L'INTERVISTA

Decreto Bankitalia e regalo alle banche da 7,5 mld. Moffa:«uno scempio e la legalizzazione di un furto»

Che cosa è il signoraggio, come i governi hanno scippato la moneta ai cittadini, gli scenari futuri secondo il professor Moffa

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Decreto Bankitalia e regalo alle banche da 7,5 mld.  Moffa:«uno scempio e la legalizzazione di un furto»
ABRUZZO. Signoraggio, moneta unica, la crisi economica che stritola le aziende ed il mondo produttivo mentre quello finanziario si arricchisce sempre più.

Qualche giorno fa The Guardian  ha pubblicato una ricerca secondo la quale 85 uomini più ricchi del mondo possiederebbero la metà della ricchezza mondiale.
Tutto questo è democratico? Certamente no ed è proprio questo il problema: le democrazie sono in crisi? La politica è subalterna all’economia e alla finanza? I banchieri (che alcuni chiamano Bankester, banchieri+gangster) sono i reali padroni del mondo tenendo sotto scacco anche i politici?
Temi giganteschi di cui però negli ultimi tempi si parla sempre più forse grazie al web e per colpa della crisi c’è forse una accelerazione nel cercare di informarsi e capire le ragioni della ipotetica crisi del capitalismo.
Di sicuro sono temi che interessano tutti come risparmiatori, come cittadini, come soggetti ad imposte, come clienti delle banche e come votanti.

Il professor Claudio Moffa, uno degli studiosi più acuti e “diretti”, ha di recente pubblicato un libro che affronta alcuni di questi temi in maniera “non convenzionale” come altri temi pure affrontati dall’accademico. Il libro si intitola “rompere la gabbia” e contiene una serie di informazioni e riflessioni di stretta attualità economica.
Abbiamo provato a rivolgere alcune domande al professor Moffa per cercare di approfondire l’argomento speriamo in maniera chiara per tutti.

Molti economisti ormai parlano di “esproprio della moneta dei cittadini”. Ci spiega in poche parole che cosa è il signoraggio?
«Il signoraggio non è altro che il diritto-potere di emissione monetaria, un diritto-potere che, nel caso delle banconote cartacee, garantisce un enorme profitto a chi  ne usufruisce. Chi è proprietario della banconota – che sia un falsario, un banchiere privato o lo Stato – quando compie la prima transazione ‘uscendo’ dalla tipografia può arrivare a guadagnare, con l’euro, fino a 5000 volte quello che ha speso, 10 centesimi ( e sono anche troppi) per una banconota da 500 euro. Ovviamente per i falsari e le banche private questa accumulazione è reale: nel caso dello Stato, la questione è diversa. Diventa una massa monetaria spendibile in progetti di sviluppo, per creare occupazione, per costruire uno Stato sociale forte e di garanzia dei più deboli».

 Ma molti dicono che il reddito da signoraggio non esiste, è una fantasia da complottisti…
«Esiste, eccome, ma è ovvio che chi lo monopolizza senza averne diritto, cerca di nasconderlo. Di signoraggio come fonte di guadagno o di perdita hanno parlato su il Sole 24 ore e sul Financial Times Andreatta e Soros: è vero che come fa Krugman, spesso i suoi redditi li si fanno derivare dal ‘flusso’ monetario, cioè dalla circolazione e non dall’atto primario dell’emissione. Ma ormai  il signoraggio è ammesso anche dalla Banca d’Italia. E poi, se il potere di emissione monetaria non producesse reddito, perché mai Cesare e Nerone si sarebbero scontrati col Senato per il suo controllo, e il Consiglio dei X col Senato veneziano? In tutti i tempi e in tutti i paesi, c’è sempre stato un latente o palese conflitto per il controllo della Zecca».

 C’è chi dice che questo valore arbitrario attribuito alle monete dovrebbe appartenere a tutti invece la Banca d’Italia nel nostro paese “prestando la banconota intesta un debito pari al cittadino che la riceve”. In questo modo la Banca d’Italia un tempo, la Bce oggi, si attribuiscono un guadagno che non dovrebbero avere ma che spetterebbe allo stato e dunque a tutti i cittadini.  Allora le banche ed i governi hanno tramato alle spalle dei cittadini italiani? 
«La moneta a debito è chiaramente il modo principale per nascondere il reddito da signoraggio. E’ un imbroglio, il cui primo esempio storico sembra essere stato quello della Banca d’Inghilterra fondata nel 1694 con l’assenso di Guglielmo III d’Orange ricattato e indebitato fino al collo. Quanto al tramare, diciamo più semplicemente che la filosofia e la prassi del sistema bancario sono diventate ormai in Italia e in Europa antagoniste e non complementari a quelle dell’intero mondo della produzione. Nel 2013 le Borse hanno brindato ai loro successi, nello stesso anno decine di migliaia di imprese hanno chiuso i battenti, e centinaia di migliaia di lavoratori sono stati licenziati. Un dramma terribile a cui il governo risponde solo con chiacchere e con l’elemosina degli Emirati».

 Torniamo all’attualità: lei ha notato alcune forzature  nell’approvazione del decreto 133 contestato dai grillini e da Fratelli d’Italia?

«Il mescolare l’Imu con  lo statuto della Banca d’Italia è stata la prima forzatura. Poi il decreto 133 ha preso la sua strada, entro 5 giorni in Parlamento e entro 60 la sua approvazione  pena decadenza. Ma in mezzo si è mosso Visco con l’assemblea straordinaria di Bankitalia del 23 dicembre, chiamata a decidere le parti fondamentali dello Statuto in quel  momento in itinere nel Parlamento. Il 27 dicembre, cioè il primo giorno utile dopo il 23, Napolitano firma il DPR che trasforma la delibera di Bankitalia in legge. E dunque ha bypassato il Parlamento. Il 29 gennaio, la ghigliottina della Boldrini è stata la ciliegina sulla torta del golpe finanziario, fatto di due capitoli essenziali, la ricapitalizzazione e la parcellizzazione delle quote di Bankitalia».

 Può spiegarci in poche parole il significato della ricapitalizzazione delle quote della Banca d’Italia?
«La Banca d’Italia nei fatti non è più  l’“ente di diritto pubblico” creato da Mussolini nel 1936 e sussunto dalla Repubblica negli anni del boom economico. Il suo capitale è oggi al 95 per cento privato, come denunciato già nel 2004 da Famiglia Cristiana. Bankitalia è stata privatizzata nel 1992 dal governo Amato, attraverso la privatizzazione dell’industria di Stato e dunque dell’IRI, e dunque delle Banche di interesse nazionale al suo interno, a loro volta azioniste della Banca centrale. A effetto domino dunque le privatizzazioni di Amato hanno privatizzato la Banca d’Italia. Conclusione: il significato della ricapitalizzazione di cui si sta discutendo oggi è quello di un nuovo enorme regalo alle Banche private, con lo Stato – cioè i cittadini italiani – che paga i banchieri».  

Da dove vengono questi 7,5 miliardi, e materialmente questi soldi come finiranno alle banche private?
«Buona domanda: apparentemente si tratta del classico esempio di “denaro creato dal nulla”, come la riserva frazionaria che permette alle banche private di moltiplicare le loro riserve senza alcuna base aurea. Ma è un fatto che il decreto 133 recita che “la Banca d’Italia è autorizzata a aumentare il proprio capitale mediante utilizzo delle riserve  statutarie  all'importo  di euro  7.500.000.000”: e che nelle riserve statutarie ci sono i circa 100 miliardi di oro racchiusi nei forzieri di Palazzo Koch.  L’oro dello Stato  – nei fatti congelato dal 1992 ad oggi – che rischia di finire veramente nelle mani dei banchieri privati. Uno scempio, la legalizzazione di un furto simile a quello ideato sul Panfilo Britannia da Draghi e Soros il 2 giugno del 1992. Vogliono fare un’altra festa, non della, ma alla Repubblica, svendendo non solo altro patrimonio pubblico, ma anche l’oro del Popolo italiano. E qui entra in gioco anche il punto due, le quote»

 Si riferisce al tetto alle quote azionarie, non più del 5% per ciascuna Banca? Che vuol dire, ed è un bene o un male?

«Apparentemente è un bene, perché tutti gli azionisti hanno una quota di partecipazione non superiore al  5%. Ma se si contestualizza questo dispositivo nella geografia attuale degli azionisti di Palazzo Koch e nell’insieme delle misure previste dal decreto 133, allora il discorso cambia: primo, vengono colpite le due eredi delle vecchie BIN italiane, l’Unicredit e Intesa San Paolo, che oggi detengono da sole circa il 53% delle quote; secondo, visto che per il dl 133, per  essere azionisti della Banca centrale italiana basta avere sede legale in Italia, e/o far parte di uno dei paesi dell’Unione Europea, il rischio è che si venda o svenda la Banca nazionale italiana a paesi e capitali stranieri, e non solo europei – ad esempio la Germania – ma anche extraeuropei, perché ormai la globalizzazione e il liberismo finanziario permettono al grande capitale transnazionale di infiltrarsi dappertutto».

 Ma come se ne esce allora?

«Io vedo due premesse necessarie. La prima è che i ceti produttori, imprenditori e lavoratori dipendenti devono unirsi per difendere i propri interessi minacciati dalla sfera finanziaria-bancaria e oggi oggettivamente convergenti. La seconda premessa è che - come dice il Premio Nobel dell’economia Maurice Allais - lo Stato e solo lo Stato ha il diritto-dovere di emettere moneta»

 Ma oggi non siamo più nel 1992, Bankitalia è dentro la BCE …

«E’ vero, acquisire però, in base all’art. 105 A di Maastricht la quota di banconote per lo Stato italiano da parte dello Stato italiano è già una conquista. Dopo di che, io sono per l’Europa, ma non questa Europa e questo euro. Bisogna, dentro l’Europa, battersi contro il superdominio della Commissione europea e per il controllo degli Stati europei sulla BCE, riformando i Trattati dell’Unione. Solo così si potranno evitare crimini come quello del dicembre 2011, 419 miliardi per le banche private e zero centesimi per famiglie e imprese. Ci vorrebbero dei ‘viaggi di spiegazione’ di parlamentari italiani in tutti gli altri paesi europei, alla ricerca di componenti parlamentari favorevoli al progetto. E in modo assolutamente trasversale, senza steccati ideologici e politici, chiunque accetti il programma ‘minimo’ della sovranità monetaria».

Ma tutto questo non è utopico, e comunque fuori dei tempi galoppanti della crisi?

«Non vedo comunque  alternative. E’ chiaro che non si ha a che fare con  la Fiat o la Monsanto, ma con qualcosa di molto più forte. Dalla nostra parte però c’è la storia: ad esempio continuare a dire che il debito è una truffa, non raggiunge il cuore e la testa della gente, che sa che i debiti  vanno onorati. E’ meglio parlare di rinegoziazione del debito, scomponendone le varie parti, e l’esperienza dei paesi in via di sviluppo degli anni Ottanta è memoria storica che – anche con i suoi fallimenti – può essere recuperata. Papa Giovanni Paolo e Fidel Castro perorarono la causa del Sud di fronte al FMI …Lo stesso per l’Italia: bisogna ricordare che l’Italia ha avuto una sua sovranità monetaria dal 1936 al 1992 – anche qui via gli steccati ideologici e pseudo storici – e che dunque il pecorso da fare è sì molto difficile, ma non impossibile».

a.b.