LA DECISIONE

Antitrust: su latte nessuna distorsione del mercato

Ma costi produzione Italia più alti che in altri Paesi Ue

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Antitrust: su latte nessuna distorsione del mercato

 

 ROMA. Nell settore lattiero-caseario italiano ''non sono emerse particolari elementi di criticità nei meccanismo di trasmissione delle oscillazioni dei costi nei settori a valle della filiera". E' la conclusione a cui è giunto l'Antitrust al termine dell'indagine conoscitiva sul settore avviata nel maggio 2015. ''Nessuna delle sue componenti, infatti - si legge nel parere dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato - appare in grado di generare e trattenere stabilmente extra-profitti a scapito degli operatori che operano nei mercati a monte dell'approvvigionamento".

 L'Antitrust sottolinea che il settore sta attraversando un periodo di grave crisi su scala mondiale. Ma, a livello nazionale potrebbe risentirne di più che negli altri Paesi europei: "I costi di produzione nazionali - rileva - sono mediamente più elevati (di circa 5 centesimi di euro al litro) rispetto a quelli degli altri principali produttori europei, tra cui, in particolare, Francia e Germania".

L'Autorità rileva che a fronte di una "frammentazione molto elevata", che conta circa 34mila imprese produttrici, "si contrappone una domanda più concentrata, rappresentata da circa 1.500 acquirenti". Ne deriva che "le aziende agricole conferiscano l'intera produzione di latte a un unico acquirente e le imprese di trasformazione abbiano invece numerosi fornitori".

Tuttavia, sotto il profilo concorrenziale, si precisa, ''non sono emersi particolari elementi di criticità nei meccanismo di trasmissione delle oscillazioni dei costi nei settori a valle della filiera". Nessuna delle sue componenti, infatti, "appare in grado di generare e trattenere stabilmente extra-profitti a scapito degli operatori che operano nei mercati a monte dell'approvvigionamento". Quanto alla "tendenziale uniformità nell'andamento dei prezzi di acquisto del latte crudo alla stalla'' secondo l'Antitrust appare riconducibile alla ''prassi instauratasi nel settore di rendere pubbliche le condizioni negoziate tra il principale acquirente nazionale, il Gruppo Lactalis, e le associazioni di parte agricola, utilizzandole come punto di riferimento per tutte le altre negoziazioni". Le modalità di contrattazione in Italia sono ancora "sostanzialmente improntate alla vecchia logica dell'accordo interprofessionale". E quindi possono essere "oggetto di specifica valutazione da parte dell'Autorità, al fine di verificare la coerenza con le norme antitrust in tema di intese e del quadro normativo comunitario in materia di mercati agricoli". Riguardo invece alla tutela della parte contrattuale debole, si esclude che ''le stime sui costi medi di produzione possano essere utilizzate come un parametro di confronto automatico, al di sotto del quale il prezzo di acquisto del latte applicato dall'industria debba essere necessariamente considerato un'imposizione illecita". L'Antitrust, tenendo conto dell'attuale situazione di mercato, ha ribadito ''l'importanza che nei contratti di cessione del latte si rispettino le condizioni fissate dalla normativa italiana, che obbliga, tra l'altro, alla forma scritta e alla durata minima annuale''.

E ritiene che un ruolo importante nella definizione dei criteri di contrattazione possa ''essere svolto dalle organizzazioni interprofessionali (OI), a condizione che siano sufficientemente rappresentative di tutte le categorie interessate''. A loro volta i produttori dovranno spingere verso una maggiore ''concentrazione dell'offerta e accentramento dei servizi''.