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Il partito dell’acqua: inchiesta sull’Ato pescarese: 16 indagati

Alessandro Biancardi

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Giorgio D'Ambrosio
PESCARA. E’ scoppiata il penultimo giorno del 2011 l’inchiesta della procura di Pescara denominata “partito dell’acqua”.
L’indagine è stata coordinata dal pm Valentina D’Agostino con l’ausilio degli uomini della Digos. I reati contestati sono peculato, corruzione, abuso d’ufficio, falsità materiale commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici, falsità ideologica, distruzione di documenti, truffa ai danni dello Stato.

In testa alla lista degli indagati c’è Giorgio D’Ambrosio, ex parlamentare, ancora sindaco di Pianella, alla guida dell’ente d’ambito fino al suo commissariamento da parte della Regione. Segue il suo assessore a Pianella e dipendente assunto all’Ato, Vincenzo Di Giamberardino, il dirigente Fabrizio Bernardini, già segretario del Comune di Francavilla, oggi della Provincia di Pescara, che avrebbe controfirmato una serie di atti senza controllo o avallando le irregolarità che la procura contesta. Tra questi anche Fabio Ferrante, dipendente. Gli altri indagati sono tre ex componenti del cda dell'Ato, Francesco Di Pasquale, Franco Feliciani, e l'assessore al comune di Penne (Pescara) Gabriele Pasqualone; Nino Pagano, funzionario Ato; Silvia Robusto, dipendente Ato; Alessandro Antonacci, dirigente tecnico Ato; Sergio Franci, ex consulente Ato; Pierluigi Caputi, dirigente regionale e commissario straordinario dell'Ato; Ercole Cauti, imprenditore. C'è poi il capitolo sul professor Luigi Panzone, docente di scienze manageriali dell'Universita' D'Annunzio.

DAI CDA ALLE CENE ‘PRIVATE’

Gli investigatori della Digos, coordinati dalla dirigente Leila di Giulio, hanno trovato elementi per indagare e contestare reati ai consigli di amministrazione dell’Ato dal 2003 al 2007 perché espressione politica e per questo i consiglieri avrebbero avallato una serie di scelte che sarebbero state dettate dal “partito dell’acqua”. Ma nel mirino della Procura sono finiti anche oltre 10 mila euro di pranzi in tre anni, 2.300 euro di multe (superamento dei limiti di velocità e divieti di sosta), viaggi a Roma e pedaggio dell’autostrada: l’ex presidente Giorgio D’Ambrosio pagava le sue spese con i soldi dell’Ato.

Forse la diaria da deputato non era sufficiente a Giorgio D’Ambrosio che cercava di ‘arrotondare’ le spese del suo lavoro romano con i soldi dell’ente d’ambito pescarese, da lui guidato. La Procura sostiene infatti che l’ex parlamentare, in carica dal settembre 2006 fino ad aprile 2008, per i suoi spostamenti di lavoro a Roma utilizzava la Lancia Thesys dell’Ato (di cui era presidente) e pagava l’autostrada con il telepass dell’azienda acquedottistica. Il pm Valentina D’Agostino, che per questo lo ha iscritto nel registro degli indagati per il reato di peculato (utilizzo beni Ato per finalità estranee a quelle istituzionali dell’Ente d’Ambito), attraverso l’indagine portata avanti dalla Digos di Pescara ha contato almeno 59 viaggi «a Roma ed in altre località» a bordo della vettura aziendale: 18 nel 2006, 40 nel 2007 e appena uno nel 2008.

C’ERANO ANCHE DUE DIPENDENTI

In 20 di questi viaggi (5 del 2006 e 15 del 2007) era presente in auto anche Vincenzo Di Giamberardino, dipendente Ato e uomo di fiducia dell’ex presidente D’Ambrosio (assessore a Pianella), indagato per peculato in concorso. Sempre Di Giamberardino deve rispondere anche del reato di truffa perché «con artifici e raggiri» avrebbe fatto risultare «fittiziamente» la propria presenza in ufficio anche quando in realtà era fuori sede con D’Ambrosio a Roma. Per questo si sarebbe procurato «un ingiusto profitto corrispondente alle retribuzioni giornaliere per attività lavorativa non prestata, cagionando un danno ingiusto all’ente». Questa operazione, ricostruisce la Procura, sarebbe stata ripetuta 22 volte (4 nel 2006 e 18 nel 2007). Di truffa è accusato anche D’Ambrosio che avrebbe sottoscritto i moduli presentati da Di Giamberardino in 10 occasioni diverse. E due volte nei viaggia a Roma a spese dell’Ato ci sarebbe stato anche un altro dipendente Ato, Fabio Ferrante (4 ottobre 2006 e 7 febbraio 2007). Anche per lui le accusa sono quelle di peculato (per aver utilizzato l’auto aziendale) e truffa (perché avrebbe fatto in modo di risultare presente in ufficio pur essendo nella capitale con D’Ambrosio).

LE SPESE DI RAPPRESENTANZA: CON L’ATO SI MANGIA

D’Ambrosio e il dirigente Nino Pagano sono accusati anche di peculato continuato in concorso per aver utilizzato soldi dell’ente per ‘’spese di rappresentanza’’ che, dice la Procura di Pescara, «in realtà erano destinate a cene e altre occasioni conviviali, estranee ai fini istituzionali dell’Ato».

Così D’Ambrosio preparava la nota spese e Pagano rimborsava l’ex presidente. Per l’accusa il dirigente concorreva nel reato perché «ometteva di attivare i doverosi controlli sulle spese ed i prelievi effettuati da D’Ambrosio con la carta» non solo per le cene ma anche per i viaggia a Roma, i pedaggi e le multe.

Come sono stati spesi i soldi dell’Ato? Nel dettaglio si scoprono cene consistenti (in totale oltre 10 mila euro), tavolate numerose e soprattutto i migliori ristoranti di pesce di Pescara. Insomma l’ex presidente non badava a spese.

Il 15 marzo del 2004 sono stati rimborsati 360 euro per il pagamento di un pranzo a cinque sindaci della Val di Fino al ristorante ‘Il club dei buongustai’ di Pianella (comune dove D’Ambrosio è sindaco). Nello stesso giorno, però, è stato rimborsato anche un altro pranzo, sempre allo stesso ristorante, per 10 persone e un terzo con 5 coperti al ristorante ‘La vongola’ di Pescara. Il 31 marzo il dirigente rimborsa 890 euro per il pagamento di un pranzo, al termine di un convegno, presso il ristorante Marechiaro di Pescara. Il 7 febbraio 2005 altri 608,30 euro per ‘pranzo offerto dal presidente’ agli organi di rappresentanza ed ai consulenti dell’ente presso lo stabilimento Blu Marine in occasione delle feste natalizie. Un mese dopo altri 447 euro per una cena offerta ai consiglieri, ai sindaci e alcuni esponenti del sindacato presso il ristorante ‘la Vongola’ di Pescara «a seguito di un incontro del cda protrattosi sino a tarda sera».

L’8 febbraio nuova puntata a La Vongola da 809,50 euro per ‘pranzo di rappresentanza con assessore Lavori Pubblici e presidenti Ato in occasione della costituzione Area’. Il 26 maggio 2006 350 euro di rimborso per una cena con i presidenti dell’autorità d’Ambito, ancora al ristorante Marechiaro di Pescara.

ARRIVA LA CARTA DI CREDITO

A metà 2006, però, basta rimborsi e D’Ambrosio può contare addirittura su una carta di pagamento e prelievo internazionale ricaricabile per spese di rappresentanza. Ma anche qui la Procura è certa: i soldi sono stati spesi per occasioni «estranee ai fini istituzionali dell’ente». Il pagamento è più semplice e diretto (immediato senza necessità di compilare note spese per i rimborsi).

Anche in questo caso la Procura ha stilato una lista precisa di cene: nel mese di luglio 2006, a distanza di pochi giorni ce ne sono state ben due: la prima 3 coperti da Carlo Ferraioli (276 euro) e la seconda a Pianella al Poggio del Sole con l’ex assessore regionale alla Sanità Mazzocca e il sindaco di Montesilvano Pasquale Cordoma da 300 euro.

Ad agosto 2006 ancora pesce da Ferraioli, 3 coperti e un totale di 275 euro. A novembre 16 coperti con ‘presidenti Ato’ a Marechiaro: 785 euro. Un mese dopo ‘cena di fine anno’ da 251 euro da Duilio a Pescara e due giorni dopo 23 coperti, ancora una volta a Poggio del Sole a Pianella: 690 euro. A febbraio 2007 nuova cena a Marechiaro per un totale di 410 euro e poi altri 234 a marzo per una ‘cena dello staff sovrintendenza beni archeologici’ al club dei Bongustai a Pianella, 425 euro da Marechiaro (9 coperti) ad aprile, e 150 euro a maggio al ristorante La Vongola. Ad aprile nuova capatina al Poggio del Sole e pasto da 300 euro, mentre a luglio si sperimenta Apollo, a Pescara: 450 euro. La lista ricostruita dalla Procura di Pescara si chiude con i 921 euro del 29 ottobre 2007 alla Vongola di Pescara (non è chiaro quanti invitati ci fossero) e i 480 euro del 22 novembre 2007 alla Fattoria Fernando.

LA LAUREA DI D’AMBROSIO

Anche gli studi universitari del primo cittadino ed ex presidente Ato sono finiti nella maxi: a marzo 2011 Giorgio D’Ambrosio si è laureato in Scienze Manageriali con una tesi in Economia e Management, ‘Il finanziamento degli Enti Locali – Profili tradizionali e innovativi’. La Procura di Pescara ne mette in dubbio, però, la regolarità di quel percorso e punta l’attenzione sul rapporto molto stretto tra l’amministratore pubblico e Luigi Panzone, professore associato di tecnica bancaria presso la Facoltà di Scienze Manageriali alla D’Annunzio. Un rapporto non comune tra docente e studente.

Per gli inquirenti il professore, indagato per corruzione continuata in concorso (con D’Ambrosio, appunto) avrebbe violato i doveri «di imparzialità, buon andamento e trasparenza connessi al pubblico ufficio ricoperto». Panzone, dice sempre la Procura di Pescara, avrebbe ricevuto dal sindaco di Pianella («privato corruttore»), «numerosi titoli di credito, al fine di agevolare D’Ambrosio nel superamento degli esami universitari e, successivamente, nel conseguimento della laurea specialistica in Economia e Management, presso la medesima facoltà».

Secondo la ricostruzione fatta dal pm Valentina D’Agostino, a seguito delle indagine della Digos, il docente «dichiarato protestato e più volte segnalato presso la centrale rischi della Banca d’Italia non poteva accedere personalmente al sistema creditizio». Per questo avrebbe ottenuto da D’Ambrosio il rilascio di assegni bancari, emessi da conti correnti a lui intestati nel periodo che va dal 14 novembre del 2007 al 30 settembre 2010 per un importo complessivo di 63.700 euro.

L’importo sarebbe stato parzialmente rimborsato da Panzone che avrebbe restituito al sindaco di Pianella 33.350 euro. I titoli venivano, poi, portati all’incasso da Panzone presso terzi (spesso, dice il magistrato, si trattava di società finanziarie).

A fronte di queste «dazioni» D’Ambrosio avrebbe ricevuto una contropartita: «Panzone», è questa l’ipotesi accusatoria, «agevolava D’Ambrosio facendogli superare con il massimo dei voti alcuni esami sostenuti con la commissione dal lui presieduta».

E la procura ne ha contati almeno tre: uno sostenuto il 19 gennaio 2007, un secondo a giugno del 2007 e un terzo il 12 giugno 2009.

Ma proprio su quest’ultimo la Procura si è soffermato più a lungo. Il 12 giugno 2009, infatti, D’Ambrosio ha superato a pieni voti l’esame di ‘Innovazione finanziaria e Mercato di credito’. Una bella prova che gli è valsa la votazione di 30/30. Ma nella stessa data, ricostruisce l’accusa, il sindaco avrebbe emesso un assegno da 11.500 euro. Sempre il docente avrebbe messo a disposizione di D’Ambrosio un giovane assistente universitario che lo aiutava nella preparazione degli esami e negli adempimenti burocratici relativi alla attività universitaria.

CONSULENZE D’ORO E VERBALI FALSIFICATI

Ci sono anche le mappe degli incarichi, delle consulenze e delle proroghe dei contratti all’ente d’ambito pescarese nel faldone dell’inchiesta che coinvolge 16 persone.

La chiamata diretta era il sistema più utilizzato, nonostante non si potesse fare. Che il ‘partito dell’acqua’ gestisse l’Ato come un carrozzone clientelare si dice ormai da anni ma la procura certifica la mappa delle assunzioni irregolari e delle ‘chiamate dirette’.

Giorgio D’Ambrosio, Roberto Angelucci, Pasquale Cordoma, Gabriele Pasqualone (in qualità di componenti del cda dell’Ato), Fabrizio Bernardini (segretario generale), Nino Pagano, Alessandro Antonacci e Sergio Franci sono indagati per falso materiale e ideologico in atto pubblico e abuso d’ufficio in concorso.

L’accusa sostiene che avrebbero redatto un atto falso: si tratta della delibera 62 «apparentemente emessa il 29.10.2007) dal cda dell’Ato con la quale si prorogavano fino a fine 2009 gli incarichi già conferiti a Pagano (dirigente del servizio amministrativo), Alessandro Antonacci (dirigente dell’area tecnica), Sergio Franci (consulente dell’ente), Fabrizio Bernardini (segretario dell’ente).

In realtà, sostiene la procura, pur risultando emesso il 29 ottobre del 2007 l’atto era stato redatto «in epoca successiva in vista della liquidazione degli Enti D’Ambito». Con quel documento gli indagati avrebbero procurato «intenzionalmente» un «ingiusto vantaggio patrimoniale ai soggetti i cui incarichi venivano prorogati, tutti legati da rapporti di amicizia o di militanza politica ai componenti del cda».

E’ indagata per falso in atto pubblico e soppressione di atti veri in concorso (con D’Ambrosio, Angelucci, Cordoma, Pasqualone e Bernardini) anche Silvia Robusto, dipendente amministrativa dell’Ato pescarese.

Lei, sostiene l’accusa, sarebbe «l’autrice materiale» del registro delle delibere e su indicazione dei componenti del cda avrebbe cancellato sul foglio dove era registrata la delibera 62 l’oggetto originario (che era ‘affidamento fornitura servizio telefonia mobile operatore Vodafone’) scrivendo accanto ‘Provvedimenti in ordine alla struttura amministrativa’. Con l’oggetto sarebbe stata modificata anche la data di emissione della delibera. L’accusa riconosce anche l’aggravante «per aver commesso il fatto allo scopo di occultare il reato» della redazione di un atto falso.

LA CONSULENZA ESTERNA AFFIDATA SENZA SELEZIONE E SENZA PUBBLICITA’

E’ finita nel mirino degli inquirenti anche una consulenza affidata a luglio del 2007 «senza alcuna pubblicità e senza una preventiva procedura di selezione» alla società Metron Srl.

Per questo episodio sono indagati per abuso d’ufficio in concorso Giorgio D’Ambrosio, Roberto Angelucci, Franco Feliciani, Fabrizio Bernardini, Nino Pagano, Ercole Cauti e il commissario Pierluigi Caputi. Era il periodo in cui l’Ato, insieme alla Provincia di Ferrara, si era aggiudicato il progetto Adriatic Cooperation for Industrial Development per la realizzazione di un impianto di fitodepurazione.

Il finanziamento era di 170 mila euro (144 mila euro di fondi comunitari e 25 mila euro di cofinanziamento a carico dell’Ente) e secondo quanto previsto dalla convenzione l’Ato avrebbe potuto spendere al massimo 25 mila euro per ‘spese di consulenza esterna’. Il 30 luglio il cda «con voto unanime» decide di affidare direttamente la consulenza alla Metron Srl per «assistenza tecnico-scientifica». A fine settembre la società firma il contratto di affidamento e si stabilisce che sia la Metron a gestire le risorse previste dal budget di 88.936 euro. A ottobre il presidente D’Ambrosio chiede la rimodulazione del budget e aggiunge 28 mila euro alla voce consulenza: si passa così dai 25 mila (tetto massimo imposto per la consulenza esterna) ai 53 mila euro. Vengono invece ridotte le voci ‘personale interno’ che passano da 57 mila a 29 mila.

Ad aprile 2008 il commissario Pierluigi Caputi chiede, però, una nuova rimodulazione del budget con l’annullamento del personale Ato e il trasferimento di tutta la cifra alla società di consulenza esterna che arriva quindi ad ottenere 85.916 euro. Alla fine la società fatturerà complessivamente all’Ato 113.936 euro (iva inclusa) e l’Ato liquiderà 107.023 euro.

Per la procura il dirigente del servizio amministrativo, Nino Pagano, avrebbe attestato la regolarità delle fatture emesse «senza aver preventivamente verificato la veridicità della documentazione relativa ai costi che la Metron dichiarava» e avrebbe procurato «un ingiusto vantaggio alla società». Secondo la Procura, inoltre, l’azienda talvolta avrebbe richiesto il pagamento di spese «in alcuni casi del tutto prive di giustificazioni», ad esempio «viaggi, traduzioni, pubblicità ed organizzazione eventi» ma anche spese generiche come «spese vice, altre spese». Per tutto questo pagava l’Ato.

LE ASSUNZIONI

Poi ci sono gli affidamenti di incarichi di collaborazione. Per questo filone è indagato il dirigente del settore tecnico Alessandro Antonacci (abuso d’ufficio). Antonacci avrebbe «intenzionalmente procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale ai destinatari delle delibere» che andavano a ricoprire incarichi non necessari in quanto, certifica la Procura, si trattava di «prestazioni professionali ordinarie, eseguibili anche da personale interno». Una spesa inutile, dunque.

A febbraio del 2006 Antonacci si serve della consulenza del geometra Mauro Monaldi (non indagato) per le procedure espropriative: costo 5.600 euro. A maggio del 2006 Antonacci conferì un incarico di collaborazione all’ingegner Graziana Di Michele (non indagata) per occuparsi della ‘direzione e contabilità Lavori’ della costruzione di un tratto di condotta fognante nella frazione Fontanelle di Atri. Ma l’incarico, dice l’accusa, era già stato affidato ad un dipendente interno. Altra spesa inutile. Sempre nello stesso mese Antonacci si sarebbe liquidato 58.988 euro per ‘incentivazione parziale alla prestazione del Rup’. Altri 26 mila euro sono stati girati al suo staff. Tutto questo sarebbe avvenuto «in violazione dell’obbligo di astensione e del principio di onnicomprensività della retribuzione dei dirigenti».

Nel dicembre del 2003, infatti, Antonacci era stato nominato responsabile unico del procedimento di tutte le opere incluse nella programmazione dell’ente e per questo veniva già regolarmente pagato senza necessità di erogare ulteriori extra. Una nuova ‘auto-liquidazione’ viene rintracciata ad aprile del 2006 per 2.283,42 euro. La firma Antonacci e la riceve Antonacci. Ma il dirigente liquida anche 2.283 euro a favore del segretario generale dell’ente, Bernardini. Anche in questo caso, sottolinea la procura, è stata violato l’obbligo di astensione e il principio di onnicomprensività della retribuzione dei dirigenti.

Per aver affidati incarichi di consulenza e collaborazione attraverso delibere adottate «in palese violazione di legge» sono indagati anche D’Ambrosio, Angelucci, Di Pasquale, Feliciani e Bernardini (abuso d’ufficio in concorso).

Alessandra Lotti  05/01/2012 10:24