La storia della presenza straniera tra Pescara e Chieti in una mostra

Alessandro Biancardi

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 La storia della presenza straniera tra Pescara e Chieti in una mostra
CHIETI. Quanto sangue albanese, ma anche slavo, alemanno, spagnolo e francese nei chietini e nei pescaresi che oggi mal digeriscono l'immigrazione.
E quanta cultura tra i nobili ed i borghesi, oggi in ritirata su tutta la linea. Per capirlo è sufficiente visitare la Mostra, in corso all'Archivio di Stato di Chieti fino al 3 ottobre, sulle “Presenze europee a Chieti e provincia” che si propone di far conoscere quali stranieri, di diversi Stati europei, siano stati presenti dal '500 in poi nel territorio di Chieti e provincia (quindi anche Pescara, elevata a provincia solo nel 1927).
Si tratta di una delle manifestazioni volute dal Ministero per i beni e le attività culturali per valorizzare il patrimonio culturale italiano: si va dalla festa di San Valentino, a quella della donna, alla settimana della cultura, alla giornata della musica, a quella dell'alimentazione, alle notti per gli archivi e infine alle giornate del patrimonio europeo.
In pratica proprio queste della mostra che definiscono “l'Italia tesoro d'Europa” e che per due giorni prevedono anche l'apertura dei “luoghi statali della cultura” per avvicinare i cittadini al nostro patrimonio artistico.
«Abbiamo voluto esporre documenti antichi che raccontano la vivacità dei contatti con gli stranieri, a partire dal '500 – spiega Miria Ciarma, direttrice dell'Archivio di Stato di Chieti – Allora si viaggiava molto per motivi commerciali, pensiamo alle fiere di Lanciano, o culturali: erano molti i pittori, gli storici e gli scrittori che visitavano l'Abruzzo e Chieti. Poi c'erano anche le guerre: Francesi, Spagnoli, Svizzeri, Dalmati, Albanesi erano di casa».



Senza parlare dei flussi emigratori che approdavano sulle coste adriatiche, ad esempio gli Slavi che fuggivano dalle invasioni turche.
«Ci sono tracce storiche molto evidenti di questi insediamenti sia nelle ville di Chieti, come Santa Maria de Criptis, a Torrevecchia Teatina, a Torremontanara, a Forca Bobolina (l'attuale Sambuceto di San Giovanni Teatino) e in tutta la Valle del Pescara – spiega Miria Ciarma – ecco questo è un documento molto importante: la numerazione dei fuochi, cioè delle famiglie in questo caso albanesi, una specie di censimento per fargli pagare le tasse: siamo nel 1579».
Scorrono poi i documenti delle guerre di occupazione e di liberazione di Francesi e Spagnoli, i Bandi del Vicerè del Regno spagnolo e quelli dal 1707 al 1734 del Vice regno austriaco con le truppe alemanne, cioè di lingua tedesca.
E a sorpresa appare il primo tomo dell'Ecyclopedie francese, dizionario ragionato delle scienze delle arti e dei mestieri, a testimonianza del fervore culturale illuministico che animava allora le classi dirigenti teatine di fine settecento. Quindi una lettera del primo Intendente (prefetto) di Chieti Pierre J. Boriot (1806) e molti documenti del periodo di Giuseppe Bonaparte e di Murat, naturalmente in francese. Numerosi in questo periodo anche i tour culturali, storici, elettorali con testimonianze delle visite in Abruzzo di Theodor Mommsen (studioso e storico tedesco venuto in Italia alla ricerca della romanità) e del paesaggista Edward Lear.
Tra i vari volumi esposti spicca però una chicca del 1860.
E' la prima raccolta, datata 1860, delle leggi e dei decreti del Regno d'Italia sotto Vittorio Emanuele II: la lingua usata è il francese. Ma ci sono anche il tedesco del Feldmaresciallo Kesserling (un proclama che mette Santa Maria Arabona sotto la protezione dell'esercito tedesco) e l'inglese del generale Wilson (tradotto in italiano) che il 16 ottobre 1944 riconsegna l'Abruzzo all'Italia.

Sebastiano Calella 28/09/2009 8.16