Omicidio di Balsorano, giovedì sera su Rai1 l'omicidio che sconvolse l'Abruzzo

Alessandro Biancardi

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MICHELE PERRUZZA

 

L'AQUILA. Giovedì 2 settembre, su Rai uno, nel corso del programma "E la chiamano estate", dalle 23.40, si ripercorre il cosiddetto "omicidio di Balsorano".

La vittima fu una bambina di 7 anni, Cristina Capoccitti.

Condannato all'ergastolo nei tre gradi di giudizio per l'omicidio, Michele Perruzza, zio della piccola. La bimba venne brutalmente assassinata, strangolata e poi finita a pietrate. Il suo corpicino scoperto alle prime luci dell’alba del 24 agosto 1990

Eppure a 20 anni di distanza, i dubbi e gli interrogativi sulla reale dinamica dei fatti non sono dissipati del tutto. Protagonista della vicenda anche Mauro, allora 13enne, figlio di Michele, subito scagionato dopo che, in un primo momento, si era auto-accusato dell'omicidio.

«Sono stato io ad uccidere Cristina», disse per poi ritrattare, «l’ho fatto perché lei è caduta, ha battuto la testa e s’è ferita; ha cominciato ad urlare ed io, per paura, le ho messo una mano davanti alla bocca soffocandola».

Nel corso del programma, viene proposta una ricostruzione dei fatti, con interviste ai protagonisti della vicenda, oltre che materiale d'archivio con la testimonianza dello stesso imputato.

Mauro Perruzza, che dopo la tragedia e' stato adottato da un'abbiente famiglia di Gubbio, oggi ha una vita serena.

Verra' mostrato dove vive, con la moglie, un figlio piccolo e uno in arrivo, che lavoro fa, se si e' davvero lasciato alle spalle la brutta storia che ha vissuto. In ogni caso, porta ancora il cognome di quel padre tanto odiato.

Si occupò molto del caso anche il giornalista Gennaro De Stefano, recentemente scomparso. De Stefano scrisse anche di un’audiocassetta contenente le grida e le minacce dei poliziotti contro il giovane Mauro Perruzza, poi sparita nel nulla. Il giornalista che difendeva il giovane e accusava gli investigatori di comportamento scorretto, venne poi infilata droga nell’auto, per farlo arrestare. E in galera ci restò, per due mesi. Poi venne scagionato: «fui assolto», raccontò qualche tempo dopo il cronista, «mi fu assegnato un risarcimento «morale» da parte dello Stato (27 milioni) e l’ispettore di Polizia che mise la droga nella mia auto, Pietro Di Giamberardino, 39 anni, il 5 luglio di quest’anno fu riconosciuto colpevole e condannato a quasi sette anni di carcere. Nella sentenza del Tribunale di Avezzano c’è scritto che l’ispettore voleva punirmi, perché credo all’innocenza di Michele Perruzza».

Sei anni dopo l'omicidio anche Perruzza tornò a dichiararsi innocente. «Nel frattempo, uno ad uno, coloro che contribuirono a farlo finire in carcere», ha scritto De Gennaro in un articolo del 1996, «hanno, a loro volta, visto sconvolta la propria esistenza: chi sotto processo (come l’ex commissario di Avezzano, Giuseppe Bartoli rinviato a giudizio, perché tappezzava la città con manifestini anonimi e diffamatori nei miei riguardi); chi condannato (come l’ispettore Pietro Di Giamberardino, che per combattere chi dubitava della «bontà» dei suoi metodi investigativi, gli mise la droga nella macchina); chi indagato e sospeso dal servizio e dallo stipendio (come l’ex procuratore della Repubblica di Avezzano, Gianlorenzo Piccìoli, sospettato di aver cercato di coprire Pietro Di Giamberardino)»

 

02/09/2010 8.23