''Ju tarramuto'', la tragedia dell'Aquila raccontata da Samanta Di Persio

Alessandro Biancardi

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''Ju tarramuto'', la tragedia dell'Aquila raccontata da Samanta Di Persio


L'AQUILA. Ju tarramuto (Casaleggio Associati) è un insieme di testimonianze di cittadini terremotati raccolte dalle scrittrice aquilana Samanta Di Persio.
La prefazione è stata affidata a Beppe Grillo e nel libro sono raccolte le testimonianze inedite dei Vigili del fuoco intervenuti a poche ore dal sisma
Il viaggio nella città distrutta dal sisma del 6 aprile inizia da ottobre 2008, quando ci furono le prime scosse.
Nel libro la parola ad esperti che spiegano come poteva essere gestita l'emergenza: la soluzione governativa non era l'unica e soprattutto non è stata la più giusta.
I giornali locali dal 14 dicembre hanno iniziato a riportare fedelmente l'intensità delle scosse.
Per quattro mesi gli aquilani hanno convissuto con la terra che tremava, almeno due o tre volte al giorno.
Giampaolo Giuliani, tecnico dell'istituto di fisica nucleare del Gran Sasso, a marzo incomincia a rendere pubblici i suoi studi sul radon e quindi la pericolosità di una scossa forte.
Inizia a diffondersi il panico nella città.
Molte famiglie dormono in macchina per la paura.
Il pomeriggio del 30 marzo c'è la scossa più forte fino a quel momento: magnitudo 4. Viene avvertita da tutta la popolazione. La gente si riversa nelle strade. Il traffico va in tilt. Il prefetto dell'Aquila indice una riunione per il giorno dopo con la Commissione grandi rischi, la Protezione civile, l'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia ed i rappresentanti degli Enti locali.
Si aspetta ansiosi l'esito del vertice, al quale i sismologi del posto non vengono invitati. Il 1° aprile la stampa riporta: “Nessun pericolo, i terremoti non si possono prevedere.”
Intanto il sindaco ha disposto la chiusura di alcune scuole, perché avevano riportato dei danni.
I Vigili del fuoco raccontano che sono intervenuti in abitazioni private, già prima del 6 aprile, eppure quella notte erano solo in 13.
307 le vittime.
Sarebbero state di più se fosse avvenuto di giorno. Sarebbero state di più se non avessero dormito in macchina. Dopo quattro mesi di sciame sismico non c'erano presidi, punti di raccolta. In ospedale non era mai stata fatta un'esercitazione di evacuazione. Gli edifici pubblici, le scuole sono crollate quasi tutte. Eppure si potevano evitare i morti ed i danni.
Il fisico Gaetano De Luca aveva scoperto già dal 1996 che L'Aquila era costruita su un suolo che accelerava la forza del terremoto.
La regione aveva commissariato ad Abruzzo Engineering il censimento delle strutture da consolidare: 149 edifici pubblici e 139 scuole. Il rapporto costato 5 milioni di euro è finito in un cassetto. Mentre il centro storico è zona rossa, il Governo e la Protezione civile decidono come sistemare gli sfollati. Metà popolazione nelle tende, metà negli alberghi della costa abruzzese. Se inizialmente questa divisione è una necessità, successivamente sarà strategico. I cittadini vengono tenuti lontani dalla discussione per la ricostruzione della città. Le decisioni arrivano dall'alto. Non una new town, ma diciannove new town. Il piano C.a.s.e. prevede alloggi per coloro che hanno perso la casa, prima tremila abitazioni, poi con una sveltina si arriva a quattromilacinquecento. Non si vuole fare un'altra Irpinia. Ma alla fine i conti non tornano.
Dopo aver speso settecento milioni di euro, le case non bastano. Si chiedono casette di legno e container. Dall'altra parte ci sono coloro che hanno le abitazioni con danni lievi. Non possono rientrare perché la burocrazia e farraginosa e lenta. E poi gli unici soldi che il Governo aveva messo a disposizione sono stati utilizzati per il piano C.a.s.e.

11/11/2009 10.08