Venezuela. Hugo Chavez vince le elezioni: al potere per altri sei anni

Alessandro Biancardi

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CARACAS - Il presidente Hugo Chavez ha vinto a mani basse le elezioni svoltesi ieri in Venezuela, assicurandosi la permanenza nel Palazzo di Miraflores per altri sei anni, e proclamando che «ora comincia la costruzione di una società nuova, socialista, cristiana e bolivariana». Il candidato dell'opposizione Manuel Rosales ha accettato la sconfitta, impegnandosi comunque a continuare la lotta per raggiungere il potere. VENEZUELA E RISCHIO PER GLI ITALIANI VENEZUELA: LA MATASSA DA SBROGLIARE

CARACAS - Il presidente Hugo Chavez ha vinto a mani basse le elezioni svoltesi ieri in Venezuela, assicurandosi la permanenza nel Palazzo di Miraflores per altri sei anni, e proclamando che «ora comincia la costruzione di una società nuova, socialista, cristiana e bolivariana». Il candidato dell'opposizione Manuel Rosales ha accettato la sconfitta, impegnandosi comunque a continuare la lotta per raggiungere il potere.


VENEZUELA E RISCHIO PER GLI ITALIANI


VENEZUELA: LA MATASSA DA SBROGLIARE



Dopo una giornata elettorale sostanzialmente tranquilla, ed agitatasi solo verso il finale, il Consiglio nazionale elettorale (Cne) ha diffuso un primo bollettino ufficiale, relativo al 78,31% dei voti scrutinati, che attribuiva a Chavez il 61,35% dei voti e al leader del centro-destra Manuel Rosales il 38,39%. È la prima volta nella storia del Venezuela che un presidente viene rieletto.
Ma l'ultimo giorno prima dell'elezioni è stata governato dalla “Ley Seca”, un decreto che proibisce di comprare alcolici per mantenere una certa lucidità elettorale. Un sabato sera insolito, sobrio, per una città, Caracas, che non dorme mai, per un paese rivoluzionario abituato però a sorseggiare senza complessi di colpa la birra Polar, della straricca famiglia dei Mendoza, davanti alle rivendite che capillarmente riforniscono tutto il tessuto cittadino, fino ad arrivare negli anfratti più remoti dei barrios.
Niente birra, niente ubriacatura, niente risvegli per strada.
Tutti hanno fatto i bravi aspettando la mattina per poi recarsi alla urne. Questa nuova tornata elettorale avrà ancora una volta il merito di definire più o meno pacificamente una polarizzazione che, senza elezioni, sfocerebbe in guerra civile.
Ma chi crede che la divisione ci sia per colpa di Chàvez, replica l'errore perenne della classe dirigente di questo paese: non aver ascoltato l'esigenze di quella massa-povertà che aspirava ad essere classe media, aspirava al salto generazionale (padre operaio, figlio avvocato), e invece rimaneva indietro. Solo manodopera poco qualificata per contenere i costi di produzione, questa era l'unico destino. A fare da contorno una città che creava frontiere interne sempre più alte, dove i due poli opposti maturavano forti pregiudizi reciproci
La fila per votare è stata lunga, in ogni caso poco per la Caracas anti-chavista che sperava in uno scatto d'orgoglio del popolo venezuelano, chiamato da Chàvez a sacrificarsi per il bene superiore dell'umanità, ma desideroso, sotto sotto, di godere pacificamente all'infinito dei benefici del petrolio. E' un popolo che alla retorica militarista oppone il gusto della vita.
Ha votato contro Chàvez il Venezuela degli italiani, degli spagnoli, dei portoghesi, dei piccoli commercianti, dei tassisti, dei professionisti impoveriti, dei piccoli e medi produttori, degli importatori, degli affittuari, e della comunità gay.
Non si tratta di scegliere di tornare al passato, sarebbe impossibile: anche da sconfitto Chávez avrebbe dettato l'agenda politica al nuovo governo, educazione e salute se non vogliono manifestazioni ad oltranza. Si tratta solo del desiderio più terreno di liberarsi del sovrano, a cui il trascorrere del tempo porta sempre più potere.
Averlo sconfitto ier avrebbe scongiurato la compenetrazione tra apparato statale, chavismo e governo prima di diventare così forte da rendere impossibile qualsiasi svolta.
Dall'altro c'è il popolo delle masse laboriose. I contadini, gli operai, gli immigrati colombiani, ecuadoriani, peruviani (nazionalizzati senza badare a formalismi). Gli artisti impegnati, i nuovi borghesi, cioè i beneficiari della rivoluzione, i grandi imprenditori che fanno affari col governo, i comunisti. Ma forse più semplicemente il popolo dei barrios e delle campagne, dell'Amazzonia e della costa tropicale, quello che si riconosce nel volto scuro di Chàvez, nelle sue canzoni, nel suo slang.
Se criticano il governo in carica non è per abbatterlo, ma per avvisare il presidente che qualcuno del suo entourage non fa il proprio lavoro.
A garantire la correttezza del procedimento elettorale ci pensano gli osservatori , prima tra tutti l'euro-deputata Monica Frassoni a capo della missione europea. Domani verrà pubblicata una relazione sulla regolarità delle operazione. Elezioni regolari o meno, senz'altro qualcuno griderà alla frode elettorale, un'abitudine consolidata di questi ultimi anni nel nuovo continente.
Piero Armenti 04/12/2006 8.23