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Omicidio stradale, «pene certe ed eque che funzioneranno da deterrente»

Il commento dell’avvocato Alberto Guidoni

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Omicidio stradale, «pene certe ed eque che funzioneranno da deterrente»

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ABRUZZO. E’ legge ormai da qualche giorno il reato di omicidio stradale.

Con le nuove misure dunque l'omicidio stradale diventa un reato a se', graduato su tre varianti. In particolare, resta la pena gia' prevista oggi (da 2 a 7 anni) nell'ipotesi base, quando cioe' la morte sia stata causata violando il codice della strada. Ma la sanzione penale sale sensibilmente negli altri casi. Con le nuove regole chi uccide una persona guidando in stato di ebbrezza grave, con un tasso alcolemico oltre 1,5 grammi per litro, o sotto effetto di droghe, rischiera' da 8 a 12 anni di carcere. Sara' invece punito con la reclusione da 5 a 10 anni l'omicida il cui tasso alcolemico superi 0,8 g/l oppure abbia causato l'incidente per condotte di particolare pericolosita' (eccesso di velocita', guida contromano, infrazioni ai semafori, sorpassi e inversioni a rischio). La pena puo' pero' aumentare della meta' se a morire e' piu' di una persona: in quel caso il colpevole rischia fino a 18 anni di carcere. 


«L'introduzione della nuova legge sull'Omicidio Stradale e sulle Lesioni Personali Stradali rappresenta una vera rivoluzione del Codice della Strada», spiega l’avvocato Alberto Guidoni (generale dei carabinieri in pensione), «una significativa svolta epocale nel trattamento delle morti e delle lesioni per incidente stradale, principale causa di morte accidentale e violenta in cui possa incorrere il cittadino, avendo il fenomeno dell’infortunistica stradale raggiunto livelli di pericolosità non più contrastabili con il precedente quadro normativo orientato nel senso tradizionale di considerare il delitto colposo come meno grave rispetto a quello doloso e, perciò sanzionabile in modo più lievemente. Si tratta di un provvedimento di cui si è parlato da anni con varie “spinte”, infiniti annunci e mille proclami e le cui modifiche in ragione della gravità e della frequenza del fenomeno fortemente legato all’enorme diffusione della motorizzazione sono state necessarie in seguito anche alle richieste avanzate attraverso un lavoro comune fra Associazione Lorenzo Guarnieri, Associazione Gabriele Borgogni, Associazione amici e sostenitori della polizia stradale e da altri promotori, con l'intento di rimodulare il minimo della pena prevista in caso di gravi violazioni al Codice della Strada per chiunque causi la morte di qualcuno per guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di sostanze stupefacenti, da considerare tale comportamento, come una forma di devianza vera e propria che si alimenta in forza dello scarso disvalore sociale attribuito agli eventi infortunistici stradali unitamente alla limitata effettività registrata finora del regime sanzionatorio verso il responsabile».
«La durezza e la severità delle pene introdotte nell’emisfero dei delitti colposi non rappresentano comunque un accanimento o una esagerazione delle sanzioni», continua Guidoni, «ma un passo importante verso una società più civile e consapevole dei rischi e delle responsabilità che si hanno alla guida dei mezzi di trasporto che possono trasformarsi facilmente in un’ arma mortale per se stessi e per gli altri se non utilizzati con prudenza e con estrema coscienza. Purtroppo nel nostro ordinamento giuridico, il fenomeno dell’infortunistica stradale che ogni anno provoca migliaia di morti e feriti, viene liquidato come un tragico scotto da pagare alla modernizzazione dei trasporti e alla frenesia della società contemporanea, quando invece il fenomeno stesso determina rilevanti danni individuali e sociali in conseguenza di eventi lesivi stradali che non sono affatto riconducibili a circostanze di mera fatalità».

«La legge approvata», prosegue Guidoni, «basata su fattispecie di illecito penale caratterizzate quale elemento psicologico dalla colpa, per lo più specifica in quanto correlata alla violazione di norme di comportamento del Codice della Strada, si propone di restituire giustizia e dignità alle troppe vittime di un reato odioso e dà una risposta doverosa alle ripetute umilianti offese nei confronti delle associazioni dei familiari delle vittime che per troppo tempo hanno dovuto tollerare nonostante il grave allarme sociale che desta nell’opinione pubblica, il reato di chi uccide in stato di alterazione o scappando lasciando le vittime sull’asfalto, l’indifferenza delle istituzioni protese a garantire di fatto l’impunità del pirata e meno sensibili verso quanti hanno pagato un prezzo durissimo con la perdita dei loro congiunti.  I parenti delle vittime di incidenti stradali essi stessi a loro volta drammaticamente vittime di tali eventi, percepiscono questo tema con grande attenzione giacchè rilevano come il loro immane dolore umano, viene sovente assimilato nella percezione della coscienza sociale ad una questione burocratica connotata da defatiganti attese giudiziarie e da procedure risarcitorie sempre inadeguate a fronte delle attese di solidarietà di cui è ansioso portavoce chi ha perduto improvvisamente una persona cara.  La normativa precedente viene pertanto ritenuta inaccettabile, perché non rispondente a criteri di proporzionalità tra i beni fondamentali che si mettono a repentaglio ( vita ed integrità fisica) e l’atteggiamento psicologico del reo. In tale ottica il nuovo provvedimento incide non soltanto sull’entità della pena e sulle misure che ne garantiscono l’immediata efficacia, ma soprattutto sul corretto inquadramento dell’approccio psicologico dell’agente che mettendosi alla guida senza esserne in condizioni (essendo drogato e/o in stato di ebrezza), riceva una condanna adeguata al danno (morte o lesioni gravi) provocate con il suo comportamento irresponsabile e non mortifichi il difficile lavoro di quanti operano nella sicurezza stradale. Una pena “equa” e “certa” quindi per il danno provocato rappresenta un atto di “prevenzione”. Serve da deterrente e rende un minimo di giustizia a chi ha perso la vita per il comportamento criminale di un guidatore che si è messo alla guida non essendo in condizione di farlo».