ECONOMIA

Agricoltori abruzzesi in campo contro il decreto “Cresci Italia”

Il no delle associazioni agricole alla vendita di terreni agricoli demaniali

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Agricoltori abruzzesi in campo contro il decreto “Cresci Italia”
PESCARA. I piccoli agricoltori manifestano contro il decreto “Cresci Italia”.

Il 7 febbraio prevista manifestazione in Piazza Montecitorio alle ore 10 per fermare la svendita del patrimonio pubblico.
«No alla vendita di terreni agricoli demaniali», il grido delle associazioni di categoria. In prima fila delegazione abruzzese capitanata dal presidente dell’ Alpa Abruzzo, Franco Leone. Sul tavolo proposte ed alternative al decreto.
L’Associazione Lavoratori Produttori Agroalimentari (Alpa), l’ Associazione Rurale Italiana(Ari), il Centro Internazionale Crocevia dicono no al decreto legge del 24 gennaio 2012 “ Disposizioni urgenti per la concorrenza lo sviluppo delle Infrastrutture e della Competitività (cosiddetto decreto Cresci Italia) che prevede la vendita dei terreni agricoli demaniali, per fare cassa. Le associazioni fanno muro contro il decreto e si appellano al Ministro per le politiche Agricole, Mario Catania. L’Alpa Abruzzo fa sapere che si unirà alla protesta in piazza Montecitorio e chiederà un incontro al Prefetto ed assessore regionale all’agricoltura per bloccare gli effetti del decreto.
L’Abruzzo vive una più generale difficoltà, dice il presidente Franco Leone, «dovuta agli effetti, sul proprio territorio della grave crisi economica in atto e si colloca nell’epicentro di un processo di forte diminuzione occupazionale del settore primario».
La preoccupazione di Alpa Abruzzo è che la vendita frettolosa ed a prezzi di mercato poco convenienti da parte del Governo possa creare terreno fertile per infiltrazioni criminali, attratte da investimenti a costi stracciati. L’alternativa paventata dalle associazioni di settore per garantire comunque un’ entrata in tempi certi e risorse aggiuntive alle casse pubbliche è data dai contratti di affitti ad equo canone.
Se le pubbliche amministrazioni concedessero in affitto terreni anziché venderli, è il ragionamento dei piccoli agricoltori, non solo avrebbero un’entrata certa ma darebbero occupazione a molti giovani, recupererebbero soldi grazie alla vendita di beni e servizi delle attività avviate (che portano versamenti di Iva) e grazie al pagamento di oneri previdenziali per i nuovi lavoratori. 

Questo, in parte, il contenuto dell’appello rivolto al Ministro Mario Catania. «I dati del censimento 2010», scrivono le associazioni di agricoltori, «mostrano dati drammatici come la perdita, in 10 anni di quasi il 36% delle aziende diretto coltivatrici ma anche del 39% di quelle condotte con salariati (che numericamente si riducono ad un totale 46.000 aziende: un fenomeno decisamente marginale rispetto al milione di aziende diretto coltivatrici). Ci troviamo ogni giorno a dover contrastare un lungo processo di concentrazione della proprietà della terra e della capacità produttiva in un numero sempre più ristretto di aziende, processo che trasforma il paesaggio agrario nazionale in una quinta di teatro priva di vita rurale e di capacità produttive. Riteniamo perciò che sia un errore drammatico la vendita delle terre demaniali, anche con le cautele che il nuovo governo ha introdotto. Abbiamo bisogno di un accesso facilitato alla terra per lavorarla, allargare la dimensione delle nostre piccole aziende o crearne di nuove per i giovani».
Tra le richieste delle associazioni, «la creazione di una legge nazionale che preveda un diverso regime fiscale e igienico sanitario per le aziende agricole di piccole dimensioni, una serie strategia di politica agricola nazionale capace di contrastare il pericoloso deficit della produzione alimentare del nostro Paese e ridare centralità nei processi decisionali delle politiche del cibo a tutti i cittadini, la definizione di politiche pubbliche di sostegno all’agricoltura contadina (infrastrutture viarie e agricole, servizi urbani nelle zone interne rurali, incentivi alla nascita di cooperative e consorzi tra piccoli produttori, sostegno alle filiere locali e equo accesso alla distribuzione commerciale); politiche di sostegno alla conversione produttiva promovendo anche l’agricoltura biologica».