Pastori d'Abruzzo in agonia: chi ha paura delle pecore?

Alessandro Biancardi

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Nunzio Marcelli

Nunzio Marcelli

APPROFONDIMENTO ABRUZZO. «Davide prima di essere un re era un pastore e sconfisse Golia con una fionda». Rinaldo Di Giulio ha 64 anni. Lui si rifà al Vecchio Testamento per svelare l'antichità del suo mestiere.
Con le pecore ci vive da quando è nato, è un «pecoraro doc», di quelli che non esistono più in un Abruzzo che sta smarrendo la sua identità.
Le sue bestie le sa mungere ad occhi chiusi, le guarda con orgoglio perchè, anche se per il sistema economico regionale non sono una risorsa, restano comunque la sua vita.
Rinaldo vive a Forme, una frazione di Massa d'Albe, a 50 chilometri scarsi dall'Aquila e a 1110 metri d'altezza, in una casa costruita dai suoi nonni cento anni fa, alle spalle della chiesa del paese:«l'abbiamo comprata con 40 pecore e da allora non abbiamo cambiato niente», racconta.
Nel paese ci sono altri quattro pastori: poca roba in confronto a una popolazione di 18 mila pecore di molti decenni fa.
Oggi ce ne sono a mala pena duemila.
pastore abbruzzeseLui ne ha 450 e le porta al pascolo sette giorni su sette («tra sabato e domenica lavoro quanto un comune lavoratore in una settimana»). Fa tutto lui, supportato da qualche parente, perchè ulteriori mani farebbero lievitare i costi.
Ha una moglie, «emigrata in Canadà e poi tornata in Abruzzo», e tre figli che pur standogli vicino hanno scelto di studiare e faranno altre vite, perchè con la pastorizia, ormai, «non ci campi più».
«Prima chi aveva 400 pecore era un signore», racconta.
«A casa mia eravamo sette: mamma papà, nonno e 4 figli, avevamo solo 70 pecore:
vivevamo dignitosamente».
Chi ieri aveva questa ricchezza poteva permettersi di mandare due figli all'università e sparsi tra le montagne d'Abruzzo oggi ce ne sono tanti di dottori che devono dire grazie agli ovini.
LA GLOBALIZZAZIONE CHE AFFAMA
Adesso le 450 pecore di Rinaldo non bastano più. Perchè?
Perchè c'è la concorrenza di un mercato estero che svende e soprattutto perchè chi dovrebbe salvaguardare e valorizzare una tipicità preziosa non lo fa.
In Francia, oggi, bastano 50 capi per tirare su 50 mila euro l'anno.
Da queste parti è tutto un altro mondo e dopo dodici mesi chi arriva a 20 mila euro è un miracolato.
Forse questa disparità è la vera arretratezza...
«Perchè oggi un quintale di concime costa più di un quintale di agnello», racconta Rinaldo, «da noi costa più un quintale di pane che 100 di grano».
Se suo padre dopo la guerra riusciva a vendere un agnello a 12-16mila lire adesso nei supermercati se ne trovano a 4,99 euro.
Sono quelli della Cina, Ungheria e dei paesi dell'est, a volte rivenduti con marchio Abruzzo perchè portati vivi fin qui e poi macellati. Ma d'abruzzese non hanno niente.
Ci sono anche le cotolette della Nuova Zelanda che arrivano belle pronte (e congelate) negli scaffali.
E l'ultima Pasqua per Rinaldo è stata un colpo al cuore: sono arrivati 30 mila abbacchi in un ipermercato della zona.
«C'era una fila assurda, c'erano anche le guardie, hanno venduto tutto e noi, invece, non abbiamo piazzato niente».
Prezzi stracciati, qualità discutibile, allevamenti intensivi, manodopera estera e a buon mercato.
«Una carne piena di additivi: nemmeno i miei cani l'hanno voluta... e loro mangiano le carcasse degli animali», dice incredulo. In Abruzzo, invece, le giornate di fatica costano e se non si vuole spendere bisogna fare tutto da soli.
Rinaldo usa ancora i vecchi attrezzi dei genitori in legno, ferro battuto, «come non ne fanno più». Impossibile "aggiornarsi" perchè soldi non ce ne sono. Lui li mostra orgoglioso, come fossero trofei.
Quando si deve per forza delegare a terzi per lavorare il prodotto, invece, si tende a risparmiare.
Per tosare le sue bestie Rinaldo si è affidato a due uomini della Nuova Zelanda, assoldati da una agenzia inglese. In ventiquattr'ore sono riusciti a fare il servizio completo per la modica cifra di 680 euro. «Gli animali li tosano meglio i foggiani, una cosa di primo lusso», racconta, «le pecore venivano pulitissime, mai vista una cosa così».
Ma in tempo di crisi si deve rinunciare a qualcosa: «i tosatori della Nuova Zelanda, sono come i cani arrabbiati, stracciano via la lana, però ci siamo sparagnati 700 euro e quindi non me ne frega niente se le mie pecore so' brutte».


LA "RRABBIA" CONTRO I "PULITICI"
Anche perchè poi tutta quella lana non frutta più di 200 euro. Nel
1947 valeva 2.500 lire
al chilo, ora c'è tutta roba sintetica e per il prodotto buono, per la lana delle "Sopravvissane" di Di Giulio non c'è mercato.
«Eppure so' proprio come le Merinos...».
«Ho una voce arrabbiata, ho la rrabbia in corpo. I pulitici non fanno niente per noi».
E si ricorda anche il suo primo acquisto importante, una 1100 D Fiat comprata al prezzo di una cavalla e di una vacca bianca.
«Oggi ce ne vorrebbero almeno 30 di vacche bianche».
E quando gli orsi sbranano le sue pecore non c'è niente da fare: «non ci rimborsano, eppure qualcuno s'è preso i miei animali».
Così sopravvivono − chissà per quanto - gli ultimi pastori d'Abruzzo.
Mentre il mondo dimostra di aver smarrito le "economie reali" e quelle in grado di offrire sostentamento come la pastorizia.
Mentre la nostra regione prova a tuffarsi nel petrolio anche a costo di vedere sbiadita quell'immagine di terra turistica e verde.
Anche a costo di vedere evaporare il buon nome del Montepulciano.

Un altro guerriero rassegnato è Nunzio Marcelli, uno dei pastori più noti d'Abruzzo e anche uno dei più "moderni" perchè ha trasformato l'antico mestiere in qualcosa di più attuale, nella speranza di riuscire anche a guadagnare.
«PER CONTINUARE A FARE IL PASTORE HO DOVUTO APRIRE L'AGRITURISMO»
55 anni, con una laurea nel cassetto, Nunzio ha messo in piedi un piccolo gioiellino. Un agriturismo biologico alle porte di Anversa degli Abruzzi.
Il Comune conta 300 anime, il suo ovile ospita più di 1100 pecore e va avanti con il supporto di 12 dipendenti provenienti da ogni parte d'Italia.
Nel suo laboratorio ci trovi formaggi di ogni tipo: pecorini stagionati di tre anni, quelli alle erbe aromatiche (peperoncino, erba cipollina, cumino), ricotte fresche e affumicate con aglio e cipolla.
Un tesoro enorme: 150 quintali di prodotti all'anno che esporta fino in New Jersey, 100 i quintali di lana che produce, parte della quale finisce anche in India.
Ma quando nella sua regione chiede di fare qualcosa per il settore è una sonora porta sbattuta in faccia.
«In Francia i pastori sono lavoratori socialmente gratificati», spiega, «qui siamo soli».
«In Costa Azzurra i pastori li devi pagare, perchè portino le greggi a pascolare vicino agli alberghi: hanno scoperto che in questo modo si riduce drasticamente il rischio incendi. Sulle nostre montagne invece, non viene riconosciuto il contributo alla salvaguardia dell'ambiente e della biodiversità, ma sono le stesse istituzioni a gravare i terreni con affitti spropositati».
Tariffe elevate per appezzamenti dove poi a pascolare ci trovi cervi e cinghiali.
Pascoli verdi, nei secoli, pascoli d'oro oggi: «rendono come un superattico a Pescara. 4.500 euro per portare le pecore sul demanio per una manciata di mesi, o paghi o ti arrangi».
Gli affitti più alti d'Europa per aree prive di servizi:niente acqua, nè elettricità, e per poter fare una telefonata anche col cellulare devi scendere a valle.


 IL SOGNO FRANCESE E LA BUROCRAZIA CHE COSTA
La disattenzione per i prodotti locali? E' massima: «siamo defraudati da mercanti senza scrupoli che spendono il nome Abruzzo su formaggi e carni che non hanno mai visto queste montagne neanche in cartolina».
E i pastori rimangono soli, con una burocrazia che stritola e uccide, costi che non consentono ricavi, carte bollate che frenano anche semplici lavori di ristrutturazione, contenziosi con il tribunale per interpretazioni fuorvianti della legge.
L'ultima in ordine di tempo: una accusa di abuso edilizio perchè le pecore di Nunzio hanno "aperto" una strada che prima non esisteva.
E lui è assalito dallo sconforto e il pensiero corre di nuovo in Francia, dove basta avere un semirimorchio di 12 metri per due e 5 mila euro per portare avanti un caseificio a bollo Cee da 70 capi.
Qui servono almeno 100 mila euro per l'impianto tecnico e una buona dose di fegato per digerire l'interpretazione della legge che cambia da impiegato ad impiegato. Ed è anche possibile trovarsi 2 Asl di uno stesso comune che ti dicono una cosa e il suo esatto opposto in materia di norme igienico- sanitarie.
Ma Nunzio ama quello che fa: mentre mangia tagliatelle al sugo d'agnello ti racconta di D'Annunzio e mentre è al lavoro espone la sua teoria dei gusti e delle etnie: «ai balcanici piace il formaggio di pecora, ai longobardi quello di vacca».
Tiene in braccio suo figlio Tommaso, detto Masaniello: ha 5 mesi e gli occhi della mamma, una triestina catapultata nella dimensione bucolica di Nunzio.
Se qui le cose non cambiano la tradizione sparisce insieme al passato.
Nei palazzi della Regione nessuno sembra così interessato... ci sono altri problemi.
Pastori e pecore vengono viste come una zavorra: sono lo stereotipo dell'arretratezza.
Zio Remo chiese riconoscenza agli abruzzesi perchè gli aveva smesso i panni da pecorari, come se li avesse liberati dalle catene della schiavitù. La tradizione sta svanendo nel silenzio in nome di uno sviluppo che fa paura. Masaniello, domani, sarà un lavoratore qualunque. O forse andrà in Francia, dove c'è chi rispetta il lavoro di papà.

Alessandra Lotti 15/10/2008 9.51