LATTE DI BUFALE

Latte scaduto e rivenduto: attenti alla bufala

Da tempo la notizia (fasulla) corre sul Web

Redazione Pdn

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I numeri sotto la confezione del latte

ITALIA. Se potesse dire la sua, la Lola, muggirebbe sdegnata. Da qualche tempo in Rete impazza una notizia che ha destato non pochi allarmismi tra gli amanti del latte italiano.

La teoria è questa: il latte scaduto viene rispedito in azienda, confezionato di nuovo e rimesso in commercio, sugli scaffali dei supermarket.
Vero? Assolutamente no.
Lo dicono gli esperti intervenuti sull’argomento e forse allarmati, anche loro, per le ripercussioni negative della bufala sul mercato del latte.

L’ALLARME
Tutto nasce da un messaggio, ripreso a cascata da Forum e qualche portale.
«Il latte scaduto non venduto è mandato di nuovo al produttore», recita il testo, «che per legge può eseguire di nuovo il processo di pastorizzazione a 190 gradi e rimetterlo sul mercato. Il processo può essere eseguito fino a 5 volte. Il produttore è obbligato ad indicare quante volte è stato eseguito il processo, e, in effetti, lo indica apponendo sotto la confezione del latte una sequenza di numerini (da 1 a 5)».
A questo punto, la mente della notizia bufala, offre una interpretazione in apparenza sensata a quella serie di numeri che spesso troviamo sul fondo esterno della confezione del latte.
«I numeri sono per legge 1,2,3,4,5», recita il messaggio, «la cifra che manca indica quante volte è scaduto e poi ribollito il latte. Ad esempio se il consumatore ne trova solo quattro: 12 45 e manca il “tre”, vuol dire che il latte è scaduto ed è stato ribollito 3 volte».
E quando il numero manca del tutto sulla confezione? Il messaggio mette in guardia: «è un trucco per nascondere che l’intero lo scatolone è stato ribollito. In questo modo le aziende si arricchiscono, riciclando il latte scaduto ma che noi paghiamo come latte fresco, fiduciosi e sereni. Beviamo acqua sporca sperando non l’abbiamo colorata per far sembrare il latte più genuino».
Di questa teoria qualcosa non torna: come è possibile che il latte venga bollito a 190 gradi? Ma soprattutto perché nel messaggio non vengono riportati i presunti riferimenti normativi che autorizzano la pratica del riciclo del latte?
Qualche lettore più attento sente puzza di bruciato su quanto pubblicato sul portale e lascia un commento:«ma questa cazzata da dove viene? Se poi le aziende sono tutte truffaldine e ci fanno mangiare pure porcherie siamo d’accordo ma io non ho mai visto bollire il latte a 190 gradi».

LA SPIEGAZIONE
E infatti gli esperti tagliano corto: è tutto falso.
Il dottor Avanzi della Centrale del Latte di Torino, interpellato da Codacons Piemonte spiega che il numero in serie stampato sul fondo della confezione del latte ( il Tetrapak ) altro non è che il numero della bobina che ha stampato la confezione.
In particolare, nel caso del latte fresco pastorizzato il numero sul fondo si riferisce al dosatore della macchina di confezionamento (ogni macchina ha 4 dosatori, quindi è normale trovare uno di questi).
Il numero serve nel caso di segnalazioni: se un consumatore dovesse segnalare un'anomalia, attraverso questo numero si risale al dosatore utilizzato per riempire il pacchetto.
Per i più scettici c’è la spiegazione ufficiale di Tetrapak, postata nel 2010, quando la notizia bufala non era stata ancora partorita.
La Tetrapak spiega con dovizia di particolari che i suoi contenitori, durante la produzione sono stampati su bobine-madri di carta larghe circa 1,5 metri che successivamente vengono tagliate, a seconda dei formati, in 5 o 6 rotoli pronti per il confezionamento; che per assicurare la rintracciabilità del materiale di imballaggio, i contenitori che costituiscono queste bobine vengono contraddistinti, con intervalli regolari e in modo sequenziale, con i relativi numeri da 1 a 5 o addirittura a 6, a prescindere dal prodotto contenuto (latte, succhi, vino).
In realtà, poi, non esiste nessuna legge che permetta una cosa del genere come spiega in Ivano de Noni, professore associato di tecnologia lattiero casearia al Distam, Dipartimento di scienze e tecnologie alimentari e microbiologiche di Milano, in un’intervista ad Il Corriere della Sera.
«La legge prevede che il trattamento di pastorizzazione possa venire applicato solo sul latte crudo e quindi una sola volta», dice l’esperto, «e che il latte non venga riscaldato. La normativa prevede, infatti, che il latte pastorizzato risponda a requisiti di qualità evidenziabili in base a precisi parametri di danno termico sulle proteine del siero».
Se poi il siero fosse trattato con un calore così violento, (190 gradi) diventerebbe marrone. Il latte viene sottoposto a 72 gradi centigradi per 15 secondi: il tempo e la gradazione sufficienti a distruggere anche i germi più resistenti al calore, come quelli della tubercolosi
Dunque occhio alla bufala.