Urbanistica e accordi di programma a Pescara: le tangenti di serie B

Alessandro Biancardi

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LUCIANO D'ALFONSO

LUCIANO D'ALFONSO

PESCARA. Le tangenti non sono tutte uguali e l’inchiesta sui cosiddetti accordi di programma a Pescara tra il 2006 ed il 2007 lo dimostra chiaramente. E’ una inchiesta “monumentale”, decine di faldoni che in oltre quattro anni hanno cambiato molte stanze e padre. Nata come una inchiesta assegnata al sostituto procuratore Aldo Aceto venne poi sviluppata nelle linee teoriche e pratiche dal pool che il titolare aveva chiesto di costituire.

Ad Aceto vennero affiancati poi i pm Pietro Mennini e Giampiero Di Florio. Si vocifera che Aceto prima di andare via nella estate del 2008 avesse sottoposto ai colleghi una richiesta di arresto per D’Alfonso, richiesta però mai controfirmata per ragioni di merito e di metodo. Il gruppo eterogeneo del pool lasciò spazio poi al pm Gennaro Varone al quale i faldoni vennero trasferiti per competenza “logica” poiché da anni nel frattempo aveva iniziato ad indagare su fatti analoghi e connessi con la sua inchiesta Housework che porterà poi all’arresto il 15 dicembre 2008 dell'ex sindaco e del suo braccio destro Guido Dezio. Prima del cambio di pm si era anche pensato ad una archiviazione quasi generalizzata per i molti indagati poiché molti degli accordi non si erano conclusi ed erano poi stati bloccati.

In meno di otto mesi il fascicolo è stato riordinato e chiuso (le indagini erano materialmente finite nel 2007). Attualmente si è nella fase della udienza preliminare (la prima udienza subito saltata a febbraio per difetto di notifica si è tenuta il 27 ottobre 2010). L’iter è ancora lungo prima di arrivare al dibattimento. Nel frattempo però è stata scongiurata la riunione dei due maxi procedimenti che hanno al centro la figura di D’Alfonso e che avrebbe reso difficilmente gestibile il processo. Dunque due strade separate e parallele.

L’inchiesta sugli accordi di programma, tuttavia, nonostante numerosi problemi di vario genere sarebbe riuscita ad accertare una serie di versamenti che la procura chiama tangenti incassate da una serie di consiglieri in carica nel D’Alfonso bis.

Uno snodo fondamentale che darà una svolta decisiva e affosserà inevitabilmente l’inchiesta sarà una fuga di notizie che di fatto farà tirare il freno a mano alla giunta D’Alfonso lanciata a forte velocità sull’autostrada degli accordi di programma con i più disparati imprenditori della zona.

Niente più accordi e inchiesta gravemente inficiata ma non perduta del tutto.

La squadra Mobile diretta da Nicola Zupo, che aveva già indagato sul sistema Montesilvano ora cercava di far luce su quello pescarese, prima di quella fuga di notizie era riuscita comunque a mettere al sicuro una serie di prove che ora il gup dovrà valutare e decidere se possano essere sufficienti per affrontare il dibattimento.

Una inchiesta come si diceva monumentale chiusa mesi fa e tutta basata su un rapporto della polizia di oltre mille pagine nelle quali si ricostruisce la storia amministrativa degli accordi di programma e si tracciano le caratteristiche dei personaggi che entrano in scena. Moltissime le conversazioni telefoniche che chiariscono il quadro di riferimento.

Tra queste alcune mai trascritte con giornalisti locali sui quali –secondo la Procura- D’Alfonso avrebbe avuto grande influenza al punto da condizionare l’informazione.

GLI INDAGATI

Tra gli indagati che rischiano ora il processo vi sono 20 persone, sfrondate dalle originarie 52, alcune uscite di scena (come l’attuale presidente della Provincia di Pescara, Guerino Testa, che in una conversazione telefonica assicurava di poter falsificare una firma su una tessera di partito), altre invece sono state oggetto di stralci (come la vicenda della casa di Manoppello oggetto di sequestro nella inchiesta Housework oppure le vicende che riguardano il sindaco di San Giovanni Teatino, Verino Caldarelli).

Tra gli indagati figurano oltre D’Alfonso e Dezio anche l’attuale presidente del consiglio comunale (di centrodestra), Licio Di Biase, e i consiglieri comunali Vincenzo Dogali e Giuseppe Bruno. «Non ho fatto né ricevuto favori da alcuno», si è sempre difeso, invece Dogali. Tra gli indagati anche il dirigente comunale Gaetano Silverii. Indagati anche i costruttori Aldo Primavera, Lorenzo Di Properzio, Michele D'Andrea, Dino e Giovanni Di Vincenzo, Lamante, Chiavaroli, Sciarra.

LE PROVE

L’inchiesta si basa su una incredibile mole di intercettazioni telefoniche che sono servite per delineare un quadro molto complesso di intrecci ed interessi ma che sono servite essenzialmente per individuare la copiosa documentazione da sequestrare.

Gli inquirenti hanno però dovuto ravvisare la scarsa utilità nei confronti dell’allora sindaco D’Alfonso particolarmente attento a non parlare mai ai suoi telefoni preferendo utilizzare quelli degli interlocutori più prossimi o meglio incontri all’aperto o in luoghi sicuri.

Proprio questi accorgimenti proverebbero, secondo gli inquirenti, «oltre alla propria scarsa onestà, anche il fatto di essere a conoscenza di una serie di illeciti commessi dai suoi alleati e collaboratori e di far parte di un’organizzazione criminale, all’interno della quale certamente ricopre una posizione verticistica».

«L’incantatore di serpenti» come veniva definito da alcuni nelle intercettazioni telefoniche D’Alfonso, riuscì a sfruttare a suo vantaggio la notizia delle intercettazioni anche per indirizzare gli organi di stampa «ed in particolar modo “il Centro”», verso una pista che non creasse indignazione nella pubblica opinione, sfruttando il “particolare” rapporto di amicizia con un giornalista.

Dalle indagini però emergerebbe una presunta organizzazione criminale di cui esisterebbero tanti piccoli satelliti che, per piccole vicende di non particolare pregnanza, riescono anche ad operare per loro conto, ma in cui gli scopi che ci si prefigge sono essenzialmente duplici: profitto personale in termini economici e soprattutto la carriera politica.

La corruzione pure diffusissima non si tradurrebbe però sempre in benefici economici diretti ma a volte si sarebbe preferita la cessione di locali per instaurare una sede elettorale o regalie varie (computer, televisori, ecc.).

Così gli imprenditori pagano e pagano in diverse forme per ottenere benefici maggiori ma non dovuti e, dunque, per questo illeciti.  In cambio gli stessi imprenditori si attendono, pretendono ed ottengono strade preferenziali nelle loro pratiche edilizie attraverso gli accordi di programmi nei quali il Comune di solito perde ed il privato di solito vince.

L’indagine ha, infatti, dimostrato l’esistenza di un vasto fenomeno corruttivo che ha un unico comune denominatore, i palazzinari.

Gli imprenditori dediti all’edilizia avrebbero creato all’epoca delle indagini un vero e proprio «partito trasversale», che «non si fa problema alcuno nel corrompere con regalie di ogni genere ed entità il politico ed il dirigente di turno, pur di ottenere ciò che viene richiesto», si legge nelle carte dell’inchiesta. Tangenti presunte di piccolo taglio giustificate anche da fatture.

Tra queste rientrano moltissime spese per “pubblicità” su un giornale dell’attuale presidente del consiglio comunale, Licio Di Biase, che la procura ritiene vere e proprie tangenti poiché sarebbe riuscita a provare l’accordo di scambio relativo alle pratiche edilizie.

«L’intera gestione urbanistico–edilizia del Comune di Pescara», scrive il pm, «è apparsa chiaramente asservita, in maniera sistematica, non già all’interesse pubblico, ma allo scambio di interessi economici tra amministratori e tecnici comunali, da un lato, ed un gruppo ben introdotto di imprenditori, dall’altro. Interessi economici e di carriera politica che il furbo D’Alfonso ha cercato di tenere in piedi con la pesante attività d’inquinamento probatorio».

D’ALFONSO E LA CHIACCHIERA DURANTE LE PERQUISIZIONI

In una delle tante perquisizioni della polizia nella stanza di Dezio, D’Alfonso pronunciò una serie di frasi che vennero poi registrate e che per gli inquirenti suonano più come una confessione che come una giustificazione (come voleva essere).

D’Alfonso:«io sono stato aiutato in ogni campagna elettorale anche economicamente dagli imprenditori, anche perchè mio padre...è una famiglia umilissima ..io ho un buon reddito ma non mi posso permettere di spendere il mio reddito per fare la campagna elettorale, non sono un ipocrita che dice mi finanzio la campagna ….non c'è un imprenditore, e lei li può intervistare...le faccio dei nomi, da Walter Tosto a Carlo Toto a Dino Di Vincenzo, anche a quei ciclopi di Montesilvano anche per vostro approfondimento....che magari avendomi aiutato negli anni precedenti quando ero alla Provincia o ..inc....candidato alla Regione che possano dire, dunque si è abbassata la soglia di autonomia».

Anche queste indagini, come quelle successive di un anno dell’inchiesta Housework avrebbero certificato una serie di utilità come viaggi e crociere pagate da imprenditori al primo cittadino di allora.

Fu sempre questa inchiesta ad accertare per prima che i lavori svolti a casa D’Alfonso (poi sequestrata) vennero svolti dalla ditta “Eredi Cardinale”, di Cardinale Rosario, «a prezzi di favore» ed in cambio ricevendo una serie di affidamenti diretti dal Comune di Pescara, lavori che prima la ditta non aveva mai ricevuto. Fu questa inchiesta ad individuar per prima in Dezio il factotum di D’Alfonso ma anche colui che si occupava di recuperare materialmente contributi o tangenti («… e certo, mica tutti possono permettersi un Guido Dezio che prima o poi lo schiaffano in galera e buttano le chiavi dentro al fiume....», dice per esempio Licio Di Biase con ottime doti di preveggenza dimostrando di sapere e di aver capito molto degli affari che si facevano in Comune.

IL “CARTELLO”: STOP ALL’INTERESSE PUBBLICO

Per gli inquirenti si sarebbe creato un vero e proprio cartello.

Le imprese, quelle “amiche”, hanno potuto innalzare in maniera esponenziale, ai massimi livelli, i propri profitti per svariati milioni di euro, mentre i politici a cui hanno fatto riferimento certi imprenditori, avrebbero ottenuto in cambio denaro (per loro stessi e per finanziare le campagne elettorali) ed il sostegno elettorale, consistente però in quello che viene definito «voto di scambio». I dirigenti comunali, che hanno una funzione fondamentale nell’apparato amministrativo e senza i quali non sarebbe possibile approvare alcun accordo di programma, hanno ottenuto incarichi professionali (talvolta presso altri comuni limitrofi e contigui per interessi a quello di Pescara) per decine di migliaia di euro l’anno, sostiene la procura, con l’aggiunta di denaro proveniente dall’applicazione del 5 per mille sui programmi complessi convenzionati, quale vero stimolo per l’azione dell’Ufficio.

Gli attori principali per la procura sono, oltre D’Alfonso, Vincenzo Dogali, eletto consigliere comunale nelle liste di Forza Italia, immediatamente dopo l’insediamento della giunta di D’Alfonso, passò alla Margherita, potendo così ricoprire la carica di presidente della Commissione Urbanistica, attraverso la quale venivano ratificati tutti gli accordi di programma presi in esame. Prima che le proposte giungessero in commissione per essere esaminate, un dirigente del settore urbanistica provvedeva ad analizzare la documentazione prodotta ed a redigere la relazione illustrativa da sottoporre alla citata commissione. In tale ambito la figura di Gaetano Silverii sarebbe quella centrale, classificatosi al secondo posto nel concorso pubblico vinto da Dezio (concorso che un’altra inchiesta sospetta viziato).

«E' dimostrabile», sostiene l'accusa, che il dirigente «sia stato 'piazzato' da D'Alfonso nel settore strategico di suo interesse, perchè attuasse un patto illecito con gli imprenditori disposti a finanziarlo» Sempre Silveri, sostengono gli inquirenti, poteva chiedere spiegazioni e dare indicazioni «a un suo superiore gerarchico perchè difendeva la volontà del sindaco».

Storie vecchie che hanno caratterizzato l’epoca D’Alfonso. Storie di presunte tangenti di serie B ma sempre attuali vista anche la presenza di diversi attori ancora all’opera.

Eppure dopo le anticipazioni di PrimaDaNoi.it (oltre tre anni dopo i fatti...) non si è registrato alcun commento da parte di alcun esponente politico dimostrando così che nessuno ha avuto interesse a mettersi contro il “vecchio cartello”. Una storia simile (sempre rivelazioni di atti delle inchieste e stesso silenzio) si era registrato un’altra volta. Oltre quattro anni fa.

Alessandro Biancardi 26/10/2010 14.29