giornalista cura l’ufficio stampa di qualcuno e scrive anche sul giornale o lavora in tv?
La risposta più corretta è: dipende.
Esempio: se curo l’ufficio stampa della squadra di calcio di Montazzoli (Ch) e poi per il giornale curo la cronaca di Penne (Pe) è probabile che non vi siano problemi di nessun genere perchè non vi sarebbero commistioni o conflitti.
Ma se, per esempio, sono il giornalista che cura l’ufficio stampa del partito X (dunque, pagato da questo partito) e scrivo sul giornale (pagato molto meno) di argomenti inerenti lo stesso partito, pensate forse che io possa mai scrivere in tutta serenità e obiettività?
E come pensate che possa essere il mio prodotto finale se per esempio devo informare i lettori del giornale o gli spettatori della tv della posizione del partito Y, contrario e opposto al mio (sempre quello che mi paga)?
In gergo si chiama conflitto di interesse e nuoce inevitabilmente alla salute della verità e della obiettività.
Infatti, la legge vieta questo genere di commistione esplicitamente.
Peccato che nessuno faccia rispettare la norma.
Chi dovrebbe controllare non sa e non vuole vedere (e poi perchè impedire a giornalisti precari di portare alla fine del mese uno stipendio per sopravvivere dignitosamente?)
CI SONO DATORI DI LAVORO E DATORI DI LAVORO
Così abbiamo giornalisti che scrivono anche su quotidiani molto diffusi o in tv che vengono pagati per fare i portavoce di politici.
Saranno poi naturalmente prontissimi a “far passare” articoli sul giornale per il quale lavorano.
Poi ci sono quelli che sono “pagati dal sindaco” che li ha “assunti” e continuano a scrivere sul giornale, magari lavorano in tv o rivestono ruoli organizzativi per cui possono influire persino sul taglio da dare a certe notizie (tutte le notizie nei casi più estremi).
Siccome siamo una regione che non si fa mancare nulla possiamo vantare anche “direttori dopolavoristi” che, assunti magari dalla Regione o dalla università, poi, in tutta obiettività, decidono le loro linee editoriali. Certo la cosa sarebbe molto più grave se si trattasse di tv regionali dalle grandi audience.
Ma in questo caso di precaria c’è solo la verità che inevitabilmente ne viene fuori visto che per eccezioni come queste vengono fuori compensi oltremodo dignitosi.
Sta di fatto che, capito il gioco, i politici (ma anche aziende, enti pubblici e non) hanno fatto a gara ad “accaparrarsi” le prestazioni delle firme più autorevoli (ma non contrattualizzati) per fare a volte anche giochi poco coretti.
Tutto ruota intorno ai “buoni rapporti” e alla simpatia e alle credenziali che il giornalista può giocarsi.
E ci sono giornalisti che lavorano per aziende, enti pubblici, organizzazioni e che di queste scrivono poi sui giornali chiamati ad essere obiettivi creando un numero enorme di conflitti e generando un groviglio di interessi inestricabile.
Come si può pretendere che il giornalista dell’ufficio stampa del Comune Z poi sia realmente obiettivo nel riportare le notizie sul giornale che riguardano la stessa amministrazione?
Casi di questo genere sono migliaia a tutti i livelli generati proprio da un sistema che non garantisce diritti al giornalista precario.
Spesso si tira fuori la trita tiritera su quale mai sia la ragione per cui non si fa più il giornalismo di inchiesta, quello che serve per davvero... vi è per caso balenata qualche ragione adesso?
Il massimo del parossismo si tocca quando, per esempio, tutti i “corrispondenti” dei maggiori organi di informazione locali siano dipendenti del Comune per cui scrivono “in cronaca”.
Quale tipo di informazione pensate ricevano gli abitanti di quel paesino o paesone?
E se manca la verità e l’obiettività manca quel controllo che il vero giornalismo è chiamato a fare scoperchiando quanto andrebbe per missione scoperchiato ed offrire uno strumento importante al cittadino, non fosse altro perchè garantito dalla Costituzione.
QUALE GIUSTIZIA
Certo il nostro sistema offre alcuni rimedi per i giornalisti in cerca di giustizia che smaniano di uscire dal precariato.
Nessuno strumento, invece, è offerto al cittadino che nemmeno immagina...
E sono sempre più le cause di lavoro in materia (anche se la maggioranza per molteplici ragioni preferisce evitare, procrastinare e non imbarcarsi in un cammino lungo, estenuante e dispendioso che fra l’altro sbarra tutte le strade).
E quale giustizia può arrivare in questi casi se si incappa nelle maglie di un sistema giudiziario ingolfato?
Sono moltissimi i casi di over 40 che attendono la fine del loro iter giudiziario da oltre 10 anni. Gli esiti sono per la maggior parte favorevoli ai precari per nulla favoriti dalla giurisprudenza e dal sistema probatorio (basato essenzialmente su prove testimoniali... degli ex colleghi ancora inseriti in organico...).
Di recente poi la Corte di Cassazione sta rivedendo alcune interpretazioni che avevano portato al riconoscimento di un lavoro di fatto dei precari. Così anche in Abruzzo si è visto chi dopo 10 anni ha vinto una causa, è stato finalmente assunto, salvo poi prontamente essere licenziato in seguito alla sentenza di Cassazione. Quale giustizia è mai questa?
Il precariato legalizzato per giurisprudenza.
IL SINDACATO
Chi tutela il giornalista precario?
Di fatto nessuno perchè nessun organismo per legge può farlo (ma che Paese è mai questo?).
Il sindacato dei giornalisti, infatti, tutela solo chi ha sottoscritto il contratto nazionale (quello oneroso per gli editori e sempre più raro) un paradosso incredibile e non sanato che lascia del tutto indifesi l’esercito di centinaia e centinaia di giornalisti di fatto della nostra regione.
Ma soprattutto lascia campo libero agli editori con le inevitabili conseguenze sul prodotto alle quali abbiamo accennato.
Sensibile a questo problema, almeno a parole, è sembrata la Cgil che in quanto sindacato potrebbe intervenire per tutelare i diritti fondamentali di lavoratori e cittadini.
Ma muoversi anche per un sodalizio così importante come la Camera del lavoro non è facile specie in un pollaio come l’Abruzzo.
In questo scenario desolante ad avere buon gioco sono allora i politici e gli imprenditori, insomma i poteri forti, che di fatto possono influire in maniera diretta sulla informazione (e quello che abbiamo descritto è soltanto uno, la conseguenza della precarietà, ma ve ne sono moltissimi altri...).
Come si può ragionevolmente auspicare che le cose possano cambiare grazie a nuove norme necessarie e sacrosante?
Certo manca da sempre anche una vera organizzazione dei precari che vivono malissimo ma per loro c’è sempre spazio per peggiorare.
Eppure quanto potrebbe aiutare le persone oneste una stampa forte, onesta, che non si vende e non si presta, dignitosa e con «la schiena sempre dritta».
Forse è utopia ma pretendere che siano colmate enormi falle non chiamatela utopia.

Alessandro Biancardi 14/10/2006 7.40

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TUTTE LE INSIDIE DELLA INFORMAZIONE: DALLA PUBBLICITA' AI FINANZIAMENTI

INFORMAZIONE INSTRUMENTUM REGNI/2 ABRUZZO. Si fa presto a capire un concetto lapalissiano: per poter scrivere ed informare correttamente condizione imprescindibile è: essere liberi. Liberi nel senso più ampio da vincoli di ogni genere. Il vincolo più condizionante è quello economico: i soldi ovviamente vincolano.
Detto questo, ogni volta che il giornalista ha un “vincolo” è difficile che questo -in maniera conscia o inconscia- non si ripercuota sulla notizia da lui scritta.
Così l'attuale sistema dell'informazione ha "vincolato" migliaia di giornalisti con diversi sistemi diretti o indiretti. Per esempio un fenomeno nuovo può riguardare i precari che per la loro stessa condizione di disagio non possono essere completamente liberi, la loro debolezza li espone a numerosi rischi.
Ma vi sono anche altri "vincoli" che possono limitare la libertà di informazione.
Il mezzo più di moda è la pubblicità.

FALSA INFORMAZIONE PUBBLICITA' VERA

La pubblicità può essere pagata in vari modi.
A volte costa poco ma sempre a nostre spese.
Per esempio basta un viaggio. Un soggiorno ad una fiera. Una cena al ristorante.
E' il caso di moltissime manifestazioni -di solito mangia e bevi- quelle belle manifestazioni con gli stand pubblici e privati dove non si trova una critica manco a cercarla con la lente di ingrandimento e dove si parla bene sempre di tutti.
C'è per caso qualcuno che paga per servizi giornalistici di quel genere?
C'è qualcuno che controlla e vigila sui possibili conflitti di interesse?
A parte la qualità dell'informazione (che in mancanza di confronto rimane standardizzata) si altera in questo modo persino la concorrenza tra i media che vede sempre premiati i "markettifici" (che incassano di più) e possono contare su risorse preziose.
Il sistema, dunque, paradossalmente premia l'informazione faziosa.
Non è un caso che lo stesso Stato preveda sovvenzioni enormi a giornali di partito pagati per non vendere e per fare informazione faziosa.
Ma anche aiuti pubblici ad imprese private. Un sistema che lega a doppio filo governanti e informazione.

IL GIORNALE E' UNA ASSOCIAZIONE CULTURALE

Per avere soldi pubblici e tirare su una "testata giornalistica" vi sono stratagemmi vari.
Uno di questi è quello di travestire il giornale da "organo della associazione culturale".
In questo caso la presunta associazione riceverà lauti finanziamenti per "fare cultura".
A sfogliare tali organi però tutto si trova tranne la cultura.
C'è qualcuno che ha mai controllato questo ambito?
La risposta è evidentemente no… se le cose continuano come sempre.
Anche in questo caso la concorrenza viene falsata.
Dietro ogni vizio c'è però sempre la politica.
Intesa come una faccia che indica la strada per arrivare a succhiare fondi pubblici per realizzare prodotti che non hanno nulla a che fare con il diritto di cronaca ma molto con la pubblicità.

PUBBLICITA' TRAVESTITA DA ARTICOLO

Con lo sponsor vai tranquillo. Ma lo sponsor è il politico al quale ti affidi, che ti spiana la strada per arrivare a quell'ente pubblico che per una manciata di "markette" concederà volentieri parte del budget pubblico per la "testata amica".
Peccato che di tutto questo il lettore non sappia nulla.
Avvisi che mettano sull'attenti il lettore che si stanno leggendo articoli a pagamento non ve ne sono.
Il lettore beve in un sol sorso l'articolo facendo fede sull'onestà del giornalista che lo scrive.
E invece…
Il massimo è trovare pubblicità belle e buone che fanno diretto riferimento ad un articolo "di cronaca" . Pubblicità elargite sempre grazie all'influenza del politico-sponsor con soldi pubblici senza peraltro badare per esempio alla "visibilità" che si ha in cambio. Chi controlla se quei soldi in pubblicità sono stati spesi bene e dunque sono “serviti” realmente?
Sono o non sono comunque soldi pubblici che dovrebbero essere spesi secondo alcuni criteri precisi e razionali?
Ma la tecnica è utilizzata anche dai privati (imprenditori e ditte) che con la pubblicità possono influenzare il taglio di un articolo, il titolo, una foto, in casi eclatanti (pure accaduti) persino la posizione del giornale su un argomento specifico di particolare interesse pubblico.
Ma più che di informazione in questo caso si parla di onestà…

INFORMAZIONE PRECARIA

Condizionare anche involontariamente l'informazione è semplicissimo.
Basta sovvenzionare testate a gogo e far passare la sovvenzione pubblica come un favore personale del politico di turno perchè quel giornale te ne sarà sempre riconoscente.
Con la scusa del turismo finanziamo il giornale "che bello andarsene a spasso" che troverà sempre il modo di esaltare guarda caso quel politico che poi figura sempre sorridente in gigantografie.
Con la scusa dell’enogastronomia si finanzia il giornale “magna magna” per somministrare agli abruzzesi la solita minestra di come L’Abruzzo vada «forte nel mondo», di come siamo bravi ad esportare… ma continuano a dirlo a noi come se fossimo noi a dover essere convinti.
Vogliamo creare lo spirito di corpo, fare lobby? Bene, allora ci inventiamo una bella rivista "soldi a saldo" dove finalmente si vede l'Abruzzo che produce, i grandi imprenditori che valgono e che raccontano i loro traguardi.
Facce su facce, parole che non dicono nulla e sempre con violini in sottofondo tanto da far venire il dubbio che dietro vi sia dell'altro.
Anche lo sport nasconde le sue belle insidie e a pagare la pubblicità (spesso gli stessi articoli) sono le diverse società o organismi pubblici travestiti da privati.
Sono sempre di più i giornali che sono sorti negli ultimi anni. Il prossimo si chiama: “Un calcio alla notizia”, una rivista fatta di interessi interconnessi che crea cortocircuiti informativi come fosse un organo di partito ma senza scriverlo da nessuna parte. Tanto per pompare qualche manifestazione…
A farsi benedire in ogni caso è sempre la libertà di stampa.
Il risultato sono notizie viziate.
Ma il lettore non lo sa.
Ed è questa la scorrettezza più grande, una scorrettezza che si trasforma in inganno sotto il naso di tutti.
A non accorgersene sono solo i lettori.
Solo per inciso: la legge prevede l'obbligo di segnalare in maniera netta e chiara la pubblicità dalle notizie e non è consentito inserire la "pubblicità" negli articoli confondendoli con la "informazione".
In gergo "markette"… ed il termine non a caso evoca il mercimonio più antico del mondo.

PROFESSIONE UFFICIO STAMPA

Ci sono poi alcuni giornalisti che si dedicano ad un servizio che si chiama "ufficio stampa". Consiste in definitiva nel mantenere rapporti con le testate giornalistiche scrivendo comunicati stampa.
Il giornalista dell'ufficio stampa è pagato dall'ente per il quale lavora.
Gli enti possono essere Comuni, Province, associazioni, partiti e persino singoli politici.
E' uno strumento per dare "visibilità" e comunicare aspetti particolari e sempre positivi.
Si fa presto a capire che l'ufficio stampa della Asl, per esempio, non parlerà mai di disservizi ma solo di soluzioni; così quello del Comune ti parlerà dei successi del sindaco; allo stesso modo l'ufficio stampa del politico X ti informerà sulle attività positive dell'amministratore ma mai su quello che combina in realtà.
Cose per altro (fino a certi limiti) lecite.
Cosa accade però se i giornalisti che svolgono mansioni di uffici stampa (dunque pagati per questo) scrivessero anche per testate giornalistiche?
Siamo davvero sicuri che possano in tutta tranquillità "dare notizie completamente vere"?
E' una cosa che crea problemi.
Se n'è accorto anche il legislatore che infatti ha vietato a chi svolge ufficio stampa di scrivere su giornali.
«Sì ma su argomenti attinenti la sfera di influenza del suo datore di lavoro», sì dirà.
Ma come si fa in Abruzzo a stabilire dove finisce questa influenza?
Se sono l'ufficio stampa di questo consigliere regionale o di quel partito posso scrivere di politica su un giornale? Sarò davvero libero?
Sono davvero credibile? La risposta è sì, a patto che nessuno lo sappia.
Posso scrivere di economia? Siamo davvero sicuri che io, stipendiato da una fazione (che sia politica, culturale, economica, sindacale ecc), potrò essere davvero equidistante sempre in ogni occasione?
Ci sono molti dubbi a riguardo ma che sembrano non sfiorare nessuno, né i giornali che "assoldano" gli addetti stampa, né i diretti interessati che svolgono un lavoro che in realtà non potrebbero fare.
Nemmeno chi sarebbe tenuto al controllo e alla vigilanza fa niente.
Meglio far finta di non sapere.
Ma nell'aia abruzzese è davvero dura.

23/04/2008 9.15

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