IL RAPPORTO

Istat. Oltre il 75% delle imprese italiane non è competitiva né dinamica

Il dato emerge dal rapporto annuale 2013

Redazione Pdn

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Istat. Oltre il 75% delle imprese italiane non è competitiva né dinamica





ROMA. Le imprese italiane possono essere raggruppate in cinque tipologie, definite in base alla combinazione di tre principali profili strategici: dinamismo (presenza di innovazioni di vario tipo, espansione su nuovi mercati), proiezione estera e complessità di governance. Le cinque tipologie sono: “Piccolo cabotaggio”, “Conservatrici”, ”Dinamiche tascabili”, “Dinamiche spinte” e “Unità complesse”.
Circa tre quarti delle imprese, rappresentative della metà dell’occupazione, mostrano un profilo e strategie semplificate e deboli spinte alla crescita: si tratta di imprese (appartenenti alla categoria “Piccolo cabotaggio”) di dimensioni ridotte (in media cinque addetti), a conduzione familiare, poco dinamiche e rivolte a un mercato locale. Le innovazioni sono limitate, al pari dell’integrazione nelle catene del valore, soprattutto internazionali. Presentano bassa produttività del lavoro e modesta dinamica occupazionale tra il 2007 e il 2010 (+1,1% gli addetti). Sono attive nella manifattura tradizionale, nelle costruzioni, nei servizi alla persona e di intrattenimento, nel commercio (soprattutto al dettaglio), nei servizi di alloggio e ristorazione. In questa tipologia si riconosce oltre l’80% delle microimprese, circa il 60% delle piccole imprese e poco più di un quarto delle medie imprese.
L’8% delle imprese appartiene alla categoria delle “Conservatrici”; si tratta di imprese di tutte le dimensioni (17,3 addetti in media), scarsamente dinamiche e poco aperte all’estero ma con un’organizzazione aziendale complessa. A tale profilo è possibile ricondurre oltre un terzo delle grandi imprese, oltre un quarto di quelle medie e un sesto delle piccole imprese. A queste caratteristiche si associa, negli anni 2007-2010, una crescita di addetti seconda solo a quella delle imprese più dinamiche (+4,4%). Sono prevalentemente attive nel commercio e nei servizi alle imprese.
    Un altro 8%, si legge nel rapporto Istat,  è composto da imprese definibili come “Dinamiche tascabili”. Sono imprese innovatrici, di dimensione medio-piccola, molto attive sui mercati esteri (anche attraverso relazioni interaziendali), a bassa complessità organizzativa. Questa tipologia include oltre un quinto delle medie imprese, circa un sesto di quelle piccole e il 7% delle microimprese. È il segmento di imprese che ha registrato la performance occupazionale più modesta nei primi anni della crisi (+0,9% gli addetti tra il 2007 e il 2010). Appartengono ai settori tipici del modello di specializzazione italiano (macchinari, abbigliamento, pelli).

LE IMPRESE DINAMICHE
Le imprese più dinamiche, definite “Dinamiche spinte”, sono il 4% del totale. Hanno una  dimensione media quasi doppia di quella complessiva (15,4 addetti) e includono circa il 10% delle piccole, delle medie e delle grandi imprese e solo il 3% delle microimprese. Fanno ampio ricorso a innovazioni di prodotto, di processo, organizzative e di marketing, e sono proiettate sui mercati esteri. Ciò sembra compensare un’organizzazione poco complessa, dominata da una gestione familiare e non manageriale; queste imprese hanno registrato la migliore performance occupazionale nella fase più acuta della crisi (+8,1% nel periodo 2007-2010). Sono attive per lo più in settori manifatturieri (soprattutto alimentari, prodotti in metallo, macchinari) e nei servizi di informazione e comunicazione.
Meno dell’1% delle imprese è composto da “Unità complesse”, ovvero aziende medio-grandi (in media 111,3 addetti), dinamiche, attive sui mercati internazionali, a elevata complessità organizzativo-gestionale (sono imprese a gestione manageriale appartenenti a gruppi anche esteri). A questa tipologia sono riconducibili oltre un quarto delle grandi imprese e una media impresa su dieci. La produttività del lavoro è molto elevata e la dinamica occupazionale è stata superiore alla media negli anni più difficili della crisi (+3,3% gli addetti tra il 2007 e il 2010). Sono attive in settori manifatturieri high-tech come chimica e farmaceutica, in attività a elevata intensità di capitale, nel commercio all’ingrosso e in comparti del terziario avanzato come le telecomunicazioni e i servizi finanziari.