Vita da campo. Il terremoto: secondo giorno

Alessandro Biancardi

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IL REPORTAGE. L’AQUILA. L’organizzazione dei soccorsi, l’accoglienza, le condizioni degli sfollati, le carenze, i disagi, i pensieri e le preoccupazioni di chi ha lasciato tutto, ha perso una casa ed ora sogna la normalità...

Paura, disagio, novità. E’ racchiusa tutta in queste tre parole la vita dei terremotati abruzzesi. Paura: perchè dopo il secondo giorno la terra continua a tremare e a far danni ed ogni volta è un rinnovare ed accrescere del terrore subito.
Disagio: immenso per una vita che è cambiata e che non ritroverà tanto facilmente i ritmi abituali. Qui le persone “più fortunate”, quelle che sono uscite vive dalle macerie, hanno perso tutto, tutto quanto potesse essere normale: un paio di scarpe, calzini , un pantalone, indumenti intimi, gli affetti più cari, i ricordi di una vita.
Novità: la loro vita è cambiata, forse per sempre perchè dentro serberanno sempre il ricordo di questi giorni. Ma c’è anche un cambiamento netto di abitudini: molti vivono nel campo, nelle tendopoli allestite dalla protezione civile, nelle tende dove ci sono solo brandine scomode e nulla più.
Ma girando per i campi e parlando con quanti stanno pagando il prezzo di questo cataclisma è proprio la “novità” la cosa più difficile da accettare.
Sembra, infatti, che moltissime persone siano ancora inconsapevoli di quanto li aspetta: per quanto veloce saranno gli aiuti, la ricostruzione, passeranno mesi per recuperare le proprie vite.
Il campo più grande e forse il più attrezzato è quello installato al Fattori dove ieri pomeriggio alle 17 ancora si costruivano tende e decine di volontari erano all’opera per occupare e rendere “confortevoli” gli ultimi spazi lasciati liberi dell’area erbosa. Quattro file di tende blu, un nuovo quartiere sorto nello stadio dove molti sono stati invitati ad andare.
«La prima notte non c’erano i lettini», racconta un anziano seduto davanti la sua tenda mentre stringe il suo bastone, «non è stato facile dormire a terra ma oggi pomeriggio ci hanno portato le brandine: di sicuro dormiremo meglio stanotte».
Qualcuno più fortunato invece ha avuto già da subito la brandina ma non il materassino, segno che si è pensato −così come prevede il protocollo- a dare prima un ricovero a tutti e poi col tempo a rifornire tutti con i piccoli grandi comfort per rendere meno dura la vita nel campo. Nei prossimi giorni arriverà la corrente elettrica e l’illuminazione ma non è questo che serve.
«Sono stata fortunata a scappare, la mia casa è completamente crollata: sono viva, tutto qui», dice Antonella, una signora sulla cinquantina che sembra raccontare la sua storia lucidamente, forse troppo, «ora siamo qua: ci manca tutto. La prima notte in tenda è stata difficilissima: come si fa a dormire per terra? E poi faceva un freddo... Guardi non è mica semplice sa, e poi qui di fronte, li vede quelli? Hanno fatto un baccano per tutto il tempo».
Di fronte due tende da 7-8 posti, come tutte del resto, abitate da stranierei residenti a L’Aquila da tempo. Il loro italiano è perfetto, le loro origine sono cilene. Più in là c’è una tenda di giovani Rom e più in là ancora albanesi e macedoni. Più di una persona sembra aver notato un certo spirito “incivile” nell’accaparrarsi razioni e dotazioni multiple.
«Non si fa così», racconta un’altra vicina di tenda, «ieri hanno distribuito i pannolini ne hanno presi a bizzeffe. Li hanno prima portati nella tenda e poi a poco a poco nella loro macchina che hanno parcheggiato qua fuori. Anche per i pasti fanno la corsa... e poi urlano, strepitano...»
Primi segnali di insofferenza e di una convivenza che sarà dura. Non sono mancati anche gli episodi di “occupazione abusiva delle tende” che sono state assegnate all’inizio, forse in maniera un po’ caotica anche in considerazione della situazione e della velocità.
Ieri pomeriggio alcune famiglia sono entrate in conflitto perchè avrebbero preso delle tende senza passare per l’ok della protezione civile che mantiene la contabilità e l’ordine, fondamentale per queste cose.
C’è anche chi minaccia di chiamare i carabinieri... succede anche questo ma è importante mantenere l’ordine, la disciplina e l’educazione.

«QUI MANCA TUTTO»

Mentre alcuni componenti della famiglia provano a dormire dentro la tenda, fuori c’è sempre qualcuno che è seduto come per presidiare. Quasi tutti sono disposti a raccontare e a sfogarsi.
«Qui manca tutto», dice Giovanna, dipendente della Regione, «è dura, sono con questa tuta da due giorni, un calzino riesco a trovarlo ma i miei vestiti... come faccio... non ho un ricambio, non ho nulla. I bagni sono impraticabili, sporchi, non c’è una doccia, non sono riusciti a mettere nemmeno un tubo che pure servirebbe almeno per lavarsi le mani. Avrei voluto tanto lavarmi la faccia... mi sento così sporca».
Ricorda di essere riuscita a rientrare nuovamente nella sua casa, crollata per meta: niente vestiti ma è riuscita a prendere il caricatore del cellulare.
«Sembra poca cosa ma invece è vitale. Ho saputo da un altro parente che ho incontrato qui che mio nipote che vive a Parigi era in pensiero per me perchè non riusciva a mettersi in contatto e a sapere come sto: mi chiamava ma il mio cellulare si è scaricato il primo giorno. Un’altra cosa che manca è la corrente elettrica, anche per ricaricare il cellulare è problematico, ho dovuto chiedere un favore al benzinaio qui vicino».
Poi come in un flash cambia discorso.
«Lei se può dica alle autorità di far chiudere la luce, oggi sono ritornata ed il contatore era ancora acceso... chi paga poi la bolletta? Nel mio palazzo poi c’è stata una grossa perdita che ha invaso molti piani, quello non va mica bene per la struttura del palazzo... credo che dovrò ritornare anche domani a casa per svuotare il congelatore perchè se va via l’elettricità esce tutta l’acqua e poi che succede?»
Piccoli problemi che forse cercano di scacciare quello troppo grande ed ancora difficile da comprendere ed accettare. E lo si capisce perchè quando cerchiamo di sondare le loro aspettative emerge tutto il distacco da una realtà che è molto più dura.
Sono in tantissimi a pensare che a rimanere in queste condizioni sarà questione di un paio di settimane per poi ritornare a casa. Nessuno sembra aver previsto che la normalità oggi è un bel sogno.
Anche l’organizzazione ha avuto forse problemi legati alla comunicazione.

LA FORTUNA DI CHI STA’ IN ALBERGO

Se si domanda agli sfollati perchè hanno scelto la tenda invece di andare a dormire negli alberghi della costa, loro rispondono che nessuno gli ha dato alternativa e che hanno saputo della cosa solo dopo quando erano già in tenda.
I più fortunati infatti vivranno negli alberghi dove ci sono letti, materassi e persino bagni in camera, insomma tutta un’altra cosa.
I bambini intanto giocano; si improvvisa una partitella a calcio, chi gioca con la sabbia, qualcuno viene “disturbato” dai clown che sono arrivati per cercare di strappare un sorriso.
I pasti sembrano buoni −compatibilmente con la situazione- c’è la pasta e poi la mozzarella, le dosi sono abbondanti e sono previsti bis e anche tris e alle 17 il pentolone non era ancora terminato.

 


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IL CAMPO DI BAZZANO.

Sono circa 800 gli sfollati nel campo di Bazzano dove alle 17.30 di ieri c’era chi lavava i pentoloni serviti per cucinare a pranzo ed il cuoco che iniziava già a cucinare per la sera.
«C’è pasta e fagioli senza cotica», ironizza lo chef con un grande sorriso sottolineando l’abbondanza della pasta un po’ arrangiata.... Certo non è proprio come andare al ristorante ma per oggi si può fare a meno della cotica.
Il campo è molto piccolo e la protezione civile anche qui continua a preparare tende. Sono molti i visi di stranieri, rom e albanesi soprattutto che si erano insediati nella zona industriale della città, molti sono operai e manovali o lavorano nei campi.
La sala operativa è stata costruita nel vecchio bocciodromo che ha una lunga crepa verticale ma non ci sarebbero pericoli: «è da 40 anni che sta lì ed i tecnici hanno detto che la costruzione è statica».
Ma qui si ha l’impressione di stare parecchie ore dietro rispetto ai campi del centro.
«Manca tutto, soprattutto viveri», dice Antonio che lava i piatti, è allegro e racconta di essere stato uno dei primi ad iniziare ad organizzare le persone subito dopo il primo sisma delle 3.31 «mancano i pannolini per esempio e generi alimentari, è finito il latte».
Antonio spiega che hanno fatto richiesta alla protezione civile ma che ancora non sono arrivate le scorte. In un piccolo magazzino di circa tre metri per tre però ci sono viveri ovunque ma forse basteranno per uno o due giorni.
POGGIO PICENZE

Man mano che ci si allontana dal capoluogo le tendopoli sembrano sempre più in ritardo. Alle 18.30 a Poggio Picenze, altra frazione ad alta percentuale di stranieri, è ancora tutto da preparare. Qui la protezione civile di Benevento e di Avellino ha iniziato a lavorare dal secondo giorno. Ci sono già alcune tende da una parte del campo sportivo, mentre una ruspa sistema la breccia per evitare il fango che probabilmente si creerà comunque con la pioggia prevista nelle prossime ore.
Un drappello di spettatori segue i lavori frenetici dagli spalti: per la sera sarà tutto pronto. Gli abitanti di Poggio Picenze hanno dormito le prime notti nelle macchine che hanno spostato dal paese che non sembra gravemente danneggiato e parcheggiato tutto intorno al campo sportivo. Ed ora attendono ancora.
La chiesa anche qui ha subito gravi danni nella parte alta ma probabilmente il simbolo della frazione resisterà e sarà ricostruita.

EDIFICI NUOVI VENUTI GIU’

Già, la ricostruzione. Tutti ne parlano come fosse facile. Intanto bisognerà capire le cause di crolli che appaiono misteriosi. C’è chi aveva previsto che alcuni edifici sarebbero venuti giù e non si è fatto nulla, altre costruzioni recenti, come l’ospedale, sono inagibili eppure sono stati costruiti nel 2000. «Il progetto è vecchio di 30 anni», rispondono le amministrazioni pubbliche: due volte, forse tre, i soldi buttati con in più una struttura sanitaria indispensabile per questi momenti inservibile.
E che dire di palazzine con meno di 10 anni accartocciatesi come un castello di carte?
Gli esperti sono chiari su questo punto: le case nuove sono crollate o per errori di progettazione o per errori di costruzione o per speculazioni pericolose. Che significa? Significa mettere meno cemento e magari “annacquarlo”, meno ferro nelle strutture portanti per diminuire i costi ed aumentare i guadagni. E’ possibile che sia accaduto anche questo. Compito di cercare le risposte è dell’inchiesta aperta dalla locale procura che probabilmente si troverà moltissimi ostacoli sul suo cammino.
Intanto è finito il secondo giorno ed inizia il terzo. E la terra trema ancora...

Alessandro Biancardi 08/04/2009 8.54

LA CRONACA DEL SECONDO GIORNO

BERLUSCONI AGLI SFOLLATI: «ANDATE NEGLI ALBERGHI DELLA COSTA»
 
IL SECONDO GIORNO: CONTINUANO LE RICERCHE
 
MERCOLEDI’ I PRIMI FUNERALI
 INFORMAZIONI E NUMERI UTILI

LA MAPPA DEI TERREMOTI
 
L'ITALIA SI MOBILITA: RACCOLTI 10 MLN DI EURO 
19.47 LA TERRA TREMA ANCORA
 
LE FOTO: LA PRIMA GIORNATA