D'Annunzio rifiutò di fare il testimonial della pasta De Cecco

Alessandro Biancardi

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ABRUZZO. Gabriele d'Annunzio non tenne mai in considerazione la proposta di sponsorizzare gli spaghetti della ditta abruzzese De Cecco.
Niente da fare, quindi, nonostante che lo stesso fondatore, Filippo De Cecco, si fosse rivolto a lui tramite il deputato Pasquale Masciantonio.
È una delle tante curiosità che emergono dal libro di Enrico Di Carlo, “Gabriele d'Annunzio e la gastronomia abruzzese” (ed. Verdone) che sarà presentato venerdì 30 aprile, nel ridotto del Teatro Marrucino di Chieti, alle ore 18.30. L'incontro è organizzato dai Rotary club di Chieti, Pescara,
Lanciano e Ortona e dalla delegazione chietina dell'Accademia Italiana della Cucina.
In una lettera dell'11 gennaio 1912, il politico scrisse a D'Annunzio esiliato in Francia: «Hai ricevuto i maccheroni? Sono proprio quelli di Fara S. Martino, impastati con l'acqua di sorgente del Verde e asciugati all'ombra della Maiella. Filippo De Cecco – cavaliere del lavoro – in cambio di un tuo verso abruzzese – te li manderebbe per tutta la vita».
Dalla Francia, però, non arrivò nessuna risposta, molto probabilmente perché in quello stesso periodo i rapporti di amicizia tra Masciantonio e D'Annunzio si erano guastati per divergenze politiche.
Differenti furono, invece, i rapporti che il poeta ebbe con altri prodotti abruzzesi, ricostruisce Di Carlo nel suo libro.
Si pensi al liquore teatino Corfinio di Giulio Barattucci, che definì “odoroso” in una cronaca giornalistica degli anni Ottanta dell'Ottocento; e si pensi particolarmente al liquore Aurum, creato da Amedeo Pomilio e al dolce Parrozzo di Luigi D'Amico.
Per tornare agli spaghetti, il mancato accordo con De Cecco non rovinò certo al Comandante il piacere di una buona forchettata.
Il primo dicembre 1932 scrisse al ministro Giacomo Acerbo per invitarlo a Gardone: «Inoltre non
dispero che tu salga al Vittoriale “pe' magnà 'nghe me nu belle piatte de maccarune e pe' beve nu bicchierucce de montepulciane”».

26/04/2010 16.19