Carlo Tresca, la storia di un abruzzese dimenticato

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Sessantaquattro anni fa, la sera dell’11 gennaio 1943, Carlo Tresca aspettava il verde al semaforo all’angolo buio fra la Quindicesima strada e la Fifth Avenue. Si stava recando ad una riunione della Mazzini Society. Gli spararono alle spalle. Una pallottola lo colpì alla schiena, un’altra alla testa. La morte fu istantanea.
Lo sparatore scomparve su una berlina nera sulla Quindicesima strada, portando con sé il mistero di quell'assassinio. Lo pianse il grande filosofo e pedagogista John Dewey, suo amico:” Abbiamo perduto un uomo che portava un meraviglioso amore all'umanità”. E persino il non amichevole “New York Times” gli rese omaggio:”L'assassinio di Carlo Tresca elimina un uomo ch'era capace di esprimere e di ispirare dissensi violenti, ma che soltanto un fanatico esasperato poteva odiare”.
Al funerale, insieme ai lavoratori per i quali aveva combattuto una vita, c'era una folla di scrittori e di sindacalisti. L'anarchico Tresca era nato a Sulmona nel 1879, pluricondannato per diffamazione continuata a mezzo stampa alla direzione del giornale socialista “Il Germe”, era riparato negli Stati Uniti nel 1904, passando per la Svizzera. Qui aveva conosciuto l'allora socialista Mussolini che, avendolo giudicato scarsamente radicale, gli augura che le esperienze statunitensi lo aiutino a maturare in questo senso.
In America, cresciuto nel fuoco delle lotte operaie, diventa grande organizzatore e trascinante oratore, sindacalista famoso. Prolifica e instancabile la sua attività di pubblicista: dirige “Il Proletario”, organo della Federazione socialista italiana, poi, fonda “La voce del Popolo”, in seguito a Filadelfia e, quindi, a Pittsburg, “La Plebe”; a New York, direttore de “L'Avvenire”, continuò le sue battaglie sociali e sostenne le sue idee pacifiste contro la I guerra mondiale. Soppresso d'autorità “L'Avvenire”, prese a stampare “Il Martello”, che continuò a pubblicare per tutto il resto della vita.
Fu Tresca, aiutato da John Dewey, che, con la pubblicizzazione giornalistica e attraverso comizi e dibattiti, lottò per il riconoscimento dell'innocenza degli anarchici Sacco e Vanzetti, arrestati nel 1920, facendo assumere al loro caso giudiziario risonanza mondiale. Negli anni Trenta si schierò in difesa di Leone Trotskij, espulso dall'Urss ed esule in Messico. Insieme a personalità e intellettuali di diversa fede politica, partecipò, nella capitale messicana, ai lavori della commissione, presieduta da John Dewey, incaricata di valutare le accuse rivolte al rivoluzionario dai “processi di Mosca” ordinati da Stalin. Il controprocesso si concluse con la totale assoluzione di Trotskij dai presunti delitti contro l'Urss e la denuncia delle atrocità delle “purghe” sovietiche. L'esule Trotskij espresse riconoscenza a Tresca:”Spero che mi consentirete la stima profondissima che porto a voi come ad uomo che è un combattente dalla cime dei capelli alla punta dei piedi.” La giustizia sociale e la più completa libertà umana furono i costanti, tenaci obiettivi dell'abruzzese. Glielo riconobbe lo scrittore John Dos Passos:” La libertà dell'individuo fu la sua costante passione”. Per il filosofo Sidney Hook era :”una specie di personaggio del Rinascimento”, il suo “gioioso entusiasmo“ per l'impegno politico e sindacale gli proveniva da uno“straordinario amore per la vita”. Il più universalmente stimato e rispettato dal movimento rivoluzionario americano; un affascinante ribelle romantico non ottenebrato da fanatismo ideologico, un “gladiatore” instancabile: fu arrestato trentasei volte.
Ma chi fu l'assassino e chi armò la sua mano? Nel corso del tempo si sono fatte molte ipotesi, ma tali sono rimaste. Tanti erano i suoi nemici: gli stalinisti, i fascisti, la mafia. Li aveva combattuti tutti con lo stesso coraggio, passione e perseveranza. Convinto stalinista era Pietro Allegra che lo aveva dichiarato” politicamente morto”, che voleva la “ sua eliminazione dalla società” e che dichiarò “un dovere porre fine al suo deleterio, disgustoso lavoro”. “L'Unità operaia” di New York aveva sostenuto che ” l'isolamento di Tresca è un'elementare misura di autodifesa per tutto l'antifascismo”. Anche i fascisti si erano accaniti contro il sindacalista abruzzese: aveva subito svariati attentati dinamitardi; uno, proprio sotto la sua sede di lavoro, causò la morte di tre degli stessi attentatori; fu rapito, un sicario gli tagliò la gola, gli spararono addosso quattro volte. Un mafioso, Carmine Galante, uomo del boss Vito Genovese, fu arrestato e dopo un anno rilasciato. A lungo il sospetto per l'uccisione non solo di Tresca ma anche di Troskij gravò sullo stalinista Vittorio Vidali.
Inutilmente la “Tresca Memorial Committee”, composta da tutti coloro che lo conoscevano e lo stimavano come John Dewey e Angelica Balabanoff , si dette da fare per ricostruire i fatti. Inutilmente chiese giustizia. Nessuno ha pagato per il “caso Matteotti d'America”. Recentemente, nel 2001, Mauro Canale - lo storico divenuto famoso per la sconvolgente rivisitazione dei rapporti fra Silone e il fascismo – che ha avuto accesso alla “desecretata” documentazione americana è arrivato alla conclusione che la polizia aveva visto giusto. L'ordine di assassinare Tresca partì da Roma, dai gerarchi fascisti, braccio esecutore fu la mafia del boss Vito Genovese e del suo picciotto Carmine Galante.

Ezio Pelino 09/01/2007 10.20