LO SCANDALO

Caso Ramoser-Merker, la bufala era riconoscibile: banche troppo distratte?

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp 328 3290550

Letture:

26049

Caso Ramoser-Merker, la bufala era riconoscibile: banche troppo distratte?

Stabilimento Merker

LA NOSTRA INCHIESTA. TOCCO DA CASAURIA. Una delle più importanti operazioni finanziarie del Centro-sud Italia che si è trasformata invece in un incubo per moltissimi dipendenti, per le banche, qualche imprenditore. Ecco il documento che ha convinto le banche a fornire complessivamente oltre 150 miliardi di lire.

 Dall'incubo e dai misteri è poi nata una maxi inchiesta della Procura di Pescara con circa 44 indagati, di cui il più eccellente rimane Giampiero Catone, parlamentare della Democrazia per le Autonomie. Inchiesta che sarebbe già approdata −nel quasi totale silenzio- al rinvio a giudizio. Qualcuno parla di “truffa alle banche” in realtà le cose potrebbero stare diversamente. E anche se l’argomento risale a molti anni fa è sicuro che i suoi effetti si pagano ancora oggi.

"L’AFFARE DEL SECOLO"

L'affare Merker pareva l'affare del secolo. 
Era l'opportunità da non perdere che avrebbe dato una bella boccata d'ossigeno ad un Abruzzo in perenne crisi occupazionale, che avrebbe messo in piedi una nuova azienda nata «dalla consapevolezza che non esistono a livello europee aziende del genere» e offerto 270 nuovi posti di lavoro. Così veniva presentata e pompata dai media di allora.
Una operazione che alle idee -presentate con grande enfasi- poteva aggiungere gli sponsor ad altissimo livello di tipo imprenditoriale-finanziario, ma soprattutto politico (particolare affatto trascurabile).
L'idea era quella di progettare e costruire allestimenti per veicoli
industriali: rimorchi, semirimorchi, ribaltabili, porcoils, portacontainer, cassoni in acciaio e in alluminio.
PrimaDaNoi.it è entrato in possesso della pratica completa di affidamento di uno dei tanti istituti di credito che all'epoca, su invito della Carichieti e del suo direttore generale Francesco Di Tizio (ancora al suo posto) partecipò al pool per il finanziamento alla Merker di circa 150 miliardi di vecchie lire.
Oggi la Merker sembra risorta dopo l’acquisizione del gruppo Margheritelli che annuncia continui incrementi di fatturato e che dunque nulla ha a che fare con quanto riferiremo.

TRUFFA O DISTRAZIONE DELLE BANCHE?

Più volte, parlando del grande scandalo che però sembrerebbe aver avuto conseguenze molto contenute rispetto al buco di debiti accumulati, si è parlato di "truffa ai danni delle banche", consuntivo non proprio azzeccato per una vicenda che mostra ancora oggi molti lati oscuri e di cui nessuno vuole parlare .
Tra una mole ingente di dati fatti recapitare in redazione −numeri, cifre, valutazioni, fidi, debiti, bilanci- saltano all'occhio le contraddizioni di una operazione che è poi miseramente fallita.
E ci si domanda se non fosse già evidente dalle carte che quella mega operazione finanziaria non potesse stare in piedi. E se così fosse perchè moltissimi istituti di credito anche importanti vi hanno partecipato comunque?
Occorre appena ricordare come gli anni in cui si sviluppa la vicenda dal 2001 fino al 2004 sono gli anni che vedono al vertice dell’organo di controllo centrale delle
banche (la Banca d’Italia) il governatore Fazio, poi costretto a dimettersi per i numerosi scandali che lo hanno coinvolto.

CARICHIETI, CAPOFILA DI UN POOL DI BANCHE

E' fine novembre del 2001 quando la Merker Yshima presenta il suo nuovo progetto. Per avviare tutto ha bisogno di un finanziamento: 150 miliardi di vecchie lire.
Lo stabilimento di Tocco da Casauria, che insiste su un'area di circa 170.000 metri quadrati, copre una superficie di 60.000 metri quadrati, ed è stato progettato e realizzato «con l'obiettivo di trasferire tecnologie e metodologie proprie del settore automotive ad un settore tradizionalmente caratterizzato da produzioni quasi artigianali ed altamente frammentato».
Nasce così un pool di banche disposto a sottoscrivere l'operazione.
Banca capofila è la Carichieti... e qui si potrebbe accendere già una prima lampadina. 
Una operazione da 150 miliardi di vecchie lire, il più grosso investimento del mezzogiorno, ha come capofila una banca locale come la Carichieti?
E dove sono, invece, le banche importanti, italiane o estere?
Sembrerebbe che nessuno se lo sia domandato in tutti questi anni.
Fatto sta che al pool partecipano Rolo Banca, Banco Napoli, Credito Italiano, Mediocredito Lombardo, Bnl, Mediocredito Toscano, Banca Toscana e Carispaq.

«BANCHE TRUFFATE»

Oggi si parla di istituti di credito truffati per definire quelle banche che hanno prestato i soldi all'azienda di Tocco da Casauria, ovvero quelle banche trascinate in errore con perdite pesantissime finite tutte nel conto economico dei singoli istituti senza recuperare al momento nemmeno un euro.
Dunque, ancora oggi quelle perdite dovrebbero essere, almeno in parte, ancora visibili, per qualcuna di queste invece alla voce “entrate” sono stati inscritti gli incassi delle vendite di alcuni "gioielli di famiglia". 
Ma è lecito parlare di truffa? E poi truffate da chi?
Sta di fatto che tutti i partecipanti al pool sono stati coordinati dalla banca capofila che ha materialmente stilato la proposta e chiarito eventuali dubbi.
La Carichieti, di fatto, era l'unica autorizzata ad avere rapporti con il cliente.

LA PROPOSTA DI FIDO

E' su questa che si è basato il consenso o il rifiuto dei vari istituti di credito che hanno deciso di appoggiare o rifiutare quello che nei fatti era un vero e proprio invito della Cassa di Risparmio di Chieti.
E' qui che la Carichieti aveva spiegato il progetto.
E' qui che oggi (seppure con il vantaggio degli eventi) a rileggere tutto con attenzione, saltano all'occhio alcune mancanze: dati essenziali che avrebbero dato certezze sul futuro di una azienda appena nata che stava chiedendo un prestito di 150 miliardi di vecchie lire.
Si parla di rimorchi, ribaltabili, container ma non ci sono indagini di mercato, previsioni di capacità di sviluppo. 
Si stava di fatto chiedendo una somma ingente per fabbricare attrezzature ma nessuno stava spiegando il reale utilizzo.
Molto generali anche le previsioni: «si punta al mercato francese», si legge senza troppi particolari, e c'erano «scelte in corso di definizioni» anche «per la Spagna, la Gran Bretagna e i paesi del bacino Mediterranei e dell'Est Europa»...di più non è dato sapere.
In questi casi vengono presentati business plan molto articolati anche di cento pagine per spiegare nei dettagli ogni minimo aspetto della impresa per fugare e sviscerare i molteplici rischi.
Nel caso della Merker, invece, sono bastate meno di venti pagine.
Così se è vero che oggi è facile "fare le pulci" ad un documento così particolare dopo la chiusura delle indagini della Procura è anche vero che sono stati molti in questi anni a tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo e per aver rifiutato quell'invito.

UN COMMERCIALISTA CON PIENI POTERI

Non tutti avrebbero poi notato la particolarità contenuta nella documentazione in cui si spiegava che «tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione in materia finanziaria» fossero stati affidati ad un commercialista di Pescara» (Marino Alessandrini, che figura oggi tra i 44 indagati).
Alessandrini, come spiega la relazione stessa della Carichieti, era anche il principale interlocutore della capofila stessa. 
E qui una nuova lampadina che forse si doveva accendere: come mai una operazione da 150 miliardi di vecchie lire ed il grosso del lavoro vengono gestiti da un commercialista con poteri totali quando di solito vengono individuati figure maggiormente qualificate e manager di provata esperienza?
Per quanto riguarda il resto del cda nessun nome noto dell'economia italiana o locale che avesse deciso di sposare il progetto, ma una serie di personaggi non ben caratterizzati dalla relazione fornita dalla Carichieti.
Tra questi Klaus Schmidt, Piergiorgio Peirolo, Ruth Salerno, Christian Binot. 
Per l'organigramma interno della società, invece, figurava una mole ingente di ex responsabili del personale del gruppo Pilkington, ex responsabili «provenienti dal mondo Fiat», «ex amministratore delegato Iveco Pegaso», «ex Allied Signal».
Dei loro trascorsi lavorativi, però, poche parole. 
Infatti non si chiariscono i motivi per cui fossero "ex" (licenziati? Estromessi?
Andati via spontaneamente?). Per la "qualità del management" viene fornita poi la definizione "alta".
Ma il "curriculum" più veloce del secolo è quello che la capofila proponeva su un certo Gianfranco Ramoser.
Per lui nelle 17 pagine di relazione per i partecipanti al pool sono state riservato ben 5 parole: «nominativo di altissimo livello professionale».
Punto. Finito. Tutto qui.
Quello che la Carichieti sapeva di Ramoser, il responsabile dell'intero progetto, era «nominativo di altissimo livello professionale»?
Le banche, indirizzate dalla capofila del pool, hanno scoperto così che Ramoser doveva essere una persona di sicuro affidabile.
La banca promotrice, però, aveva dimenticato di scrivere che Ramoser negli anni Novanta era stato già condannato in Germania a 18 mesi di carcere e che ne aveva scontati altrettanti di carcere preventivo.
Condanne con pena patteggiata in Svizzera, in Francia e in Germania, tutte riconducibili al medesimo “affare Trossingen”.
Di tutto questo però la Carichieti evidentemente non aveva saputo nulla e nemmeno si era informata altrimenti avrebbe avuto l'obbligo di comunicarlo agli altri istituti di credito.

LA CARICHIETI SOPPORTA I MAGGIORI DANNI

La perdita maggiore, a conti fatti, l'avrebbe subita proprio la Carichieti che, tra la quota del pool (di circa 40 miliardi di lire) più i fidi a breve di 10 miliardi (scoperto di conto corrente, anticipi su fatture, sconto di portafoglio) avrebbe totalizzato un buco di oltre 50 miliardi di vecchie lire, 25milioni di euro, che avrebbe intaccato pesantemente il patrimonio dell'Istituto teatino (circa 1/3 dell'intero patrimonio della banca).
Nonostante gli strascichi dei debiti, del danno di immagine, della inchiesta penale alla Carichieti non vi sono stati terremoti ai vertici nè avvicendamenti importanti.

LE SOFFERENZE DELLA MERKER nel 2005

Qual è lo stato di salute di una azienda su cui c'erano grandi sogni e che è miseramente naufragata? 
La centrale dei rischi della Banca d'Italia stima per l'azienda una posizione di sofferenza che ammonta a 128.475.858 euro, quasi 250 miliardi di vecchie lire a dicembre del 2005.
Debiti, tutti debiti non onorati e di questi quasi 86 milioni le banche li considerano già persi, cioè sarà praticamente impossibile recuperarli. 
Circa 26,5 milioni sono invece quelli che «si potrebbero teoricamente recuperare vendendo gli immobili dell'azienda», si scriveva allora.
I dati indicano con precisione l'esposizione al 2005 che l'azienda aveva solo nei confronti delle banche.
A questo importo bisogna aggiungere di certo i crediti dei vari fornitori per quantificare il buco complessivo che alcuni stimerebbero in oltre 300 miliardi di vecchie lire (stima definita "prudenziale").
Per questo colossale buco, è ormai storia dei giorni nostri, ora sono stati rinviati a giudizio 44 persone.
Ma come sono stati creati tanti debiti e soprattutto dove sono finiti i soldi, questo nessuno lo sa. 

LA SCHEDA. CRONOLOGIA DEL TRACOLLO

NOVEMBRE 2001 - Viene presentato il progetto della Merker Yshima

GENNAIO 2002 − Parte la sfida della Carichieti, capofila del pool

APRILE 2002 - Scatta l'allarme tra i sindacati che chiedono di controllare le condizioni di salute dell'azienda

LUGLIO 2002 - Le prime difficoltà produttive per mancanza di materie prime

SETTEMBRE 2002 - Primo blocco della produzione

NOVEMBRE 2002 - Non arrivano più stipendi

DICEMBRE 2002 - Esplode la rabbia, si apre la vertenza, si riconosce la crisi dell'azienda Metalmeccanica

GENNAIO 2003 - Gianfranco Ramoser finisce sotto inchiesta per falso in bilancio

15 MAGGIO 2003 - Il Tribunale nomina commissario Guglielmo Lancasteri che, per prima cosa, azzera il top management, a partire da Gianfranco Ramoser ed Elio Cinquegrana

IL 16 MAGGIO 2003 è avvenuta la dichiarazione dello stato di insolvenza della Merker Spa con la conseguente apertura della procedura giudiziaria

LUGLIO 2003 Tre arresti e un mandato di cattura internazionale, segnano il fallimento dell'azienda con 204 milioni di euro. In carcere Gianfranco Ramoser, ex direttore generale; Ruth Hilde Salerno, consigliere d'amministrazione; Elio Cinquegrana, direttore generale succeduto a Ramoser e un mandato di cattura per Klaus Schmidt, presidente del consiglio d'amministrazione.
Per tutti l'accusa è di concorso in bancarotta fraudolenta aggravata patrimoniale e documentale nonchè false fatturazioni.

GENNAIO 2005: il gruppo Margheritelli acquisisce l'azienda che rinasce, segnando nel 2007 ancora un incremento di fatturato per la vendita dei rimorchi.

11/01/2008 8.55