IL RAPPORTO

Istat: Mancanza di liquidità e burocrazia strozzano le piccole imprese

Il dato emerge dal rapporto annuale 2013

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Istat: Mancanza di liquidità e burocrazia strozzano le piccole imprese



    
ROMA. Oltre il 70% delle imprese italiane dell’industria e dei servizi è a conduzione familiare; il socio principale ha in media più del 68% delle quote sociali e i primi tre soci oltre il 93% (dati provvisori del Censimento industria e servizi 2011).
I dati vengono riportati nell’annuario Istat diffuso oggi che dipinge un quadro sul sistema delle imprese italiane.
    La gestione manageriale è poco frequente nelle piccole imprese ma caratterizza il 40% di quelle con almeno 250 addetti, fra le quali è molto diffusa l’appartenenza a un gruppo (oltre l’86% delle grandi imprese).
    Le strategie adottate dalle imprese italiane negli ultimi anni sono prevalentemente di tipo difensivo: nel 2011 circa il 64% delle piccole aziende e il 69,4 delle grandi ha cercato di mantenere le proprie quote di mercato. Oltre la metà delle medie e grandi imprese si è spinta verso nuovi mercati e circa il 50% ha puntato sull’aumento della gamma dei prodotti; queste strategie sono state adottate rispettivamente dal 35 e dal 20% delle piccole aziende.


Il sistema produttivo italiano è caratterizzato da intense relazioni tra imprese; ha stretto accordi di commessa oltre il 40% delle piccole imprese e il 65% delle medie e grandi (più inserite, queste ultime, nelle catene del valore nazionali e internazionali), mentre i legami di subfornitura riguardano circa un terzo delle piccole e il 55% delle grandi imprese. Circa il 25% di queste ultime, infine, ricorre ad accordi di tipo formale quali consorzi o joint ventures.
    Le imprese a conduzione familiare con meno di 10 addetti presentano in generale un profilo strategico elementare: oltre un terzo si attesta su scelte di tipo esclusivamente difensivo (mantenimento della quota di mercato o ridimensionamento dell’attività), e un altro 30% si limita a una sola strategia tra quelle più “complesse” (innovazione, aumento della gamma di prodotti, accesso a nuovi mercati, intensificazione delle relazioni con altre imprese).
Circa il 14% delle microimprese mostra invece un elevato dinamismo strategico e un’alta performance. I titolari di queste unità produttive hanno un livello di istruzione mediamente elevato (con una quota di laureati doppia rispetto a quella delle imprese con profilo strategico più “elementare”), un’età media relativamente elevata e una maggiore esperienza di lavoro pregressa (prevalentemente di lavoro autonomo). Queste caratteristiche si riflettono in un modello gestionale più aperto alla managerialità e in una maggiore presenza sui mercati esteri, anche attraverso accordi con altre imprese.


    Come punti di forza competitiva, due terzi delle piccole imprese e oltre tre quarti delle medie e grandi indicano il miglioramento della qualità del prodotto o del servizio offerto, mentre circa il 30% delle piccole e medie e il 25% delle grandi puntano sulla concorrenza di prezzo. Un’impresa su tre nelle classi dimensionali maggiori e meno di una su cinque tra quelle minori individuano tra i punti di forza anche la flessibilità e la diversificazione dei prodotti e servizi offerti.
    La mancanza di risorse finanziarie, gli oneri amministrativi e burocratici, la mancanza o scarsità della domanda e il contesto socio-ambientale –ricostruisce ancora l’Istat- sono riconosciuti come fattori limitativi della performance aziendale da circa un terzo delle imprese italiane. Al contrario, carenza di infrastrutture, mancanza di risorse qualificate e difficoltà nel reperire personale o fornitori sono ostacoli ritenuti meno rilevanti.
    Quasi il 40% delle piccole imprese (unità con meno di 50 addetti) percepisce come un ostacolo la carenza di risorse finanziarie. Per questo segmento, l’aspetto finanziario rappresenta un vincolo più frequente anche rispetto alla scarsità della domanda (segnalata dal 33% delle imprese).