VERGOGNA SENZA FINE

Il potabilizzatore di Chieti: storia di una incompiuta burocratica

Alessandro Biancardi

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   Il potabilizzatore di Chieti: storia di una incompiuta burocratica

 

L’INCHIESTA. CHIETI. La storia del potabilizzatore in contrada San Martino di Chieti è sicuramente emblematica sotto vari aspetti. Potrebbe essere uno degli esempi più lampanti della pessima burocrazia che genera, da una parte, il buco nero della spesa di soldi pubblici che non trova fine e, dall'altra, invece, vere e proprie incompiute costate milioni di euro che non servono a nulla.
Ma questa storia è ancora più paradossale (se si può): nel nostro caso, infatti, possiamo parlare di una vera e propria “incompiuta burocratica”, nel senso che le strutture fisiche dell'opera ci sono tutte ma non possono funzionare “per legge”.
Mancano due autorizzazioni che da oltre 20 anni non arrivano.
Perchè succede tutto questo?
E' la domanda da 1 milione di dollari che la maggior parte dei cittadini vorrebbe poter fare ai loro amministratori ma che prevede una risposta molto articolata e complessa. 
Il fatto acclarato è che non ci troviamo di fronte nè ad enti virtuosi nè a virtuosi uomini di politica.
Questa storia è esemplificativa anche di un cancro insito e nascosto nelle nostre istituzioni che sono capaci di farsi la guerra non solo quando a "parlare" sono enti di diverso colore politico ma persino dello stesso colore, a volte persino dello stesso partito ma di correnti differenti.
E poi sono gli uomini che come sempre fanno la differenza: invidie, dissapori, vendette e prevaricazioni spesso sono azioni che prevedono l'ostruzionismo "a prescindere", giocato sui tavoli tecnici e sui cavilli della legge per rendere la vita difficile al "nemico" titolare dell'ente richiedente di questo o quel documento, autorizzazione o concessione.
Un mondo difficile fatto di botte e risposte diluite in 40 anni di inerzia amministrativa.
Oggi a richiedere le autorizzazioni sono Aca (Ds) e Ato (Margherita) alla Regione di Del Turco e Mazzocca (uno dei documenti dovrebbe rilasciarlo il dipartimento di sanità).



A CHE SERVE UN POTABILIZZATORE?

L'idea di creare fonti alternative di acqua potabile e scongiurare eventuali crisi idriche che potrebbero danneggiare sia l'agricoltura che la popolazione civile è uno stimolo vecchio.
Infatti, la storia del potabilizzatore di Chieti inizia nel lontano 1960 quando l'allora Cassa del Mezzogiorno ipotizzò una vasca di derivazione di carico della vicina centrale dell'Enel, in località San Martino. 
Uno studio riporta l'analisi e il controllo circa la possibilità materiale di utilizzare l'acqua del fiume Pescara a scopo potabile ed è della metà degli anni '60.
Insomma, l'idea era semplice e geniale: le sorgenti si abbassano sempre più e nelle stagioni particolarmente secche la risorsa sarebbe arrivata dal fiume. 
Il Pescara, il corso d'acqua un tempo incontaminato, oggi tanto in pericolo e insozzato da richiedere l'intervento di un commissario straordinario che può operare in deroga ad ogni legge amministrativa (evitare gli appalti per esempio).
Magari non è proprio il momento più adatto per parlare di acqua da bere presa dal fiume... 
Oggi talmente insozzato di sostanze chimiche e di scarichi abusivi da scatenare veementi proteste (cicliche) di associazioni che si oppongono allo sfruttamento di quell'acqua per uso potabile.
Certo, quando tutto è cominciato non si sapeva della discarica di Bussi, nè dei veleni delle falde, nè della contaminazione di una vasta area che comprende anche il Tirino (che confluisce nel Pescara).
Cose che si sono scoperte solo in seguito ma che i tecnici dell’Ato assicurano non sarebbero elementi di disturbo per il normale utilizzo.
Ma il grande aiuto del potabilizzatore potrebbe esserci soprattutto in condizioni normali, perchè dovrebbe soddisfare quella richiesta di acqua per tutte quelle categorie imprenditoriali che ne utilizzano in grandi quantità, in modo da non sottrarre quella "pura" dell'acquedotto pubblico.
Così dopo gli studi del caso, la Cassa del Mezzogiorno l'11 settembre 1970 inoltrò una formale richiesta di finanziamento al ministero dei Lavori Pubblici per finanziare l'opera. 


Ma una istruttoria formale nei palazzi romani non ebbe mai inizio.
Forse era un segnale del destino che, tuttavia, non venne interpretato correttamente.
Così la Cassa continuò a prevedere nei suoi strumenti di programmazione l'utilizzo del potabilizzatore di San Martino «per l'integrazione dei fabbisogni idrici della Val Pescara» come risorsa alternativa alle fonti di montagna per una portata di «circa 2000 litri al secondo».
Gli anni passano troppo in fretta per la burocrazia della prima Repubblica e così si arriva spediti al 1994 quando l'allora giunta regionale con la delibera 6617 del 15 dicembre prevedeva «l'utilizzo delle acque potabilizzate con portata superiore ai 3mila litri con sorgenti in magra all'anno 2016».
Solo in occasione dell'emergenza idrica verificatasi in Abruzzo fra l'89 e il 90, fu realizzato un potabilizzatore “di emergenza” «in derivazione dalle vasche di carico Enel» che però era capace di fornire una portata di appena 100 litri al secondo (e non 2mila come si era previsto in precedenza), acqua che poi doveva essere convogliata nell'acquedotto Giardino.
I fondi per il ”Pot100” , un importo di 1.650.000.000 di lire (circa  850.000 euro), furono forniti dall'ufficio del ministro per il coordinamento la Protezione civile nel 1990.
Il potabilizzatore fu realizzato utilizzando le provvidenze della Protezione civile in tempi brevissimi e in un brevissimo lasso di tempo furono condotte tutte le analisi chimico e batteriologiche.
Il Pot100, così viene chiamato, non fu utilizzato per l'integrazione idrica in quanto non si verificò un'emergenza assoluta quale quella che si prospettava all'epoca dell'ordinanza.
Le apparecchiature sono state comunque periodicamente messe in esercizio per un eventuale utilizzo e tuttora viene periodicamente attivato, aspettando la grande emergenza.
Questo ovviamente comporta, oltre alla spesa del capitale iniziale per la costruzione, anche quella per la manutenzione e la messa in esercizio periodica delle pompe.
Ricapitolando intorno al 1995 fu costruito il primo potabilizzatore (mini, solo 100 litri al secondo) in tutta fretta per le eventuali emergenze, scavalcando la procedura iniziata nel 1960 per un impianto ben più potente. 


IL TRATTAMENTO DELLE ACQUE
L'impianto viene definito «a ciclo completo» per cui le acque da trattare sono sottoposte a «microfiltrazione, preclorazione, flocculazione con policloruro di Alluminio, filtrazione con filtri misti di sabbia e carbone attivo e clorazione finale».
Insomma, un delicato e complesso procedimento di trattamento che dovrebbe purificare l’acqua del fiume. Un processo che è monitorato in tempo reale e controllato da centraline e dalla perizia dell’uomo con continui prelievi e analisi.


ARRIVA IL POT 500

Nel frattempo è stato poi attivato il progetto denominato ABR04 relativo ad un altro potabilizzatore con portata di 500 litri al secondo ma con una struttura diversa, più aggiornata, modulare, per essere adeguato e ampliato per fabbisogni successivi.
Questo progetto è stato finanziato dal ministero dei Lavori Pubblici e realizzato con una conduzione dei lavori da parte dell'Aca.
Quest'ultimo impianto è stato terminato nel 2005. 
Anche su questo impianto sono stati effettuati diversi accertamenti per la potabilità che sarebbero sempre rispondenti alle norme.
Dal punto di vista del processo di purificazione la linea acque 
prevede «un accumulo e prima sedimentazione- predisinfezione a biossido di cloro e ipoclorito di sodio» fino al processo che poi culmina con una «filtrazione lenta e attraverso un manto di sabbia e ghiaia».
Questo impianto è destinato ad alimentare in futuro una rete duale già in parte realizzata a servizio di grandi aziende che pur richiedendo acqua potabile possono utilizzare un liquido con caratteristiche inferiori.
Si pensi e tutte quelle imprese che nel loro ciclo di produzione hanno bisogno di abbondanti quantità come mercati, impianti sportivi, stabilimenti balneari, centri commerciali, stazioni ferroviarie.
L’Ente d'Ambito pescarese (Ato4) tuttavia assicura che queste acque potabili possono essere utilizzate in caso di emergenza anche per integrare la rete urbana poichè sono già stati predisposti i collegamenti necessari con gli acquedotti.
Dunque, questo secondo potabilizzatore anch'esso ultimato non è comunque stato utile nella recente crisi idrica di agosto e settembre scorsi.
Tutto pronto, bastava solo aprire una saracinesca per poter immettere acqua nella rete. Tutto questo però non è accaduto.
Perchè?


LE OMISSIONI DELLA REGIONE
Le ragioni del mancato utilizzo del potabilizzatore possono essere riassunte e semplificate nella mancata classificazione delle acque del fiume Pescara da parte della Regione. Un atto dovuto e imposto dalle complesse norme in materia di acqua potabile.
Tale incombenza è delegata alla direzione sanità, Servizio prevenzione collettiva che risponde politicamente all'assessore Bernardo Mazzocca.
Questo documento -condizione necessaria imprescindibile- è stato richiesto a partire dal 2001 dall'Aca almeno otto volte, con note ufficiali, tutte protocollate e inserite nell'ampio voluminoso carteggio che ricostruisce la storia amministrativa.
Dunque, la società che gestisce il sistema idrico integrato e l'Ente d'ambito hanno sollecitato più di una volta all'anno la Regione ma nemmeno le ultime emergenze hanno fatto avviare la procedura ufficiale per la classificazione delle acque.
Intanto, si è passati a certificare il prodotto della purificazione per cui «il complesso delle acque di questo impianto risulta migliore di tanti altri di impianti simili da tempo in esercizio in altre zone d'Italia, com'è il caso delle pompe di filtraggio sul lago Trasimeno».









ALTRO FINANZIAMENTO DI 700MILA EURO
Nonostante la piena potabilità dell'acqua filtrata, così come testimoniano i documenti prodotti dall'Ato4, e in considerazione delle notizie che giungevano da Bussi, lo stesso ente d'ambito avanzò alla giunta regionale una richiesta di finanziamento ulteriori di 700.000 euro per acquistare tre gruppi filtranti a carbone attivo del tipo già installati nel campo pozzi di Bussi.
«Si chiede l'erogazione di un contributo straordinario da parte della regione Abruzzo considerando che l'attivazione del potabilizzatore è indispensabile per scongiurare la crisi idrica derivante dalla siccità in atto» scriveva il presidente Giorgio D'Ambrosio.


MANCATA AUTORIZZAZIONE ALLA DERIVAZIONE DELLE ACQUE
E la burocrazia si mette di traverso con una ulteriore autorizzazione che non è mai partita.
Così la prima richiesta del 1970 presentata al ministero per avere una autorizzazione alla derivazione delle acque è rimasta senza esito.
Successivamente nel 1996 fu il consorzio di bonifica Alento destra Pescara a presentare una richiesta ufficiale di derivazione. L'atto era necessario per poter utilizzare l'acqua del fiume.
Anche in questo caso veniva definito l'utilizzo a scopo potabile di cinque unità provenienti dalla portata disponibile del consorzio di bonifica.
Nel 1998 la giunta regionale aveva espresso parere favorevole all'accoglienza da parte dell'autorità statale alla definizione della domanda del consorzio.
All'epoca la richiesta era stata inoltrata al ministero dei Lavori Pubblici che era competente per materia. Successivamente tuttavia la legge è stata modificata e ad occuparsi di tali questioni divennero competenti invece le Regioni.
Della pratica però non si è avuta più notizia e così il faldone dalle stanze romane doveva raggiungere quelle aquilane. Cosa che non è mai avvenuta.
L'ultimo documento della lunga ricostruzione è datato 7 maggio 2007 ed è una missiva che dal Genio civile della Regione è stato inviato all'Ato4 nella quale si eccepiscono alcuni cavilli procedurali che di fatto ritardano e impediscono la veloce soluzione del problema che si trascina da moltissimi anni.
Per l'utilizzo umano dell'acqua la Regione mette il luce che preliminarmente occorre il parere della Asl che analizzi e classifichi il liquido.
Ma bisognerà sempre trovarsi sempre e solo in condizioni di provata emergenza.
A tutto questo, sempre la Regione, subordina una fase di sperimentazione di 24 mesi.
Una trovata che arriva a decenni dell'inizio di questa storia e ne procrastina definitivamente la soluzione.
«Noi abbiamo fatto tutto il possibile »,dicono dall'Ato, «ma contro la burocrazia nulla possiamo. Quello della Regione non ci pare un comportamento volto alla risoluzione del problema ma sembra più vicino all'ostruzionismo». 
A tutt'oggi dunque l'Ato è ancora in attesa di una ordinanza che possa sbloccare definitivamente l'utilizzo di quell'acqua in caso di emergenza.

Alessandro Biancardi 06/11/2007 10.24