Le mani delle mafie sull’agricoltura per controllare le filiere agroalimentari

Alessandro Biancardi

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Redazione Pdn

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ROMA. Le associazioni mafiose tendono a potenziare la loro azione di infiltrazione e di penetrazione nel mondo imprenditoriale e nell’economia legale, dimostrando una particolare capacità di modernizzazione e di visione dello sviluppo tecnologico e delle trasformazioni economiche.

ROMA. Le associazioni mafiose tendono a potenziare la loro azione di infiltrazione e di penetrazione nel mondo imprenditoriale e nell’economia legale, dimostrando una particolare capacità di modernizzazione e di visione dello sviluppo tecnologico e delle trasformazioni economiche.

E’ quanto emerge dal primo rapporto sui crimini agroalimentari in Italia condotto da Eurispes e Coldiretti.

In agricoltura, i principali reati che vengono attribuiti alle associazioni mafiose vanno dai comuni furti di attrezzature e mezzi agricoli all’abigeato, dalle macellazioni clandestine al danneggiamento delle colture, dall’usura al racket estorsivo, dall’abusivismo edilizio al saccheggio del patrimonio boschivo, per finire al caporalato e alle truffe, consumate, a danno dell’Unione europea.

Le agromafie insistono soprattutto nei territori meridionali a produrre le loro attività illecite, ricercando un forte alimento nelle difficoltà in cui si trovano le imprese agricole sempre più esposte agli effetti devastanti della scarsa disponibilità di soddisfacenti risorse finanziarie. Così accade che le possibilità di investimento nelle campagne decrescono miseramente e nello stesso tempo l’accesso al credito bancario risulta essere difficoltoso anche per il costo molto elevato del denaro. Il bisogno di credito immediato spinge inevitabilmente gli imprenditori agricoli a trovare nuove forme di finanziamento: l’usura e il racket sono, come è noto, le attività illecite da sempre controllate dalle cosche mafiose.

Inoltre, come denunciato dalla Coldiretti, le associazioni criminali, attraverso le suddette pratiche estorsive, finiscono per determinare l’aumento dei prezzi dei beni al consumo. Così la mafia riconsolida il proprio ruolo di industria della protezione-estorsione che l’aveva caratterizzata, fin dalle origini, assumendo di fatto il controllo politico ed economico dell’impresa e dell’imprenditore.

Non solo, ma intervenendo nel meccanismo di formazione dei prezzi, si pone come soggetto autorevole di intermediazione tra i luoghi della produzione e il consumo, assumendo l’identità di un centro autonomo di potere. L’azienda “Mafia” attraverso il sistema di imprese affiliate o collegate è in grado, come sottolineato dalla Direzione Investigativa Antimafia, di condizionare e di controllare l’intera filiera agroalimentare, «dalla produzione agricola all’arrivo della merce nei porti, dai mercati all’ingrosso alla Grande Distribuzione, dal confezionamento alla commercializzazione». Di fatto, la progressiva diffusione delle agromafie si traduce in una perdita di sicurezza sociale del cittadino e di un impoverimento dell’economia dei territori.

In tempi di globalizzazione economica e di speculazioni finanziarie, le mafie hanno profondamente mutato le strategie economico-finanziarie di penetrazione e di arricchimento illecito: attraverso i processi di integrazione monetaria e gli strumenti forniti dall’innovazione tecnologica hanno reso più difficilmente ricostruibili i flussi finanziari di conversione del denaro illecito, utilizzando anche la “moneta telematica” insieme ai tradizionali luoghi del riciclaggio.

Le agromafie investono i loro ricchi proventi in larga parte in attività agricole, nel settore commerciale e nella grande distribuzione.

Un altro filone in cui l’agrocrimine si manifesta è quello della contraffazione dei marchi e degli imballaggi di vendita dei prodotti agricoli. Secondo la Coldiretti: «La diffusività e l’entità del fenomeno del falso Made in Italy ed il volume di affari connesso a condotte illegali o a pratiche commerciali improprie nel settore agroalimentare sono, ormai, di tale rilievo da poter a ragione parlare dello sviluppo di vere e proprie Agromafie, la cui crescita ed espansione appaiono supportate dall’inadeguatezza del sistema dei controlli e della comunicazione dei dati e dalle informazioni, sia con riferimento alla fase dell’importazione dei prodotti agroalimentari, sia con riferimento alle successive operazioni di trasformazione, distribuzione e vendita» .

La mafia agricola non si allontana dalla terra di origine e ne controlla ogni sua parte, ogni singolo accadimento viene sentito, intercettato e fatto proprio. La ’Ndrangheta, pur manifestando la continua volontà di espansione sull’intero territorio nazionale (e non solo), non abbandona mai il controllo sociale ed economico del territorio calabrese, in particolare rivendica il proprio dominio sulle attività agricole e sulla pastorizia, e allo stesso tempo, si ingegna per realizzare frodi ai danni della Comunità Europea (si pensi al  fenomeno delle cosiddette “arance di carta”).

Nel territorio campano, i clan camorristici investono i capitali illeciti acquistando aziende agrarie, vasti appezzamenti di terreno e diversi caseifici. La Camorra riafferma la sua forte identità criminale, radicata nelle zone di origine, una subcultura deviante, alimentata dai fenomeni di disgregazione sociale e si sviluppa secondo modelli comportamentali che tendono ad aggredire il tessuto sano della società, l’economia legale. In Campania, il fenomeno delle agromafie s’intreccia con altre tipologie di reato proprie dei clan camorristici: lo smaltimento illegale dei rifiuti e il conseguente inquinamento dei terreni e delle falde acquifere. L’azione criminale contro gli agricoltori si esercita attraverso i continui incendi dolosi, i furti di attrezzature agricole e di bestiame, le intimidazioni e le minacce. Inoltre, la Camorra detiene in esclusiva il monopolio sul controllo della manodopera extracomunitaria, impiegata prevalentemente nella raccolta del pomodoro. La Dia segnala, in particolare, il coinvolgimento delle cosche mafiose nella gestione degli affari del mercato ortofrutticolo di Fondi in provincia di Latina, il cui potenziale commerciale è tra i primi in Europa. Inoltre, indagini più recenti confermano penetrazioni dell’agrocrimine camorrista in altre regioni italiane, come ad esempio l’Umbria, dove interessi mafiosi si manifestano nel settore agricolo.

In Sicilia una importante e delicata inchiesta è stata avviata ad analizzare le infiltrazioni di Cosa Nostra nel grande mercato ortofrutticolo di Vittoria, in provincia di Ragusa: sembrerebbe che il filo nero delle agromafie governi le principali direttrici del commercio dell’ortofrutta, attraverso i poli di Vittoria e Fondi, fino a raggiungere la potente area commerciale milanese. La mafia, inoltre si garantirebbe l’esclusiva di decidere il prezzo di vendita delle merci, sostituendosi arbitrariamente alle imprese produttrici che vedono gradualmente immiserirsi i propri ricavi.

Neppure risulta immune la Basilicata, regione ritenuta fino a qualche anno fa al riparo da gravi fenomeni criminali ed ora considerata al centro di episodi violenti e criminosi che colpiscono in particolar modo il settore agricolo (aggressioni, furti di mezzi e prodotti agricoli, l’abigeato e in genere il racket sull’intera filiera sono i principali reati).

Secondo il Rapporto Eurispes-Coldiretti, le agromafie, in questo periodo di fragili certezze e di insicurezza sociale diffusa, ristabiliscono il loro ruolo di mediazione economica e sociale, l’identità di “industria della protezione-estorsione”, dispensatrice malevola di sicurezza-rassicurazione per il libero esercizio dell’impresa agricola. Il pensiero criminale della mafia non si cura della bellezza dei luoghi, della promozione del prodotto agricolo dei territori; il suo agire non ha come fine l’interesse della comunità, ma, al contrario, attraverso le oscure manovre di sofisticazione e di contraffazione dei beni alimentari, minaccia il benessere sociale e la stessa sicurezza alimentare del singolo consumatore.

Fatto sta che la criminalità organizzata non solo continua a radicarsi nelle regioni meridionali danneggiandone l’economia già debole per altri aspetti, ma segna una massiccia espansione anche nel Nord della Penisola e, in specie, nelle grandi aree metropolitane dove gruppi facenti capo a mafia, ’ndrangheta, e camorra, penetrano negli apparati degli Enti locali per controllare le procedure di affidamento di appalti e opere pubbliche. Inoltre, in considerazione del fatto che la parte più cospicua dell’industria di trasformazione alimentare per volume di produzione e fatturato risulta localizzata nelle stesse regioni del Centro-Nord, non ci si può nascondere che la serie innumerevole di frodi commesse a danno dei consumatori attraverso quello che potremo definire il “furto” delle identità materiali e immateriali dell’autentico Made in Italy abbia luogo là dove più forte si levano le invocazioni alla libera concorrenza del mercato e le censure alla disfunzione del sistema istituzionale dell’altro capo del Paese.

In questo senso, una delle figure più controverse è quella dei cosiddetti “colletti bianchi” che operano nel settore agroalimentare e che stanno acquisendo un ruolo strategico per le organizzazioni criminali inserite nel business delle agromafie e interessate soprattutto a spostare l’asse dell’illegalità verso una zona neutra, di confine, nella quale diviene sempre più difficile rintracciare il reato.

 23/06/2011 9.25