La strana morte dell'ispettore Donatoni diventa un libro

Alessandro Biancardi

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RIOFREDDO. E' ancora ignoto l'autore, e ne sono oscuri i motivi, dell'omicidio dell'ispettore dei Nocs Samuele Donatoni, ucciso a Riofreddo nel '97 in un blitz nelle fasi del sequestro Soffiantini, nonostante siano state pronunciate due sentenze, entrambe definitive, sulla stessa vicenda. Due decisioni che, per giunta, offrono verita' diametralmente opposte.

Un paradosso giudiziario che viene raccontato da un giudice, anzi dal giudice che, discostandosi dalla sentenza che aveva condannato i banditi del sequestro dell'imprenditore Giuseppe Soffiantini anche per l'uccisione dell'ispettore dei Nocs, ha sostenuto la tesi del 'fuoco amico' assolvendo dall'omicidio Giovanni Farina, uno dei carcerieri, processato in un secondo momento dopo la fine della sua latitanza in Australia.

Mario Almerighi, un passato da pretore d'assalto, ora presidente del tribunale di Civitavecchia, in 'Mistero di Stato La strana morte dell'ispettore Donatoni' (Aliberti editore - prefazione di Furio Colombo), accompagna il lettore, non imponendogli la sua verita', ma facendogli porre degli interrogativi, nel percorso che lo ha portato a rovesciare i risultati di una serie di indagini e la ricostruzione contenuta in una sentenza.

«Mi ero avvicinato a questo processo - spiega Almerighi - con lo spirito di rifare una cosa gia' fatta e di copiare la sentenza gia' confermata dalla Cassazione».

E, invece, il ritrovamento tra gli atti di una busta sigillata contenente fotografie di una cinquantina di macchie di sangue vicine al luogo dove era stato ritrovato il corpo di Donatoni ha aperto uno scenario scioccante.

«Seguendo quelle tracce - prosegue il magistrato - si capiva che l'ispettore era stato colpito altrove e il corpo trascinato in quel posto. In quel preciso punto non c'era neanche una goccia di sangue. Sono rimasto sbalordito - ricorda Almerighi -. La cosa grave e' che nessuno aveva mai parlato di quelle macchie che scoprii che erano state distrutte dopo la comparazione con il sangue dei banditi».

Da qui la riapertura dell'istruttoria, una perizia d'ufficio, convocazione di testimoni mai sentiti e la conferma di quell'intuizione legata alle foto delle macchie di sangue.

«I periti della Corte - rivela Almerighi - hanno stabilito che lo sparo era partito da una pistola in uso ai Nocs impegnati nell'operazione organizzata in occasione del finto pagamento del riscatto (e non dal kalashnikov di uno dei banditi, come aveva ritenuto la sentenza di condanna dei sequestratori) e a una distanza ravvicinata di 40-60 centimetri. Il corpo era stato posizionato poi in direzione degli spari del bandito. Dal momento dello sparo a quando venne trovato Donatoni passarono 15 minuti, fatali, senza che l'ispettore potesse essere soccorso. Ma perche' tutta questa messinscena per non far emergere la verita'?, si chiede Almerighi: "trasportare uno che sta per morire per 200 metri, offrire false testimonianze... Perche' non ammettere magari l'incidente?»

Nel libro il magistrato non risparmia critiche anche al pm del caso Soffiantini che ha sposato la tesi della polizia. «La conseguenza di un pubblico ministero all'americana, che dipende dall'esecutivo - attualizza l'argomento Almerighi -, potrebbe essere il moltiplicarsi di sentenze ingiuste come quella della condanna dei banditi per l'omicidio Donatoni. Il pubblico ministero non e' l'avvocato della polizia. Quello che legittima la sua indipendenza e' il fatto che e' un organo che deve contribuire all'accertamento della verita' e non alla condanna del presunto responsabile indicato dalla polizia. Il pubblico ministero deve avere la cultura della giurisdizione».

 10/03/2011 14.44