«Ogni anno sottratti al vero made in Italy oltre 51 miliardi di euro»

Alessandro Biancardi

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ROMA. Nell’anno 2009 il settore dell’industria alimentare italiana ha registrato un fatturato complessivo di 120 miliardi di euro (fonte: Federalimentari).

ROMA. Nell’anno 2009 il settore dell’industria alimentare italiana ha registrato un fatturato complessivo di 120 miliardi di euro (fonte: Federalimentari).

Mentre il settore agroalimentare propriamente detto, escluso il settore della silvicoltura, ha registrato un fatturato di 34 miliardi di euro (fonte: Ismea).

Il giro d’affari complessivo si aggira su circa 154 miliardi di euro; in sostanza un giro d’affari che nel 2009 è stato pari a circa il 10% del Pil italiano 2009, secondo il Rapporto Eurispes-Coldiretti.

E quanto emerge dal primo rapporto sui crimini agroalimentari in Italia elaborato da Eurispes e Coldiretti. Nel nostro Paese sono state importate nel 2009 circa 27 miliardi di euro in materie prime, che sono state alternativamente: -    vendute direttamente nel nostro Paese, quindi con un marchio “Made in (paese di provenienza)”; -    trasformate tramite almeno un processo dall’industria alimentare, e che, secondo la normativa attuale, possono fregiarsi del marchio Made in Italy.

Occorre ricordare che, di tutte le materie prime importate, parte sono classificate come importazioni temporanee. Per importazioni temporanee si intendono quelle importazioni di prodotti che vengono poi rivenduti sul mercato estero dopo una qualche trasformazione che avviene in Italia ovvero importazioni di merci provenienti da uno Stato estero introdotte temporaneamente nel territorio nazionale a scopo di perfezionamento (lavorazione, trasformazione). Queste merci, pur contenendo prodotti agricoli non italiani, data l’attuale normativa, possono essere rivendute all’estero con il marchio Made in Italy; ciò significa che su 27 miliardi di euro di importazioni, una parte di queste materie prime importate sono state senz’altro riesportate come Made in Italy.

Ma valutare l’entità del fenomeno solo sulle importazioni temporanee tende a sottostimarlo per due sostanziali motivi: da un lato, sono le imprese a poter decidere di dichiarare alle dogane se le loro importazioni sono temporanee o definitive; se le dichiarano come temporanee ottengono dei vantaggi fiscali che possono non valere il rischio di essere “smascherate” dai consumatori come aziende i cui prodotti non sono al 100% Made in Italy; dall’altro lato, le importazioni possono essere dichiarate temporanee solo se i prodotti vengono poi riesportati; di conseguenza, valutando l’entità del fenomeno solo su di esse, non si terrebbe conto di tutti quei prodotti importati dall’estero, trasformati in Italia e venduti sul nostro territorio nazionale che, data l’attuale normativa, possono fregiarsi del marchio Made in Italy.

Si stima che almeno un prodotto su 3 del settore agroalimentare importato in Italia sia trasformato nel nostro Paese e poi venduto sul nostro mercato interno e all’estero con il marchio Made in Italy.

Sulla bilancia dei pagamenti questo significa che almeno 9 miliardi di euro, nel solo 2009, sono stati spesi per importare dei prodotti alimentari esteri che sono poi rivenduti come prodotti nati in Italia.

Ma il dato impressionante da questo punto di vista emerge applicando questa proporzione al fatturato complessivo di 154 miliardi di euro: circa il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati, pari a 51 miliardi di euro di fatturato, derivano da materie prime importate, trasformate e vendute con il marchio Made in Italy, in quanto la legislazione lo consente, nonostante in realtà esse possano provenire da qualsiasi parte del pianeta.

Inoltre, se si pensa in termini occupazionali, i prodotti italiani DOP e IGP sono una fonte importante di reddito per almeno 250.000 persone; se si considerano, oltre a queste, anche gli addetti alla produzione dei 4.528 prodotti agroalimentari tradizionali italiani (prodotti i cui metodi di lavorazione risultano essere omogenei nel territorio di produzione, e consolidati da almeno 25 anni), dal fatturato del Made in Italy dipende una porzione non trascurabile degli addetti del settore agroalimentare, che si stima aver occupato 1,2 milioni di persone nell’anno 2009. Inoltre, si consideri che l’attività dei produttori italian sounding e dei falsificatori non colpisce i prodotti Made in Italy esclusivamente nei paesi in cui sono già affermati, ma pone una seria ipoteca sullo sviluppo degli stessi nei mercati emergenti, soprattutto in quei mercati che non hanno espresso completamente la loro domanda potenziale. Si tratta di mercati, come ad esempio quello cinese, costituiti da centinaia di milioni di persone la cui capacità d’acquisto tenderà a crescere nel tempo.

 

24/06/2011 9.30