Vittorio Sgarbi e la «selva oscura» dell’architettura pescarese

Alessandro Biancardi

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PESCARA – A pochi giorni dalla visita di Vittorio Sgarbi, chiamato dall'amministrazione comunale e da un ristretto gruppo di uomini di cultura del capoluogo adriatico, per la lettura della Divina Commedia nella chiesa di San Cetteo, non tardano le dichiarazioni del noto uomo politico nonché storico dell'arte in merito alla condizione edilizia che caratterizza, in questo momento, la città di Pescara.

PESCARA – A pochi giorni dalla visita di Vittorio Sgarbi, chiamato dall'amministrazione comunale e da un ristretto gruppo di uomini di cultura del capoluogo adriatico, per la lettura della Divina Commedia nella chiesa di San Cetteo, non tardano le dichiarazioni del noto uomo politico nonché storico dell'arte in merito alla condizione edilizia che caratterizza, in questo momento, la città di Pescara.

Se nella chiesa di San Cetteo Sgarbi si è ritrovato «per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita» non gli è andata meglio quando alcuni suoi amici di Pescara e dintorni, tra cui Anita Boccuccia, Andrea Iezzi e Giancarlo Cerullo, lo hanno accompagnato per una 'ronda' notturna a Pescara Portanuova.
La destinazione non è stata via delle Caserme o corso Manthonè bensì i luoghi delle demolizioni De Cecco e delle aree limitrofe.
Alle 2.30 di notte Vittorio Sgarbi è di fronte al rendering dell'ipotetica stazione di gusto 'futuribile' che dovrebbe prendere il posto di quella lasciata, ormai da anni, in stato d'abbandono.
«Non è possibile – esclama il critico d'arte – in questa città già era rimasto così poco...>.
Lo stato d'incredulità di Vittorio Sgarbi si trasforma in ira quando, dall'obbrobrio previsto per la stazione ferroviaria, si trova davanti al grattacielo De Cecco; «mostro edilizio senza anima, stile e garbo».
Nella sua ricognizione notturna nota anche gli edifici dell'industria Bucco, ora Fater, minacciati anche loro dalle demolizioni, e l'area dell'ex palazzo di gusto bizantino sito di fronte al medesimo grattacielo, il quale è stato tirato giù in due giorni da Vincenzo Fanì, a metà gennaio.
Sconvolto da tali interventi vuole assolutamente parlare con il sindaco D'Alfonso, il quale non è reperibile al telefono, ma prima di ripartire per Roma chiede ai suoi amici pescaresi di metterlo in contatto con la stampa locale per alimentare una discussione costruttiva con l'amministrazione.
Il desiderio di Vittorio Sgarbi è quello di promuovere un confronto tra l'anima di una città, che diventa sempre più flebile, e un gruppo di governo poco attento alla storia e alla memoria di Pescara.
«Tutti gli interventi urbanistici promossi in questo periodo sono pericolosissimi e irragionevoli», ha detto Sgarbi, «questi colpiscono la Pescara di fine '800 e dei primi anni del '900. Quello che si sta verificando è frutto della mancanza di norme determinate dall'esaltazione e dalla divinizzazione del mondo cantieristico, promosso da qualche architetto affamato di fama. A Pescara – ha proseguito Vittorio Sgarbi – c'è una Sovrintendenza latitante e un'amministrazione comunale ambiziosa; è per questo motivo che saltano le regole e la tutela di edifici ritenuti inutili e non rappresentativi per la città. Pescara – ha concluso il noto critico d'arte – non deve cercare altrove la sua identità perchè la sua anima è da recuperare in quei palazzi destinati alla demolizione. Mi auguro solo che le mie parole possano suscitare qualche intervento nel prossimo consiglio comunale».

Ivan D'Alberto 01/03/2007 9.32