Terremoto in Abruzzo: il primo giorno all'inferno

Alessandro Biancardi

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L’AQUILA. Ore 3.31 del 6 aprile 2009: cambia la storia dell’Abruzzo. Dopo centinaia di scosse di avvertimento partita a inizio anno, tutte con epicentro presso L’Aquila, arriva il sisma che cambierà la faccia del capoluogo.
Una scossa che toccherà i 5.8 gradi della scala Richter, paragonabile ai 9 gradi della scala Mercalli, leggermente inferiore al sisma che colpì l’Irpinia il 23 novembre del 1980.
Tutta la regione e buona parte del centro Italia viene buttata giù dal letto.
Nei dintorni dell’Aquila i danni maggiori: crollano la maggior parte degli edifici del centro storico ma anche altri palazzi più nuovi, in alcune frazioni e comuni limitrofi non rimane quasi più nulla come a Paganica, Onna, Castelnuovo di San Pio delle Camere.

Viene giù la casa dello studente, il campanile della chiesa di San Bernardino; il cupolino della chiesa di S.Agostino; la cupola della chiesa delle Anime Sante o del Suffragio; il palazzo della Prefettura che ospita anche la sede dell'Archivio di Stato; la parte terminale dal transetto verso parete di fondo della basilica di S.Maria di Collemaggio; il Castello cinquecentesco dove hanno sede il Museo Nazionale d'Abruzzo e la Soprintendenza per beni architettonici e paesaggistici e quella per il patrimonio storico, artistico e etnoantropologico dell’Abruzzo.
I soccorsi iniziano ad arrivare verso le 5 del mattino ma sono ancora pochi, senza mezzi e disorganizzati. Poi la macchina degli aiuti si mette in moto con uno spiegamento di forze che pare sufficiente.
La priorità è scavare perchè si teme che siano moltissime le persone rimaste sotto le macerie. Il problema numero uno è trovare persone che riescano ad indicare in quali edifici implosi potrebbero trovarsi le vittime.
E’ una lotta contro il tempo mentre il governo si mette subito in azione e giungono a L’Aquila molti ministri ed il capo del governo Silvio Berlusconi.
Ma è una tragedia di immani proporzioni.
Alle 10 il centro storico della città è già quasi deserto: ogni strada è uguale all’altra con palazzi crollati e macerie, auto schiacciate.
La gente è fuggita e c’è una atmosfera irreale. Inizia la tragica conta dei morti: si sa subito che non ce l’hanno fatta 4 bambini, morti all’ospedale.
Poi la lista si allunga e di ora in ora ce n’è sempre una decina in più. Il conteggio nel primo giorno si fermerà a 150 morti ma già all’alba del secondo giorno sono 180.
I feriti accertati sono 1500 ma si sospetta che possano essere oltre 2000 mentre gli sfollati sarebbero tra i 70mila ed i 100mila.
Verso l’esterno della città e nei centri di raccolta e nei giardini intanto la gente si è accampata, ha acceso fuochi, è stata raggiunta da coperte.
C’è anche il sole e qualcuno prova a recuperare il sonno perso: ci riescono in pochi.
Il prato nei pressi del castello sembra la meta preferita del pic nic di pasquetta ma qui nessuno gioisce. In moltissimi sono in pigiama, pantofole, spettinati con i segni della polvere ancora tra i capelli e sui vestiti.
I più fortunati hanno con sè piccole valigie con lo stretto necessario. Un ragazzo è voluto tornare a casa per salvare il suo televisore al plasma.
Hanno tutti lo sguardo nel vuoto e cercano di riprendersi dalla paura subita: sono ancora troppo spaventati per rendersi conto che la loro vita è cambiata forse per sempre. E’ ancora presto per preoccuparsi di dove dormire e come fare nei prossimi giorni.
Sono molte le storie che si intrecciano nel dramma e si confondono tra il suono perenne delle sirene, l’odore acre dei tubi di scappamento, di ruspe ed escavatori, le nuvole di polvere che si alzano mentre si lavora.

Moltissime le scene di disperazione di persone che attendono notizie dai vigili del fuoco che cercano i loro cari: ed è una lotteria: vivo o morto.
A metà giornata L’Aquila non si è ancora risvegliata dall’incubo.
Il centro storico alle 12 è stato praticamente evacuato perchè troppo pericoloso: è una ex città, nè palazzi nè persone.
Tutte le costruzioni del nucleo storico sono implose e quelle che hanno resistito sono gravemente lesionate.
La prefettura del capoluogo non esiste più: al suo posto le quattro colonne doriche ed il timpano con la scritta lesionata “palazzo di città”.
Gli aquilani stentano a riconoscere le loro strade: ora sono tutte uguali.
Alle 14 iniziano a distribuire i primi pasti caldi. Ma non esiste il pranzo per decine e decine di soccorritori, molti dei quali scavano a mani nude. Pietra dopo pietra, in silenzio per percepire un lamento, uno squillo di un cellulare. E le voci vengono fuori anche da quell’inferno di cumuli e macerie. «Qualcuno mi sente?», grida una donna schiacciata da cinque piani di condominio.
E quel grido disperato sarà la sua salvezza. La protezione civile raccomanda di non mettersi in moto verso L’Aquila. Ma sull’autostrada per tutto il giorno scorrono le auto. Molte di più, però, quelle che fuggono via dalla città che non esiste più. Si incrociano auto con i vetri rotti, cariche di detriti. Verso l’inferno, invece, si muovono soprattutto camper, portati in soccorso a chi non ha più un tetto sotto il quale vivere.

ORE 14, CASTEL NUOVO DI SAN PIO DELLE CAMERE

Ore 14. Un escavatore in azione alza una nuvola di polvere mentre un gruppetto di carabinieri e vigili del fuoco attendono cenni da chi è più vicino alla zona di attenzione, su un cumulo che si erge: anche qui attendono un segnale, un sospiro, un segno di vita.
Tutto intorno case crollate, non ce n’è una che sia rimasta in piedi. Più in là quattro macedoni con le mani tra i capelli su una panchina si disperano per i loro connazionali ed amici morti.
E’ il dramma che vive Castelnuovo di San Pio Delle Camere, un borgo medioevale appena ristrutturato, completamente raso al suolo dal sisma.
505 residenti e 5 morti. Ad 11 ore dalla scossa però i soccorritori scavano ancora, il sindaco Costantini protesta perchè non è riuscito a parlare con qualcuno della Protezione civile: il suo cruccio è sistemare gli sfollati. Dove dormiranno?
In un altro punto del paese che non c’è più, altri volontari hanno individuato una persona sotto un cumulo di macerie alto 7 metri, un vigile del fuoco è a pochi metri ma non c’è più nulla da fare. Il cadavere è nel letto: non ha avuto tempo di alzarsi. Al capo una ferita vistosa: forse non si è accorto di nulla.
Tutto intorno è una tragedia, uno scenario spettrale di bombardamenti e morte.
A Castelnuovo, vicinissimo all’epicentro del sisma, sono rimasti solo i soccorritori giunti un po’ in ritardo e che ora hanno il problemi di trovare teli per trasportare le salme nel punto di raccolta.
Dal promontorio si vede tutta la vallata fino all’Aquila, il cielo è terso e ci sono 20 gradi mentre l’elicottero con a bordo Bertolaso e Berlusconi sorvola da vicino questo scorcio di dramma, tenta un atterraggio poi il pilota ci ripensa e sfreccia verso il capoluogo.
E’ ora di pranzo, si distribuiscono i viveri: pasta asciutta ed un bicchiere d’acqua.
Si mangia ma è un boccone amaro mentre si pensa alla notte, alla casa che non c’è più al futuro e a come superare questa immane tragedia.
Questo è il peggio. La ferita non si rimarginerà così in fretta.

07/04/2009 8.50

* ORE 3.31 INIZIA IL DRAMMA
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