''Vicini di mafia'', le risate e gli appalti post sisma nel libro di Roberto Galullo

Alessandro Biancardi

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L’INTERVISTA. ABRUZZO. ''Vicini di mafia'' (in edicola fino al 15 dicembre) del giornalista del Sole24Ore Roberto Galullo non è solo un libro: è un vero e proprio viaggio tra le regioni d'Italia strette nella morsa della criminalità organizzata.

Ci sono gli «affari ad alta quota» delle associazioni a delinquere che si sono focalizzate sul Trentino Alto Adige («i mafiosi non parlano il tedesco ma anche a Bolzano si fanno capire»), ci sono i tentacoli sugli appalti della base Nato di Aviano, in Friuli. Ma anche la malavita russa e cinese in Toscana, che subisce pure l'attacco feroce dei Casalesi. E poi c'è Roma stritolata dalle bande italiane e allo stesso tempo capitale delle mafie internazionali, i rifiuti tossici del Molise e la Sardegna, attanagliata dal business del vento e i Casalesi che si muovono sull'asse Padova-Cagliari. E ci sono anche 62 pagine dedicate all'Abruzzo: dalle risate della notte del terremoto del 6 aprile 2009 alle trattative per strappare gli appalti ad altri episodi che hanno scosso negli ultimi mesi la nostra  regione. Una carrellata intensa e particolareggiata. PrimaDaNoi.it viene più volte citato come fonte preziosa di informazioni e notizie che riguardano l’Abruzzo.

«Sono storie», spiega Galullo, «di società ed economie criminali della porta accanto, perchè insospettabili eppure così vicine e così in grado di condizionare la vita di tutti i giorni».

Mafia cinese, albanese, russa, ma anche quella dei casalesi, quella dei calabresi e dei siciliani: quale dobbiamo temere di più?

«La risposta ovvia e scontata è tutte. Nessuna esclude l'altra e spesso convivono nel nome della spartizione degli affari».

Quale oggi è più attiva in Italia?

«Senza dubbio la 'ndrangheta calabrese che è riuscita a inquinare ormai tutte le regioni italiane oltre ad essere molto attiva fuori dai confini nazionali come testimonia la strage di Duisburg. E' la più liquida e la più violenta oltre ad essere quella più difficilmente penetrabile per i forti legami di parentela e sangue tra gli affiliati».

Quale di queste mafie è più moderna e ha saputo adattarsi al cambio dei tempi?

«La concezione di una mafia coppola, lupara e baffetti neri è vecchia, vecchissima e, soprattutto, comoda per una classe politica e dirigente che negli anni è stata brava a far credere che la mafia sia rimasta allo stato primitivo. Tutte le mafie hanno saputo tenere il passo con i tempi. La vera mafia non è quella che ci viene spesso propinata in fiction e film ma è quella borghese, imprenditoriale, politica e finanziaria che magari si scaglia proprio contro la violenza criminale. A parole».

L'Abruzzo rispetto alle altre regioni d'Italia a che livello di pericolo di trova?

«Drammaticamente alto. Confesso che io stesso, scrivendo l'ampio capitolo dedicato alla permeabilità mafiosa della vostra splendida regione, mi meravigliavo di quanto fosse fragile e indifeso il vostro tessuto socioeconomico. Molto materiale è rimasto fuori dal libro e mi riservo di utilizzarlo in altre occasioni». 

Nel suo libro si parla degli appalti post sisma, delle risate sulle macerie, l'affare dei bagni chimici, ma anche della recentissima inchiesta che ha portato al sequestro, e poi al dissequestro, di attività del settore della ristorazione nel pescarese. Sembra ormai evidente che l'Abruzzo non è quell'isola felice che qualcuno vuole ancora portare avanti?

«Rispondo con l'esperienza personale. Come inviato del Sole 24 ore ho seguito in Abruzzo diverse vicende giudiziarie che hanno travolto la politica regionale e locale. In quelle occasioni ho scoperto che l'Abruzzo ha l'altra faccia della mafia: la corruzione. Lì ho capito che la vostra regione sarebbe stata venerabilissima e la drammatica occasione del terremoto ha rappresentato un portone spalancato per le mafie che avevano già messo più di un piede in regione. Ora che sono dentro cacciarle sarà difficilissimo».

Quali sono i segnali, se ve ne sono, che un territorio non dovrebbe sottovalutare?

«La corruzione politica, i facili arricchimenti, le scelte amministrative fatte su misura, l'aggiudicazione di commesse e appalti a senso unico, la girandola di proprietà commerciali, l'alto tasso di edificazione magari con la maggior parte degli immobili invenduti, l'usura dissimulata da attività in regola con la legge sono tutti segnali che non vanno sottovalutati anche se sulla base di quanto ho detto prima le mafie non fanno rumore: camminano in silenzio e sono abilissime a dissimulare la propria presenza».

Alcune delle vicende narrate sono ancora in fase di indagine, in altri casi pur essendo passati alcuni anni dallo scoppio delle inchieste non ci sono ancore comunque sentenze di condanna. Non pensa che possa essere ''rischioso'' cristallizzare così in fretta eventi che non hanno avuto ulteriori vagli ma inserirli in un libro dal titolo ''vicini di mafia''?

«I libri e le inchieste non servono per condannare o assolvere. A quello ci pensa la magistratura. I giornalisti hanno il dovere di denunciare i fenomeni nel momento in cui nascono e si sviluppano. E quello che racconto nel libro sono fatti che servono per aprire gli occhi e il cuore della gente».

Ogni capitolo del suo libro è dedicato ad una regione e ad ogni capitolo è anche associato un volto di un personaggio chiave per le inchieste e per quel territorio. Riesce ad associare un volto di un personaggio che ha incontrato nel suo lavoro a questa definizione: un uomo che non ha paura.

«Non ho mai chiesto alle migliaia di persone che ho incontrato nella mia professione e impegnate nella lotta alle mafie se avevano o meno paura. Alcune me lo hanno confessato ma non l'ho mai chiesto. E sa perchè? Perché credo che la paura sia rispettabilissima e non ci sia nulla di male a provarla, anzi a volte non averla è incosciente e porta a commettere errori fatali. L'importante è combattere nonostante la paura».

E un uomo che lavora da solo contro tutti?

«Ne ho conosciuti diversi ma per fortuna sono sempre meno perchè la sensibilità e l'attenzione crescono. Restare da soli, oggi,è più difficile».

Da inviato di temi di economia criminale e mafia (per Sole 24 ore e Radio 24) che evoluzione ha riscontrato nei cittadini comuni? C'è ancora paura di denunciare? C'è omertà?

«La paura persiste e resiste laddove lo Stato è assente. Non abbiamo bisogno di eroi ma di persone che si fidino e avvertano la presenza costante e permanente dello Stato. Se lo Stato non c'è o non appare l'omertà è una logica conseguenza. E' facile condannare chi non denuncia ma sfido chiunque di noi a farlo se una divisa di un uomo delle Forze dell'ordine non si incontra mai per strada o se lo Stato libera la persona che ho denunciato il giorno dopo il suo arresto».

Nel libro emerge con chiarezza che la criminalità non è solo al Sud e i capitoli su Trentino, Friuli e Toscana ne sono un chiaro esempio. Che differenza c'è tra la mafia che attecchisce al nord al sud? Una è l'evoluzione dell'altra? Si comportano allo stesso modo?   

«I modelli sono esattamente gli stessi. Identici. Le mafie copiano e replicano i modelli del Sud ovunque vadano. Hanno poi la drammatica e selvaggia intelligenza di adattarsi, come i camaleonti, al luogo in cui operano, confondendosi con la gente. In Lombardia i mafiosi parlano con l'accento milanese e a Pescara, sempre più, con l'accento abruzzese».

 Alessandra Lotti  17/11/2011 10.31