Agromafie: un giro di affari di almeno 12,5 miliardi di euro

Alessandro Biancardi

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ROMA. Il Rapporto Eurispes-Coldiretti stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale).

ROMA. Il Rapporto Eurispes-Coldiretti stima che il volume d’affari complessivo dell’agromafia sia quantificabile in 12,5 miliardi di euro (5,6% del totale).

Di cui: 3,7 miliardi di euro da reinvestimenti in attività lecite (30% del totale) e 8,8 miliardi di euro da attività illecite (70% del totale).

Il reinvestimento dei proventi illeciti anche in tale settore, ha come corollario il condizionamento della libera iniziativa economica attraverso attività fraudolente (quale, ad esempio, l’indebita percezione dei finanziamenti nazionali e comunitari – si pensi che nel solo 2009 la Guardia di Finanza ha accertato l’indebita percezione di oltre 92 milioni di euro di finanziamenti per aiuti all’agricoltura), ovvero mediante l’attuazione di pratiche estorsive, imponendo l’assunzione di forza lavoro e, in taluni casi, costringendo gli operatori del settore ad approvvigionarsi dei mezzi di produzione da soggetti vicini alle organizzazioni criminali, influenzando poi i prezzi di vendita (attraverso la gestione delle fasi di distribuzione all’ingrosso e del trasporto dei prodotti agricoli). L’analisi dei risultati conseguiti dalle Forze di Polizia evidenzia come l’intero comparto agroalimentare sia caratterizzato da fenomeni criminali legati al contrabbando, alla contraffazione ed alla sofisticazione di prodotti alimentari ed agricoli e dei relativi marchi garantiti, ma anche dal fenomeno del “caporalato”, che comporta lo sfruttamento dei braccianti agricoli irregolari, con conseguente evasione fiscale e contributiva. I danni al sistema sociale ed economico sono pertanto molteplici, dal pericolo per la salute dei consumatori finali, all’alterazione del regolare andamento del mercato agroalimentare.

Nel caso specifico del settore agroalimentare italiano, secondo il Rapporto Eurispes-Coldiretti, il valore aggiunto complessivo (in media 52,2 miliardi di euro su base annua nel quinquennio 2005-2009) rappresenta per la criminalità un forte incentivo, sul piano della massimizzazione del profitto, all’investimento dei proventi delle attività illecite nei comparti dell’agricoltura, caccia e silvicoltura (valore aggiunto medio 26,2 miliardi di euro, 1,9% del Sistema Paese), dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco (valore aggiunto medio 24,6 miliardi di euro, 1,8% del Sistema Paese), della pesca, piscicoltura e servizi connessi (valore aggiunto medio 1,4 miliardi di euro, 0,1% del Sistema Paese);             la minore appetibi-lità, in termini di profittabilità degli investimenti, del settore agroalimentare rispetto ad altri settori a più alto valore aggiunto (attività immobiliari, costruzioni, trasporti, sanità e assistenza sociale) è compensata dalla persistenza e, in taluni casi, dall’aggravarsi, di molteplici fattori di criticità (effetto moltiplicatore), quali: un calo del 15,9% del numero di occupati e del 35,8% del reddito reale agricolo per occupato tra il 2000 e il 2009; il crollo significativo e generalizzato dei prezzi alla produzione; l’assoluta prevalenza di imprese individuali (87,2% delle attive) rispetto a società di persone e di capitali (rispettivamente 8,9% e 2,4% delle attive); l’elevata diffusione di piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, e del fenomeno del sommerso.

Criminalità organizzata: una vera e propria holding finanziaria. La criminalità organizzata è riuscita nel tempo a consolidare e, in taluni casi, rafforzare il proprio status di grande holding finanziaria, in grado di operare, seppur in misura differente, sull’intero territorio nazionale e nella quasi totalità dei settori economici e finanziari del Sistema Paese, con un giro d’affari complessivo stimato dall’Eurispes in circa 220 miliardi di euro l’anno (l’11% del Pil).

Contestualmente alle attività criminose, la criminalità organizzata ha, infatti, sviluppato una crescente capacità di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale italiano, avvalendosi di quest’ultimo quale luogo privilegiato di riciclaggio del denaro proveniente dalle attività illecite.

Tale vocazione “imprenditoriale”, che trova terreno ancora più fertile nell’attuale quadro congiunturale di grave e generalizzata crisi economica (in ragione delle ingenti risorse finanziarie di cui dispone), si manifesta seguendo i principî e le regole proprie della finanza, in primis quello della diversificazione del rischio e del portafoglio degli investimenti. Prefigurandosi quale obiettivo prioritario la massimizzazione dei profitti (ovvero del ritorno economico degli investimenti), la holding del crimine organizzato tende, inoltre, a privilegiare i settori e comparti economici in grado di generare un più alto valore aggiunto, quali: le attività immobiliari, il commercio (all’ingrosso e al dettaglio); i trasporti, il magazzinaggio e le comunicazioni; le costruzioni; la sanità e l’assistenza sociale. Esiste, tuttavia, un terzo aspetto che assume particolare rilevanza ai fini della composizione del portafoglio della holding, in grado di generare un effetto moltiplicatore sulla propensione all’investimento (in specifici contesti territoriali e comparti economici) fondata sulle sole esigenze di diversificazione e massimizzazione dei profitti. In particolare, la possibilità che le risorse di cui dispone la criminalità organizzata subentrino a quelle provenienti dai canali ufficiali (istituzioni pubbliche e sistema bancario) e, conseguentemente, il livello di penetrazione mafiosa in uno specifico settore economico crescono al manifestarsi di circostanze quali: una grave crisi economica (calo del fatturato, degli ordinativi, dell’occupazione e degli investimenti); un eccessivo squilibrio tra domanda e offerta di finanziamenti; un tessuto imprenditoriale caratterizzato dalla prevalenza di piccole e medie imprese (più esposte al rischio di usura, racket ed estorsioni a causa delle maggiori difficoltà di accesso al sistema creditizio); una maggiore diffusione dell’economia sommersa. I tre diversi aspetti (diversificazione del rischio, massimizzazione del profitto, effetto moltiplicatore) influenzano le scelte di investimento della criminalità organizzata in maniera profondamente diversa, integrandosi o compensandosi tra loro a seconda del contesto economico e territoriale.

 22/06/2011 9.20