L’8 settembre 1943 la fuga del re da Ortona

Alessandro Biancardi

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L'8 settembre 1943 venne dato l'annuncio della firma dell'armistizio tra il governo italiano e gli alleati anglo-americani siglato il giorno 3 a Cassibile, vicino Siracusa, dal generale Giuseppe Castellano.
All'alba del giorno 9 settembre, il Re Vittorio Emanuele III e il maresciallo Badoglio, con un seguito di dignitari di corte e alti ufficiali dell'esercito, lasciarono Roma alla volta di Ortona, passando per Pescara, Chieti, Orsogna.
Dal porto di Ortona salparono alla volta di Brindisi che diventerà da allora e per alcuni mesi il centro dello Stato italiano.
Su questa questione del trasferimento delle massime autorità dello Stato dalla Capitale in altro luogo a sud della Penisola si sono versati fiumi di inchiostro e la propaganda fascista “repubblichina” prima e quella comunista repubblicana poi l'hanno dipinta come una vergognosa fuga del Re etichettato con l'appellativo di “fellone”, valutazioni evidentemente condizionate da fattori ideologici.
Il Re e il governo, per esistere ed esercitare il comando nel supremo interesse del Paese, non ebbero altra scelta che recarsi al di là della linea del fronte, dove era operante l'esercito italiano, cioè nel Sud Italia. Restare a Roma, oggettivamente indifendibile se non per brevissimo tempo e al prezzo di sangue e incalcolabili rovine, avrebbe significato impedire l'esistenza di un governo legittimo e porre la Capitale nella condizione, di fronte agli Alleati, di essere considerata come zona da occupare ad ogni costo.
Non di fuga allora si trattò, ma di un semplice e meditato spostamento all'interno del territorio nazionale, grazie al quale il Sovrano assicurò la sussistenza giuridica dello Stato e delle sue istituzioni, la permanenza in carica e nella piena legalità del governo e della stessa monarchia. Altri sovrani di altre nazioni europee, analogamente invase dalle divisioni tedesche, avevano abbandonato i loro rispettivi paesi e cercato rifugio a Londra o altrove.
La guerra era perduta, la resa senza condizioni già firmata, che cosa avrebbe potuto fare il Re di diverso rispetto a ciò che decise di fare? Doveva attendere a Roma l'avanzata degli anglo-americani? Con quella sofferta, ma inevitabile decisione il Sovrano, sollecitato anche dalla Santa Sede timorosa che la Città Eterna diventasse teatro di operazioni belliche, mettendo in salvo la sua persona, provvide alla salvaguardia della continuità dello Stato. Inoltre Roma, la capitale d'Italia e della cristianità, con il suo immenso patrimonio artistico e storico, fu risparmiata da bombardamenti devastanti proprio grazie a quella che ancora oggi qualcuno si ostina a chiamare “fuga”.

Francesco Bottone 08/09/2006 9.33