Ex Delverde. Dalla ricostruzione della procura le accuse per Masciarelli & Co.

Alessandro Biancardi

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 APPROFONDIMENTO. VASTO. Oltre 10 faldoni e migliaia di documenti, carte, bilanci, verbali di deposizioni e testimonianze, perizie tecniche.
Migliaia di pagine nelle quali si descrive la ricostruzione effettuata dagli inquirenti e sposata dal pm di Vasto Anna Rita Mantini che ha chiesto il rinvio a giudizio per 14 persone per reati ipotizzati di concussione, falso, malversazione, induzione in errore.
Ricostruzione particolareggiata che è già a conoscenza delle difese che in più riprese sono riusciti a fotocopiare buona parte della documentazione anche prima che le indagini fossero concluse portando fuori del palazzo di giustizia tutti gli incartamenti.
Di seguito proviamo a raccontare nel dettaglio la ricostruzione particolareggiata dei fatti secondo la procura di Vasto. Ricostruzione rigettata in tutto o in parte dalle persone chiamate in causa che al momento si limitano a commentare solo «non vediamo l’ora di provare la nostra innocenza e come stanno veramente le cose».
Le difese contesteranno il punto centrale della questione: chi è colpevole del fallimento del pastificio di Fara? Quando si può dire che la situazione è divenuta critica. I difensori di Picciotti e Masciarelli tenderanno a dimostrare che la situazione era già critica prima del loro arrivo. Ma i fatti contestati sono molteplici e diversi.


TUTTO PARTE DA UNA DENUNCIA MA LE INDAGINI SCOPRONO DELL’ALTRO

Le indagini sul fallimento della ex Delverde partono da una denuncia presentata dal vecchio presidente del consiglio di amministrazione, Francesco Tamma, all’inizio del 2005 che lamentava di essere stato raggirato dall'allora presidente della Fira, Giancarlo Masciarelli, Marco Picciotti, amministratore della Abruzzo Alimenti, e Alessandro Giangiulio, amministratore della Starco Srl.
La denuncia parlava di una promessa non mantenuta, di un finanziamento e di cessione di quote gratuita che lo avrebbe estromesso dalla gestione della società.
Una serie di accertamenti della Guardia di Finanza hanno, però, palesato l’esistenza di presupposti per la configurazione di altre ipotesi di reato, ben più gravi di quelle ipotizzate in principio.
In pratica, secondo la procura di Vasto, Masciarelli avrebbe fatto leva, abusando, della sua posizione di pubblico ufficiale promettendo e millantando conoscenze, di potere utilizzare mezzi per risollevare le sorti del pastificio di Fara già in pessime acque.
Inoltre, avrebbe indotto, secondo quanto accertato dalla Procura di Vasto, i soci a rifiutare altre offerte da parte di gruppi interessati.
E se nella nostra ricostruzione del dicembre 2006 si raccontano i fatti attraverso una parte di documenti ufficiali della società (diciamo alla luce del sole), questa che segue è invece la storia invisibile e segreta degli accordi e delle strategie che erano stati solo intuiti allora dai soci e dai protagonisti involontari della vicenda.
Una storia che ora dovrà affrontare lo scoglio del processo.

AUMENTO DI CAPITALE E RICERCA DI NUOVI PARTNER

Il dato di fatto incontrovertibile è la situazione di disagio e di perdite che la ex Delverde aveva accumulato nel 2003.
Viene tentato un aumento di capitale che non va a buon fine e si dà mandato a settembre a tre legali (Giancarlo Tittaferrante, Augusto La Morgia, Giuliano Milia) di cercare nuovi partner esterni. Anche questo tentativo avrà esito negativo.
In questa situazione di difficoltà e disagio, verso fine ottobre 2003, si inserisce la figura di Masciarelli, allora promessa del governo Pace, voluto a tutti i costi dall’assessore Vito Domenici a presiedere il braccio operativo della Regione, la Fira.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti si sarebbe offerto di far ottenere ai soci un finanziamento di almeno 20 milioni di euro «al tasso dell’1% dal Ministero dell’Industria, ai sensi della legge 266/97».
Gli inquirenti hanno potuto appurare che Masciarelli conosceva molto bene l'azienda perchè era stato informato nei dettagli da Ernesto Talone, membro del Cda, e da un'altra preziosa conoscenza, l'avvocato Pietro Anello di Roma (che ha svolto un ruolo importante anche per le cartolarizzazioni dei debiti della sanità e consulente esterno della Carichieti).
Anello era, infatti, consulente all’epoca della Molino Alimonti la quale deteneva una quota della Delverde, dunque, il professionista poteva conoscere bene grazie al suo incarico come stavano le cose.
I soci del pastificio, intanto, sono sempre più pressati dalla crisi di liquidità e la salvezza sembra essere riposta nelle parole di questo elegante esponente della politica, amico di tutti e dall’enorme potere. Masciarelli acquista credibilità, fa da pacere in molte discussioni tra i soci.
Tamma e Rotunno, però, stentano a capire bene ciò che l’uomo Fira sta proponendo, anche in considerazione della fumosa descrizione che quest’ultimo in maniera mirata forniva in merito all’intervento promesso.
Notata la diffidenza dei soci, Masciarelli, per fugare ogni dubbio ed accreditare il suo progetto di intervento organizza il “famoso” viaggio a Roma, organizzato con l’apporto dell’assessore Domenici con il quale sta seguendo anche tutto il filone della sanità.
Si va, così, dritti dritti al Ministero a parlare con il viceministro.

IL “FAMOSO” VIAGGIO A ROMA

Nel Gennaio 2004, Masciarelli e Domenici accompagnano (c’è persino Picciotti che era presente in qualità di “imprenditore interessato”) Tamma e Rotunno dall’allora sottosegretario Mario Valducci (Fi).
Valducci in un incontro a porte chiuse con Masciarelli e Domenici avrebbe suffragato inequivocabilmente la fattibilità del finanziamento a patto che l’azienda fosse «sana».
Gli inquirenti nell’ambito di approfondite perquisizioni hanno potuto appurare l’inesistenza di pratiche in merito in tutto il palazzo del Ministero delle attività produttive.
Eppure Masciarelli continuava a parlare del finanziamento.

MASCIARELLI RIESCE A IMPEDIRE ACCORDI CON ALTRI IMPRENDITORI

Viene sottoscritto un accordo che di fatto apre le porte a Masciarelli con il quale i soci si impegnano ad informarlo di tutta la vita industriale del pastificio, compresi conti e trattative in essere con altri gruppi industriali intenzionati a subentrare.
Una eventualità poi scongiurata da Masciarelli che avrebbe così messo fuori gioco eventuali nuovi soci (magari più avveduti) che avrebbero potuto compromettere l’intero piano, sostiene la procura.
In questo contesto si innestano le trattative poi naufragate con la Carapelli e la Molinos Rio de Plata.

ARRIVA CORAZZINI, «UOMO FIRA»

E’ stato facile poi inserire nel Cda un vero e proprio “cavallo di Troia”: Francesco Corazzini, segretario chiamato a stilare i verbali del Cda (moltissimi problemi vennero già denunciati da Rotunno).
Oltre ad essere utile per apprendere in tempo reale umore dei soci e direttive del pastificio, Corazzini avrebbe svolto secondo la procura il ruolo fondamentale di fornire l’elemento che costituirà la base contrattuale della successiva cessione di quote.
Così Corazzini viene incaricato da Masiarelli di redigere un “bilancio” al 30.11.2003, che verrà preso a base per la stipula del contratto, sottoscritto a Vasto a marzo 2004.
Sempre secondo le ipotesi accusatorie tale bilancio sarebbe stato stilato con una serie di accorgimenti, soprattutto adottati nel merito della svalutazione dei crediti vantati dalla Delverde nei confronti delle partecipate società americane.
In sostanza, gli inquirenti avrebbero evidenziato come l’operato di Corazzini fosse stato già pianificato e studiato anche nei più piccoli aspetti pratici, tanto che si ipotizza che questi conoscesse l’intero piano sin dall’inizio e ne fosse stato attore a tutti gli effetti.


STESURA BILANCIO CON CREDITI SVALUTATI: INIZIA LA SECONDA FASE

Alla stesura del “bilancio” al 30.11.2003 segue l’attuazione della seconda fase del piano, consistente nella cessione delle quote.
Masciarelli aveva spiegato ai vecchi soci che a ricevere il finanziamento del ministero doveva essere una nuova compagine societaria. Fu per questo che riuscì a convincere Tamma (che deteneva la maggioranza) ad effettuare una cessione di quote ad una nuova società, la “STARCO s.r.l.”, in persona del legale rappresentante pro tempore Giangiulio D’Alessandro, cognato di Picciotti.

L’ACCORDO CHE GARANTISCE LA CORRETTEZZA DEI CONTI

Contestualmente viene firmato un documento nel quale si stabiliscono le modalità di cessione.
Tra le varie condizioni c’è anche quella nella quale i «venditori garantiscono che la situazione patrimoniale e tutti i precedenti bilanci sono stati redatti nel rispetto delle vigenti disposizioni di legge».
Ed è in questa fase che appare chiara agli inquirenti anche la figura di Leonardo Alimonti, titolare dell’omonimo molino, socio della ex Delverde con un suo rappresentante nel cda ma soprattutto «partecipe del piano di Masciarelli& Co per il tramite dell’avvocato Pietro Anello, consulente della Alimonti in strettissima relazione con Masciarelli», sostiene il Pm Mantini.
Il particolare ruolo di Alimonti viene dedotto dal fatto che i soci di minoranza con separato atto, assistiti dallo Studio dell’avvocato Anello & Partners «non garantiscono la veridicità del bilancio». Sarà questa dichiarazione a salvarli dagli sviluppi già incardinati della fine del pastificio ma non dalle maglie della giustizia.

L’ACCORDO TRA TAMMA E LA STARCO DI PICCIOTTI

Sempre il 23 marzo 2004 Francesco Tamma (in veste di creditore), in qualità di rappresentante della “Tamma Industrie Alimentari di Capitanata s.r.l.”, sottoscrive una scrittura privata con la Starco srl (acquirente), in cui le parti «danno atto della natura parzialmente simulata del contratto di cessione delle azioni della Delverde».
Si decide anche che la Starco deve versare 2,2 milioni di euro, cosa che Picciotti fa sottoscrivendo effetti cambiari in favore di Tamma.
Lo stesso giorno viene costituita la Abruzzo Alimenti srl con sede a Palombaro.
Dal notaio sono presenti Picciotti, quale Amministratore Delegato della GESAV S.A., con sede in in Lussemburgo, Carmela Alimonti (10%), Maria Civita Di Cecco (2,51%), Maria Rosaria Grossi (2,51%), Sandro Tamma (3,43%), Giulio Tamma (3,44%), Domenico Tamma (2,29%), Federica Tamma (2,29%), Carlo Moccia (5,15%), Maria Anna Giuseppa Moccia (1,72%), Raffaele Tamma (3,43%), Francesco Tamma al posto di Annamaria (3,44%).
I soci elencati complessivamente detengono il 42,5%, mentre il restante 57,5% del capitale sociale viene sottoscritto dalla Gesav S.A.

Il 1° aprile 2004 le azioni della Delverde transitano dalla Starco alla Abruzzo Alimenti S.r.l..
Con questo travaso la nuova compagine è costituita da Abruzzo Alimenti (58,24%), Delverde Holding (13.83%), Rotunno (22,8%) più altri soci con quote minime.
Dunque ad avere la maggioranza è Abruzzo Alimenti. Ma chi è il socio di maggioranza di quest’ultima?
La Gesav di Picciotti che si trova così a costo zero azionista di riferimento.
Con tale operazione, senza alcun esborso finanziario Picciotti sarebbe diventato l’azionista di maggioranza della Delverde.

TUTTO SULLA GESAV

La Guardia di finanza scopre che Gesav S.A.,Societè Anonyme, Siege Social in L-2449 Luxembourg, 8, boulverad Royal, risulta una società di diritto lussemburghese.
La società non è stata creata appositamente per l’affare Delverde ma nasce nel 2003 su richiesta di altre persone estranee a questa vicenda.
Fin dall’inizio però secondo la procura dietro questa società c’è l’avvocato Anello che già ne cura tutti gli aspetti.
La società viene quindi creata con la Aqualegion Ltd. e la Walbond Investiments Ltd. come soci che poi, nella stessa giornata della fondazione, cedono il 100% dei certificati azionari al diretto interessato.
Un anno dopo Anello, acquista le azioni della Gesav, società quindi ancora “vergine”, e la mette a disposizione di Masciarelli vendendola a Picciotti.

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Verso la fine del 2003 i vecchi soci del pastificio di Fara, in grossa difficoltà economica, si affidano alle promesse di Giancarlo Masciarelli, presidente della Fira. Anche Picciotti è della partita. Ecco come −secondo la procura di Vasto- il gruppo di indagati (14 in tutto) si sarebbe impossessato della ex Delverde «a costo zero». Il piano prevedeva anche il riacquisto nella procedura fallimentare ma...

LE AZIONI ALLA GESAV

Con il travaso delle azioni ed il gioco di ingegneria finanziaria la Gesav si trova a detenere la Abruzzo Alimenti che controlla a sua volta la ex Delverde. A guidare il tutto c’è Marco Picciotti, a sua volta guidato da Masciarelli, sostengono gli inquirenti.
Il controllo sarebbe avvenuto «senza sborsare soldi». Ma non basta. Infatti con l’elaborazione del bilancio a novembre 2003 si è introdotto il cavallo di Troia che scardinerà ulteriormente la compagine societaria minoritaria.
Così il 16 aprile 2004 Picciotti scrive agli altri soci facendo presente che le perdite continuano a crescere e che c’è assoluto bisogno di rinnovamento alla luce delle recenti vicende.
Occorre dunque nominare «un nuovo consiglio di amministrazione tecnico e di garanzia, che dovrà verificare la correttezza dei risultati emersi al 31 dic. 2003, cosi come predisposta dall'attuale Cda, e ne esprimi un giudizio di ragionevolezza».
Inoltre il nuovo Cda dovrà predisporre, sempre secondo le indicazioni del nuovo socio di maggioranza, un nuovo bilancio di verifica, ma anche conferire «un incarico per valutare effettivamente i crediti vantati dalla Delverde nei confronti della Italverde, Delverde Usa e della Pietro Rotunno srl».
Ma il 19 aprile il Cda non approva il bilancio al 30.11.2003, Corazzini si dimette, si dimettono gli altri amministratori, si procede alla nomina del nuovo Cda.
Picciotti in qualità di socio di maggioranza propone di nominare amministratori Giorgio De Gennaro, Giorgio Guido Canella, Antonio Di Loreto; nonchè di nominare come componenti del nuovo Collegio Sindacale: Giustino Battistella, Corrado Ciavarelli, Sergio Feminella.
La proposta viene accettata con un solo voto favorevole.

CHI SONO I NUOVI COMPONENTI DEL CDA

??- ANTONIO DI LORETO è stato componente del Cda della Sangroindustria 2000 S.c.a.r.l., consorzio presso il quale anche Marco Picciotti era membro del Cda. Rappresentante legale della Starco S. r. l. e della Punto Service 2000 piccola S.c.a.r.l. dal 22/10/2003 al 19/04/2004, tutte società riconducibili a Picciotti.

- GIUSTINO BATTISTELLA, confermato nell’incarico di sindaco è stato componente del cda della Fira dal 6/07/2000 al 7/03/2005; è intervenuto nella pratica relativa al Docup ottenuto dalla Mercatone Emme di Picciotti, predisponendo la perizia attestante la conclusione lavori, documento necessario per la liquidazione del saldo del contributo.
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- SERGIO FEMMINELLA è intervenuto nella pratica relativa al Docup ottenuto dalla Service Office Srl di Picciotti predisponendo la perizia attestante la conclusione lavori, documento necessario per la liquidazione del saldo del contributo.


LE DELIBERE DEL NUOVO PRESIDENTE DEL CDA DE GENNARO

Non si perde tempo e il 22 aprile, tre giorni dopo le nomine, vengono ratificate una serie di delibere che incaricano società a vario titolo legate proprio allo stesso De Gennaro fresco di nomina.
Alla società di revisione "C.R.&T. S.r.l.", di Milano, si chiede di «esprimere un giudizio di ragionevolezza sulle voci patrimoniali ed economiche, al fine di predisporre un Bilancio al 31 dicembre 2003 ed una situazione economico patrimoniale al 31 marzo 2004».
Alla società di consulenza "ABC Consulting S.p.A.", sempre di Milano, si chiede di «analizzare l’esercizio 2004 e predisporre un conto economico previsionale corredato da una situazione patrimoniale e finanziari».
Per «opportunità di facciata» lo stesso De Gennaro si astiene nelle votazioni perchè come avrà da dire agli inquirenti le due società sono entrambe riconducibili a lui.
E per accontentare un po’ tutti non manca nemmeno un incarico allo studio Legale Anello & Partners, con sede in Roma, per assistere il Cda e per esprimere pareri su tutti i fatti aziendali.

Il passo importante da affrontare per portare il pastificio verso la fine, secondo la procura, doveva passare per le modifiche statutarie del quorum dell’assemblea straordinaria che avrebbe potuto così portare lo stesso De Gennaro a figurare come liquidatore.
Per arrivare a fare ciò Picciotti incarica la dottoressa Luigina Vitelli, alla sua prima esperienza in materia come custode giudiziale delle azioni sociali della Delverde Holding.
Conferito l’incarico alla Vitelli in data 07.06.2004, si passa al cambiamento dello statuto in sede di assemblea straordinaria dei soci.
Nel frattempo si approvano il bilancio 2003 ed una serie di altri atti contabili che fotografano la situazione economica e patrimoniale della società.
Dalle consulenze affidate, intanto, emergono perdite di 32 milioni e non di 16 come certificava il bilancio di Corazzini.
La Abruzzo Alimenti a questo punto «promuovere l'azione sociale di responsabilità contro gli organi amministrativi succedutisi alla guida della società fino all'insediamento dell'attuale consiglio di Amministrazione» e di «dare mandato al consiglio di Amministrazione di prendere atto della causa di scioglimento, ai sensi e per gli effetti dell'art. 2484 codice civile e di provvedere agli adempimenti conseguenti».
In pratica il socio di maggioranza (Picciotti) agisce per le vie legali ritenendo di essere stato truffato poichè il bilancio (da 16 milioni) non era veritiero. La procura ha però scoperto che la dichiarazione di veridicità del documento è stato sottoscritto solo da alcuni soci non da altri.
A non firmare sono stati i soci che facevano capo a Leonardo Alimonti assistiti dallo studio dell’avvocato romano Anello.
Dunque a non garantire i conti, sempre secondo la procura, sarebbero stati alcuni soci messi sulla buona strada dal gruppo di indagati.
L’effetto è chiaro: Picciotti intenta causa chiedendo il risarcimento del danno a Tamma e Rotunno ma non contro Alimonti e soci.

E’ TEMPO DI LIQUIDAZIONE

Si passa, dunque, alla messa in liquidazione della società, ancora una volta la proposta di Picciotti viene accolta.
A tal fine, si chiede di «conferire al liquidatore (De Gennaro) i più ampi poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione e la rappresentanza della Società fino alla sua cancellazione dal Registro delle Imprese e autorizzare espressamente, fin da quel momento, il liquidatore a compiere tutti gli atti di disposizione, compreso l'esercizio provvisorio, anche parziale o temporaneo, dell'azienda, di rami di essa, del patrimonio aziendale o di sue componenti, nonchè a compiere tutti gli atti a tal fine necessari procedendo, se del caso, alla cessione dell'intera azienda, o di rami di essa, o, ancora, di singoli beni, di partecipazioni, marchi e brevetti, ovvero dei relativi diritti di godimento».
Bisogna valutare anche le opportunità di aprire procedure concorsuali come il concordato preventivo. Come abbiamo visto Giorgio De Gennaro viene nominato liquidatore.
Uno dei primi atti è quello di bloccare le cambiali sottoscritte a Tamma in pagamento.
Il 06.08.2004 la Delverde, in liquidazione, presenta ricorso presso il Tribunale competente per l’ammissione al concordato preventivo, procedura che verrà in seguito aperta in data 16.08.2004.
Anche questa tappa della vicenda, secondo la procura di Vasto, sarebbe stata premeditata da Masciarelli che rimane nell’ombra ma muove i fili.
Secondo quanto hanno dichiarato i delegati dalla Molinos, già nel maggio 2004 i nuovi amministratori (De Gennaro si era insediato il 22.04.2004) avevano deciso che la società sarebbe stata portata al concordato preventivo e soprattutto, avrebbero confermano agli inquirenti che vi era un attivo interessamento di Masciarelli a tutta la vicenda.
Il 17 febbraio 2005 il Tribunale di Chieti dichiara il fallimento della Delverde in liquidazione.
La storia non finisce, anzi promette alcuni colpi di scena che -secondo la procura- configurerebbero il secondo atto di concussione imputato a Masciarelli e Picciotti. Si entra nella fase nella quale si doveva raggiungere lo scopo finale dell’intero piano: riacquistare l’impresa ormai decotta a prezzi di vero saldo.
Ma...

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Il “teorema” della procura di vasto sulla fine del pastificio di Fara San Martino avvenuta con la dichiarazione di fallimento a febbraio 2005 è chiaro: c’era un disegno preciso di Masciarelli & Co per riacquistarlo nella procedura fallimentare. Una serie di azioni erano già state messe in atto per avere il controllo della ex Delverde sull’orlo del baratro.
Nell’ultima fase la “cordata” di cui facevano parte, sempre secondo la procura, le 14 persone per le quali si chiede il giudizio dovevano presentare l’offerta attraverso società e prestanomi.
Il piano era organico e predisposto da tempo: magari si poteva rivenderla e guadagnarci milioni, vendere il marchio o semplicemente farla sparire, come pure dice qualcuno.
Ed è proprio dopo la dichiarazione di fallimento che la procura di Vasto intravede la sinergia (o come lo chiama «sodalizio criminale») tra Masciarelli, Picciotti e quell’avvocato Anello che già avrebbe avuto una parte fondamentale nell’approntare una società “vergine” con sede in Lussemburgo: la Gesav.
I documenti presentati al tribunale di Chieti sono stati sequestrati ad aprile del 2006 dalla Finanza che ha posto l’attenzione su tre offerte di acquisto presentate.
Tra le istanze figuravano la proposta di acquisto in concordato preventivo presentata in data 15.10.2004 e a firma dell’amministratore Marco Picciotti; la proposta di acquisto in concordato preventivo presentata dalla SO.I.P.A. in data 01.12.2004, a firma dell’amministratrice, Patrizia D’Agostino; la proposta di offerta di acquisto in concordato preventivo presentata in data 07.01.2005 dalla Molino Alimonti S.p.a. a firma del titolare Leonardo Alimonti.
Nello specifico una lunga e dettagliata perizia tecnica ordinata dalla procura illustra le diverse tipologie e svela particolari di ogni singola istanza.
Per l’accusa, però, due offerte sembrano essere legate da molti punti in comune: quella della SO.I.P.A. e quella della Molino Alimonti.
Per la procura di Vasto risultano essere praticamente identiche.
Questo particolare secondo il pm Annarita Mantini sarebbe la prova che le due offerte erano in realtà frutto di una stessa mano.
Così insospettiti gli inquirenti hanno cercato di capire chi ci fosse dietro la società So.i.p.a. srl, Società Investimenti e Partecipazioni Alimentari, di Roma, costituita il 29.10.2004.
L’amministratrice fin dalla sua creazione è l’avvocato Patrizia D’Agostino (la moglie di Giacomo Obletter, commercialista, stretto collaboratore, a vario titolo di Masciarelli e Fira), con capitale sociale minimo di 10mila euro diviso per 9.500 euro alla Servizio Italia − Società fiduciaria di servizi e 500 euro alla Stube S.p.a..
Dagli accertamenti si è scoperto che ancora una volta la società faceva capo a Picciotti poichè figuravano titolari delle quote la madre Rita D’Alonzo e il padre Franco (indagati).
Picciotti, anche in questo caso, vorrebbe dire irrimediabilmente Masciarelli la cui assenza ancora una volta sarebbe «più acuta presenza».
Tra la documentazione sequestrata alla Fira vengono rinvenuti anche documenti che attesterebbero quanto ipotizzato.
Si tratta di?due note a firma di Masciarelli e Anello, inviate probabilmente via fax ad Alimonti e a Picciotti. Nel secondo di questi due fogli viene indicato il testo di una lettera che Alimonti dovrà inviare a Picciotti e in cui si impegna: «...al buon esito della proposta presentata al Tribunale, a concedere il 50% delle quote azionarie della costituenda s.p.a. che acquisterà la Delverde S.p.a., alla società SO.I.P.A. o altra società indicata dal sig. Picciotti...».
Un’altra bozza di scrittura privata, invece, delinea il rapporto tra Masciarelli e Alimonti i quali avrebbero interesse a verificare la convenienza dell’acquisto.
Così anche in questo caso l’ex presidente della Fira si sarebbe impegnato a reperire liquidità per portare a termine l’accordo ufficialmente presentato da Alimonti.

TUTTO E’ PRONTO. ORA MANCANO I SOLDI: LA SANITA’ PRIVATA IN SOCCORSO

Con la preparazione delle società schermo “la base” è predisposta. Ora occorre trovare la liquidità necessaria che ammontava a circa 22 milioni di euro.
Secondo quanto dichiarato nell’interrogatorio del commercialista teatino Obletter, Masciarelli avrebbe già avuto la disponibilità di circa metà della cifra. Ma occorreva fare di più.
A questo punto entrano in scena gli imprenditori della sanità con i quali Masciarelli aveva a che fare perchè in quel periodo era in preparazione la prima cartolarizzazione (per la quale è partita una maxi inchiesta con molteplici filoni).
E’ lo stesso Obletter −si evince dai verbali di interrogatorio- che menziona Pierangeli come possibile interessato, mentre la moglie Patrizia D’Agostino (Soipa) asserisce di «non aver compilato la domanda» presentata al tribunale di Chieti per l’acquisto della Delverde ma di averla «esclusivamente presentata» e che dietro l’operazione «c’erano Picciotti, Alimonti e Vincenzo Angelini» che avrebbe dovuto supportare l’operazione con capitale fresco (circa 20 milioni).
Con l’ingresso degli imprenditori della sanità tra i finanziatori occulti lo scenario si allarga. Per la procura di Vasto però i due imprenditori (che non sono indagati) in realtà sarebbero “parte lesa”.
Il periodo come detto è quello della cartolarizzazione ed anche per questo la procura vedrebbe una ipotesi di una seconda concussione da parte del pubblico ufficiale Masciarelli.
Infatti, perchè proprio la sanità privata sarebbe venuta in soccorso, si domanda il pm Anna Rita Mantini?
E’ un fatto che dalla cartolarizzazione proprio Pierangeli e Angelini avrebbero potuto guadagnare e trovare giovamento con la soddisfazione dei crediti vantati nei confronti della Regione.
Poi una inchiesta stabilirà se le cifre girate ai privati sono corrispondenti e rispettano le norme che prevedono gli accreditamenti delle cliniche private.
Dunque gli imprenditori sarebbero stati in posizione di sottomissione, dice l’accusa («inferiorità psicologica»)- si sarebbero prestati per risolvere un problema a chi poi avrebbe potuto risolvere un loro problema.
«Masciarelli applica nuovamente i poteri conferitigli dalla sua posizione istituzionale e dal supporto implicito fornitogli da uomini politici che, forse per comodità, gli delegano, di fatto, funzioni che implicano un altissimo “potere contrattuale”», scrive il pm, «in pratica, nuovamente approfitta dello stato di inferiorità in cui versano i suoi interlocutori e della assoluta dipendenza che questi soffrono rispetto alle sue scelte ed ai tempi di gestione di azioni che il ricoprire un ruolo istituzionale gli attribuisce».
Mentre ci si da da fare per raggiungere lo scopo qualcosa accade.
Il 4 gennaio 2005 il direttore finanziario della Alimonti comunica alla Soipa di non voler continuare nell’operazione di acquisto. E’ allora un tassello importante che viene a mancare.
L’impressione è che il gioco si sia fatto molto pericoloso, la corda tirata a tal punto da spezzarsi.
Cosa è successo e perchè proprio nell’ultimissima fase la Alimonti si tira indietro?
Le risposte forse verranno dal processo anche se le motivazioni sembrano non pesare sul teorema accusatorio.
Ma l’essersi ritirato solo in extremis non ha evitato all’imprenditore ortonese Leonardo Alimonti di finire comunque in questo che si preannuncia un processo molto importante per le sue numerose implicazioni.

Alessandro Biancardi 26/03/2008 10.55