Un porto nuovo di secca

Alessandro Biancardi

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Un porto nuovo di secca

Si può costruire un porto alla foce di un fiume e poi dragare ogni anno per combattere l'insabbiamento? Ma il porto di Pescara ha anche accresciuto l'inquinamento, il pericolo per i pescatori e la spesa pubblica.
 

di Alessandro Biancardi


Se fossimo di buon umore potremmo raccontarla come storiella da ombrellone:
di spunti goliardici ce ne sono. Ma la cosa è seria, troppo seria per riderci su e, questo, i pescaresi lo sanno bene. Trovare una vicenda più incredibile, insana e nociva di questa è davvero impresa ardua. Per anni si è pensato di realizzare opere per  stravolgere le leggi della natura ed opporsi alla perseveranza di mare e fiume. Sono stati concepiti così veri e propri sbarramenti (diga e moli) alla foce del Pescara. E chissà per quali miracoli di ingegneria o di fisica il nuovo porto -inaugurato lo scorso 6 giugno- non dovrebbe  insabbiarsi continuamente ad un ritmo molto più elevato del solito.
Che un fiume porti a valle acqua e sedimenti è cosa fin troppo elementare. Che non si possa costringere un fiume e la sua potenza, pure sembra vero nonostante opere ciclopiche. Se, poi, creiamo una “piscina”, chiusa praticamente su ogni lato, il fiume non trova più sbocco e tutti i sedimenti rimangono all’interno di questa enorme vasca. Ora, a Pescara, questo ricettacolo di rifiuti e sostanze inquinanti miste a fango hanno voluto chiamarlo porto. Purtroppo per tutti, questo ha creato -già da oltre tre anni a questa parte- una serie di sconvolgimenti: conseguenze nocive per la costa e per le tasche dei cittadini. Tanto peggio per tutti. Ma siccome non c’è mai fine al peggio il mondo politico è già nuovamente in fermento per riaprire il dibattito sul nuovo porto che verrà. Quello inaugurato pochi giorni fa? Niente affatto, quella «è già roba vecchia, roba d’altri tempi ... di 20 anni fa», dice il nuovo consulente del Comune, professor Rosario Pavia, che in materia ha fervide proposte «per rilanciare sul piano economico e turistico lo scalo pescarese». Ma perchè finora a cosa si è badato?

Dunque, si ricomincia; nuovi miliardi della collettività saranno spesi ufficialmente per «potenziare il porto», in realtà si tenterà di porre rimedio ad uno degli scempi più grossi sotto il naso di tutti. Si comincia con qualche piccolo ritocco proposto dal prof. Pavia alla diga foranea e si continuerà probabilmente nel prossimo futuro. Gli errori andranno per forza di cose eliminati. Ci vorrà tempo ma la strada (sana) purtroppo è questa. E un’opera colossale tanto fuori luogo non ha padri  e, dunque, nemmeno responsabili. Di certo, però, non era difficile prevedere quello che si sta palesando. In molti si sono opposti, illustri studiosi hanno vaticinato ed invocato buon senso e ragione. Fino ad oggi. A scempio ultimato. Una storia di incredibile perseveranza e stupidità ma che ha ben chiari obiettivi ed interessi. E se vedete ruspe, camion che raschiano il fondo o trasportano tonnellate di arenile da una parte all’altra della città non pensate che si stia ponendo rimedio a “fenomeni naturali”.

Di naturale c’è ben poco. Stiamo assistendo semplicemente alle conseguenze dell’opera dell’uomo: a sostenerlo è un esercito di studiosi che si contrappone ad un piccolo drappello che sostiene il contrario. Ed il nuovo porto -costato circa 15 milioni di euro- continuerà ad esigere soldi dei cittadini per porre rimedio al fenomeno di interrimento. Sarà necessario, infatti, dragare ogni anno il fiume, il nuovo bacino portuale e l’ingresso del porto turistico con costi per la collettività enormi (ogni anno la Regione stanzia 800mila euro circa). Il mare si ritirerà sempre più (cosa che sta già facendo per esempio nella zona dei trabocchi), la linea della costa si modificherà, l’inquinamento aumenterà (così come testimoniano i dati dell’Arta). Tutte cose note e sottoscritte da tecnici, architetti ed ingegneri più o meno coinvolti. Oggi, però, siamo di fronte a fatti e non teorie. Sì, ma almeno oggi abbiamo un grande porto dove potranno attraccare grosse navi e l’economia potrà crescere», si potrebbe obiettare. Difficile, molto difficile. Con il porto così strutturato i fondali appena dragati a 6,50 metri non dureranno che pochi mesi e poi le navi più grosse dovranno attendere fuori.


LA GENESI

L’incubo comincia il13 ottobre 1982 quando l’ufficio del Genio civile per le opere marittime di Ancona «presenta due proposte di opere foranee per rendere più riparata ed accessibile l’imboccatura del porto canale». Tali soluzioni sono state sottoposte «ad ulteriori verifiche mediante lo studio di un modello matematico eseguito da docenti universitari». Sulla base di questi elementi, si legge nella primissima relazione tecnica su carta intestata del ministero, «si è provveduto a definire la soluzione finale». Zac è riuscito a scovare il primissimo progetto approvato in consiglio comunale il 19 marzo 1984
(vedi PROGETTO 1). «Le opere da realizzare consistono», si legge ancora nella relazione tecnica, «in una diga foranea esterna (425 metri); prolungamento del molo di levante (150 metri); darsena alla radice del molo di levante per attracco traghetti», lì dove poi sorgerà invece il porto turistico. Importo totale 11miliardi di allora. La relazione è firmata dall’ingegnere capo Giorgio Occhipinti e dal primo dirigente del Genio, Filippo Gambacorta. Tra il 1984 ed il 1986 arrivano due prescrizioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici («dove sedevano moltissime persone che dovevano per forza dire qualcosa pur non conoscendo affatto le problematiche da affrontare», è il commento di un autorevole tecnico).

Il Comune allora commissiona uno studio per «definire la configurazione più efficace» della diga foranea. Studio affidato alla società di Pomezia Estromed per 300milioni. La relazione finale di detta società prescrive una diga più lunga (700 metri), un molo di 300 metri e due banchine esterne al porto turistico, ortogonali tra loro, con sviluppo complessivo di 400 metri (200 metri per banchina) con restanti piazzali per una superficie complessiva di 22.600 mq».
(vedi PROGETTO 2). E’ evidente come tale nuovo studio tenga presente di una nuova e sopraggiunta incombenza: il nascente porto turistico tanto voluto da Gilberto Ferri e avallato dal “grande mediatore” Remo Gaspari. Infatti, il finanziamento viene definito nel 1985 ed in quel periodo arrivano tutte le autorizzazioni per costruire il futuro Marina lì dove oggi sorge. Non potendo opporsi alle lobbies di allora il progetto del nuovo porto commerciale doveva trovare soluzioni diverse. A settembre del 1987 la variante passa. Quello stesso progetto −ancora modificato in piccoli punti nel 2000- ha trovato compimento in questi giorni.

IN PRINCIPIO FU LA DIGA FORANEA

  E’ posizionata con direzione, rispetto alla costa, Sud-Ovest/Nord-Est lunga circa 700 metri e distante circa 400 metri dalla punta dei moli. Costruita alla fine degli anni ’90 doveva permettere un ingresso più agevole a navi e pescherecci al porto canale e proteggere dalle mareggiate le estremità del fiume. Tuttavia la diga foranea, a ben guardarla, non è altro che una mega barriera frangiflutti, uguale alle decine di “sorelle minori” che proteggono la costa pescarese e che hanno permesso l’allungamento della spiaggia. Allo stesso modo anche la diga ha creato un “cono d’ombra” verso riva: una lunga lingua di sabbia dove i fondali sono molto bassi.

E’, infatti, vietata la navigazione nei pressi dell’opera. Dopo un paio di anni dalla sua costruzione, studi di importanti professionisti già azzardavano: «così costruita la diga ostacola la diffusione verso il largo del deflusso fociale, costringendo la dispersione dell’acqua dolce (si legga pure  sedimenti) nella direzione Est-Ovest parallela al litorale. Questa limitazione potrebbe essere accentuata dalla costruzione della nuova banchina in progetto e che, per effetto del suo posizionamento, riduce la possibilità di deflusso verso Est». Anche ai profani l’avvertimento sarebbe sembrato chiaro. Invece tecnici e politici di allora, con in testa l’ex sindaco Carlo Pace, lo ignorarono.

IL COMITATO LUNGIMIRANTE.

Un primo grido di allarme giunge a febbraio del 2000 quando Antonio Spina, un pescatore da molte generazioni, invia una lettera nelle redazioni dei giornali elencando una serie di conseguenze nefaste dell’opera (il nuovo molo di levante) che sarebbe stata cantierabile di lì a poco. Spina smuove gli animi di moltissimi amanti del mare e della costa pescarese, nasce così un comitato che negli anni produrrà tre esposti (andati a vuoto), due convegni di denuncia ed uno di proposta, più una serie di iniziative volte a far desistere il mondo politico dall’attuazione del progetto scellerato del nuovo porto. Tutto inutile. L’incredibile impegno civico di quei cittadini comuni è testimoniato dalla imponente raccolta di documenti conservati nel sito internet www.portodipescara.com e dal quale abbiamo attinto molto materiale. Chi volesse può ancora oggi approfondire l’argomento e farsi una idea chiara dei personaggi coinvolti attraverso i resoconti dei loro dibattiti pubblici e documenti di ogni risma.

IL PROGETTO DEL PORTO DI OGGI

Nella relazione tecnica al disegno del marzo 1987 il Genio Civile opere marittime di Ancona scriveva: «Le opere progettate potranno consentire di ottenere un salto di qualità per il porto di Pescara con i seguenti vantaggi: -rendere operativa e sicura l’attività peschereccia [...]; - rendere sicuro l’ormeggio in banchina [...];
-consentire il mantenimento dei traffici commerciali [...]; - favorire un rilancio del traffico passeggeri [...]. La costruzione delle due banchine esterne consentirà l’ormeggio a traghetti di dimensione maggiore di quello attuale». Molti degli obiettivi sono stati mancati e, oltre alle “prove sul campo”, ne è prova il nuovo studio del Comune sulla nuova variante al piano portuale che in sostanza ripete finalità già trascritte 20 anni prima. Le perplessità maggiori, secondo alcuni tecnici interpellati da Zac, rimangono circa l’imboccatura: per molti troppo angusta e pericolosa e l’attracco alle banchine sarebbe  difficoltoso per la mancanza di spazio. Inoltre, proprio nel nuovo bacino i sedimenti del fiume tenderebbero a depositarsi molto velocemente contribuendo a far salire il fondale oggi dragato a 6,5 metri. Ma quanto potrebbe durare? «Un anno, sei mesi anche di meno», risponde il responsabile del procedimento, l’architetto Raffaele Basso delle Opere marittime di Ancona, «tutto dipende dalle mareggiate, dal fiume e da una serie di fattori imperscrutabili». Volendo essere ottimisti i tecnici stimano una perdita di fondale in 12 mesi variabile dai 50 centimetri ai 70. E’ significativo che l’ultimo lotto (molo di levante) non sia mai stato sottoposto a valutazione di impatto ambientale come denunciato per primo dal consigliere Giovanni Damiani il 9 ottobre 2000.

STUDIO DELL’ARCHITETTO ALBERTO POLACCO.  

 E’ uno fra i maggiori studiosi in materia, ha realizzato i porti più rinomati d’Italia e fu chiamato nel 2000 a studiare il caso Pescara da alcune persone che volevano vederci chiaro. Fra le altre cose, nel suo studio, si legge: «il fenomeno più macroscopico emerso sul sistema dell’avamporto di Pescara, al seguito della costruzione della diga foranea, è quello relativo alla profonda modifica del suo fondale per diffusi interramenti.
Che ciò fosse possibile era ben noto. [...]
Si sono rilevate ampie secche [...],inoltre a ridosso della diga foranea si va formando una barriera d’interrimento con cuspide sempre più ampia verso lo sbocco del fiume Pescara [...]», e poi Polacco concludeva, «ci si chiede fin d’ora quale futuro possa avere il porto di Pescara profondamente condizionato da processi irreversibili di interrimento, che non possono aspirare a sanatorie continuative attraverso il dragaggio alla luce dei condizionamenti sul conferimento a mare e sull’utilizzo a terra: condizionamenti che non  permettono neppure programmi di tradizionale manutenzione». Inoltre la sua relazione evidenziava bene gli effetti immediati sulla costa a nord e a sud (zona Porta Nuova). Il luminare aveva visto giusto ma nessuno volle ascoltarlo: il “porto papocchio” si doveva fare.


CONSEGUENZE: TRABOCCHI IN SECCA

Se i fenomeni di interrimento erano già preoccupanti con la sola costruzione della diga si immagini, dunque, ora con il nuovo braccio di levante. Negli ultimi due anni nella zona dei trabocchi si è creata una spiaggia enorme mai vista prima che ha messo in secca praticamente tutte le palafitte che un tempo servivano per pescare. Situazione tanto preoccupante che ha fatto correre ai ripari il Comune finanziando un’opera di escavazione ciclopica, raschiando il fondo con ruspe e favorendo nuovamente il deflusso del mare verso la costa.
Un’opera che si è sostituita all’attività naturale del mare mutata dopo la
cementificazione. Soldi letteralmente gettati a mare. Quanto dureranno gli effetti della recente escavazione?



INGRESSO PORTO CANALE PERICOLOSO

Il nuovo porto doveva anche “regalare” un ingresso più sicuro ai pescherecci con condizioni meteomarine non ottimali. «Da quando hanno costruito la diga foranea», raccontano alcuni pescatori, «l’ingresso Ovest (quello compreso tra la punta di sinistra della diga e la spiaggia ndr) è impraticabile per via dell’insabbiamento. Il fondale è troppo basso è c’è il rischio di arenarsi. L’ingresso principale (quello oggi costituito dalla punta di destra della diga ed il nuovo molo ndr) invece è pericoloso perchè con vento da nord e mare grosso ci obbliga ad offrire la fiancata alle onde. Inoltre è stretto e non agevole. Le condizioni si sono oltremodo aggravate negli ultimi due anni».

INSABBIAMENTO PORTO TURISTICO

Un contraccolpo non di poco conto ha investito anche l’imboccatura del porto turistico che per una buona metà si è insabbiata pericolosamente provocando anche un paio di incidenti fortunatamente non gravi. I diportisti delle barche più grandi tuttavia si lamentano per i rischi di entrata e uscita. Inoltre il pericolo aumenta per coloro che non conoscono questo aspetto e si arrischiano a chiedere asilo al Marina di Pescara. L’ “ombra” della diga e del nuovo molo si sono allungati anche oltre, verso sud, sottraendo sabbia agli stabilimenti di Porta Nuova e dove la Regione ha inventato il “progetto Ricama” −almeno 5 milioni di euro spesi per il ripascimento e la formazione di “piscine a mare” delimitate da frangiflutti. Uno spettacolo appetibile per i turisti.

L’INQUINAMENTO

Dai controlli eseguiti dall’Arta, nella zona immediatamente adiacente al fiume e diffusi loscorso 17 maggio, emerge che le acque sono profondamente insalubri, oltre che per gli scarichi fognari, anche per la presenza di alcune sostanze chimiche. I valori dell’azoto ammoniacale e del fosforo risultano essere da 5 a 10 volte superiori alla norma; a pochi metri dalla foce gli esami microbiologici hanno registrato la presenza di salmonella e di colibatteri. Sono assai rilevanti i valori di coliformi totali e dei coliformi fecali. Livelli estremamente alti si registrano per gli enterococchi e per gli eschericocchi. Restano così pericolosi e con divieto assoluto di balneazione il tratto di spiaggia che va dal porto fino all'altezza di via Balilla. La motivazione risiederebbe ancora una volta nell’opera dell’uomo che avrebbe impedito lo sfogo del fiume al largo (come si vede nella foto che evidenzia la temperatura dell’acqua). Il vecchio fiume che si spandeva, nei giorni di piena, fino a 3 miglia dalla costa, disegnando un fungo marrone, non esiste più. L’inquinamento che prima si disperdeva in mare, grazie anche alla alta salinità, oggi invece ristagna nei pressi della spiaggia a due passi dagli ombrelloni.


DRAGAGGIO PERPETUO

L’ultimo è quello che dovrebbe concludersi entro giugno. Importo 800 mila euro per dragare una percentuale piuttosto minima di fondali. Tutti contenti? Niente affatto. I pescatori («ormai siamo tutti vecchi e rassegnati») lamentano il grave problema dell’attracco. Infatti, da circa tre anni i sedimenti del fiume si sono accumulati pericolosamente lungo le sponde, proprio lì dove i pescherecci attraccano. Cavi nelle eliche, rotture e difficoltà di manovra. L’altezza in alcuni punti è minore di due metri. Il dragaggio è partito per l’ennesima volta e per l’ennesima volta si asporteranno limo e sabbia soltanto nell’ultimo tratto del porto canale. Ma i fanghi asportati tra breve non potranno più essere scaricati nelle due vasche create alle spalle della nuova banchina. Allora dove si porteranno? Con quali spese? Rigettarli a mare? Sembra improbabile proprio per l’alta concentrazione di sostanze nocive. Come si è ampiamente documentato lo stato delle cose obbliga l’amministrazione comunale a spese fisse annuali se veramente si vuole far in modo di utilizzare questa opera. In dieci anni di dragaggio si spenderà la medesima somma per la costruzione dell’intero porto. Altri soldi gettati a mare.

PRIMA IPOTESI DI VARIANTE (2001)

Allora si corre ai ripari con le varianti. Addirittura in sede di approvazione (2000) la maggioranza approvò con la precisa promessa di «avviare subito le migliorie necessarie in poco tempo», come ammettere qualche errore ma.... Di uno studio si occupò l’Apat, benedetta e rilanciata dall’onorevole Nino Sospiri più volte.
Presentando il progetto, terminato poche settimane fa, il sottosegretario ha parlato di «grande porto che sta crescendo bene», gongolando per il fatto che egli abbia «gettato il seme anche se non potrà raccogliere i frutti». Grande porto ma nello stesso tempo meritevole di emendamenti e ritocchi. Ed, infatti, l’Apat presentò numerose varianti. Eppure Sospiri è stato consigliere (di
maggioranza) per lunghi periodi ma non risulta si sia opposto concretamente alla realizzazione del progetto così come realizzato, e oggi da migliorare. La variante Apat (oggi messa da parte dalla giunta comunale) «prevede  la realizzazione di aperture nella diga foranea, in modo da consentire il necessario ricambio nello specchio portuale, in grado di inibire la formazione della indesiderata corrente rivolta verso la costa nord». Inoltre, il molo di levante sarebbe radicato in corrispondenza del faro verde del porto turistico con conseguente allargamento della banchina di recente realizzazione. Chi pagò lo studio ed il progetto oggi ancora in essere ma ufficiosamente messo da parte dall’attuale amministrazione comunale?

VARIANTE PAVIA (MAGGIO 2005).

E D’Alfonso che cosa poteva fare? Lui ha già praticamente trovato tutto bello e pronto. Poteva contestare apertamente lo scempio e dichiararsi contrario invece di decantare qualità che questa opera non ha. Poteva indicare i responsabili, poteva accaparrarsi molte simpatie e con il suo eloquio aritmetico spiegare perchè il porto -che ha solennemente inaugurato- sarà una sciagura per i pescaresi. Non l’ha fatto. Tuttavia dietro le quinte ed in privato sembrerebbe
conosca molti dei limiti denunciati fin qui da Zac. E proprio per questo anche D’Alfonso sta pensando alla sua bella variante. Ha siglato l’11 dicembre 2003 un accordo per avviare l’iter; ha incaricato l’11 marzo 2004 il professor Rosario Pavia -molto caro al centro sinistra e noto per la proposta della zattera per attraversare il fiume- per studiare un vero piano di rilancio. Ma siccome le cose si fanno per gradi il suo studio, consegnato al Comune, pone, per ora, l’attenzione alle infrastrutture a terra (parcheggi, svincolo dell’asse attrezzato). Poi, tanto per gradire, ha proposto di inclinare verso il largo l’ultimo tratto di diga foranea, per favorire il deflusso del fiume. In realtà nei cassetti Pavia conserva anche un altro mega progetto che finalmente «darà a Pescara un porto degno del ruolo che si appresta a ricoprire». Altri milioni di euro per creare un nuovo molo, questa volta dalla parte dei trabocchi e che circonderebbe persino la diga foranea, creando un nuovo bacino a sinistra del porto canale. Per ora tuttavia questo progetto sarebbe quanto meno intempestivo.
Ma col tempo si sa...

GRAZIE A CHI?

«Non sarà il porto migliore», chiosa l’architetto Raffaele Basso delle Opere marittime e responsabile del procedimento, «ma di sicuro lo abbiamo realizzato con quattro soldi. Il problema vero è che tutti i porti si insabbiano e vanno dragati. Da noi, invece, non esiste questa abitudine». Ma i porti costruiti alla foce dei fiumi si insabbiano di più. Alla inaugurazione tutti gli oratori hanno posto l’accento sulla «urgenza di approvare la nuova variante per inserire quei tasselli che ancora mancano». E così D’Alfonso parla di navi da crociera (la Costa?) probabilmente
ignorando che la morfologia dei fondali ne sconsiglia la navigazione sotto costa e Nino Sospiri malinconico sembra gareggiare con se stesso per attribuirsene i meriti. E così sono ancora tantissime le domande alle quali i nostri amministratori non vogliono rispondere. Nello stesso tempo ci infilano le mani in tasca.

La città ringrazia.


Alessandro Biancardi  (febbraio 2005)