La mostra di Silvio Formichetti al Castello dell’Aquila

Alessandro Biancardi

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2020

L'AQUILA. Sarà inaugurata giovedì 5 aprile alle 18 al Museo nazionale d'Abruzzo, nel Castello cinquecentesco, la personale di pittura dell'artista di Pratola Peligna (Aq), Silvio Formichetti. Sospeso Percorso inorganico il titolo scelto per l'esposizione curata da Pierpaolo Bellucci, che raccoglie 33 opere del pittore peligno, seguace del linguaggio informale di Emilio Vedova e Afro.
Si tratta soprattutto di tele di grandi dimensioni: la più importante è di due metri e mezzo per tre. Ma saranno in mostra anche una piccola istallazione datata 2004 e un totem del 1995. Dopo il successo della sua ultima mostra a palazzo Venezia a Roma, Formichetti presenta al pubblico aquilano una selezione delle sue più recenti opere, alcune delle quali già appartenenti a collezioni private.
«Sospeso Percorso Inorganico» spiega il curatore «nasce dall'idea di voler mettere in luce tutta la carica espressiva degli oggetti, delle cose che ci circondano: quelle quotidiane, quelle che non vengono più usate, quelle dimenticate, che, però, grazie al loro appeal trascendono la condizione inorganica per proiettarsi in uno stato di rarefazione sospesa, senza più tempo. Questa condizione di non limite affascina lo spettatore quasi morbosamente e lo proietta su due piani, che alla fine del percorso si sovrappongono. Quello del tempo, del durare e quindi della vita, e quello della materia finita, delle cose che fanno parte della vita, di là dalla loro dimensione convenzionale».
Ecco che dunque dalle opere emergere un senso di smarrimento, reso possibile dalla ricerca materico – visionaria dell'artista, «che» continua Bellucci «attraverso il suo un modo frenetico di osare sulla tela, riesce a rendere il senso di sospensione e smarrimento della condizione temporale finita, già insito nei titoli delle opere, che rende possibile nello spettatore quasi un innamoramento empatico dell'inorganico».
Esempio emblematico sono le tele Hiroshima atomica polvere del tempo, Pupazzo in formaldeide attraverso il vetro rotto.
«Opere nelle quali Formichetti» conclude il curatore «esplode tutta la sua pulsione, attraverso un uso del colore solo apparentemente irrazionale, ma , che nasconde una sorta di immedesimazione con la tela».

04/04/2007 9.01