"L’Aquila non è Kabul", il libro di Giuseppe Caporale

Alessandro Biancardi

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L'AQUILA. Si chiama “L'Aquila non è Kabul”, il libro di Giuseppe Caporale, corrispondente dall'Abruzzo del quotidiano La Repubblica (14 euro, 184 pagine) con la prefazione di Carlo Bonini. La Quarta di copertina è a firma di Attilio Bolzoni.

La terra trema e L'Aquila crolla. È la notte del 6 aprile 2009, una data che rimarrà impressa nella storia della città. Il centro storico è distrutto, così come tanti paesi a pochi chilometri dal capoluogo: Paganica, Onna, Tempera, molti altri. Lentamente riemergono i morti: sono dieci, cinquanta, cento. Trecento, forse più.
Giuseppe Caporale, corrispondente della «Repubblica» in Abruzzo, è tra le prime persone ad arrivare nel cuore martoriato del capoluogo abruzzese, forse il primo giornalista.
È ancora buio, la percezione di quanto è successo non del tutto chiara. Nei giorni successivi tutta Italia verrà a conoscenza della situazione surreale in cui la città era piombata fin da Natale: una serie infinita di piccole scosse continue, il famigerato sciame sismico, aveva tolto il sonno e la serenità a molti. Gli aquilani l'aspettavano da mesi, e alla fine il terremoto è arrivato davvero. Eppure in molti l'avevano detto. Tecnici, giornalisti, amministratori.
E forse chi doveva dar loro ascolto non l'ha fatto fino in fondo. Ma si può parlare davvero di tragedia annunciata? Le responsabilità umane esistono o si tratta solo di un terribile capriccio della natura? I soccorsi sono stati rapidi ed efficienti come avrebbero dovuto, e come è stato raccontato? A queste e ad altre domande risponde Caporale, stendendo un diario sul campo che parte dalle settimane immediatamente precedenti alla scossa fatidica e che arriva fino ai giorni del G8 di luglio.

LA PREFAZIONE DI CARLO BONINI

In un Paese cui fa difetto la memoria, ormai anche la più corta, questo libro è una benedizione. E non solo e non tanto per la passione e il talento di chi ne è autore, ma per la qualità di un racconto che rende impossibile dimenticare. L'Aquila non è Kabul è un documento costruito con la forza del diario, la nitidezza della testimonianza, l'intelligenza dell'indagine giornalistica. Quella che non rinuncia mai a fare la seconda domanda, ammesso e non concesso che abbia trovato una risposta alla prima.
In fondo, è comodo pensare che la tragedia di un terremoto sia identica a se stessa quale che siano il luogo e l'umanità che ne sono colpite. E dunque è altrettanto comodo ritenere che identiche debbano essere le risposte al lutto e alla devastazione. Lasciando che il «dopo la scossa» si esaurisca nella rappresentazione del dolore e nella solidarietà ai sopravvissuti. Il racconto di Giuseppe Caporale dimostra che a questa nebbia è possibile sottrarsi. Svela la grana del «set» montato a L'Aquila dalla comunicazione politica e l'uso che ne è stato fatto. Lavora sulla carne viva dei protagonisti silenziosi e ignoti della tragedia. Illumina le responsabilità che non solo hanno impedito di fare da argine alla furia distruttiva liberata dalla Terra, ma se possibile ne hanno amplificato gli effetti.
Nei giorni del terremoto ho camminato insieme a Giuseppe tra i calcinacci e le case scoppiate dell'Aquila. Insieme abbiamo sbriciolato tra le dita schegge di cemento armato che veniva via come borotalco. Fotografato pilastri mai «armati». Attraversato tendopoli i cui odori e le cui voci raccontavano un'altra storia. Insieme abbiamo annotato l'annuncio di un nuovo «miracolo italiano». Quello che avrebbe restituito L'Aquila agli abruzzesi in tempi e modi che avrebbero stupito il mondo. Cancellato la sofferenza dei sessantamila sfollati con una lunga vacanza sulla costa. Giuseppe, da allora, ha continuato a trascorrere ogni giorno sui luoghi di un terremoto che per lui non è mai finito. Come del resto non era mai finito quello del Molise, il più dimenticato sisma del Paese. Il fantasma che silenziosamente ha inseguito e insegue le mosse del governo e della Protezione Civile, in qualche modo orientandole. Giuseppe ha continuato a documentare con precisione e ostinazione ogni passaggio, anche il più impercettibile, del «dopo».
Lo ha fatto libero dal pregiudizio. Lasciando parlare le storie che ha continuato a raccogliere. Con le loro contraddizioni e verità non necessariamente con la V maiuscola, ma pur sempre verità. Ne esce un quadro necessariamente legato al momento in cui i fatti sono accaduti. Ma questo, piuttosto che essere una debolezza, finisce per essere la forza del racconto. Qualche esempio. Se è vero che non sappiamo ancora, nel momento in cui questo libro va in stampa, cosa sarà davvero del progetto c.a.s.e., il piano di alloggio provvisorio per una parte degli sfollati, è altrettanto vero che, il giorno in cui di quel progetto sarà possibile fare un primo bilancio, nessuno potrà riscrivere a piacimento quelle che ne sono state le premesse e le promesse. E se è vero che i tempi della giustizia saranno forse ancora più lunghi della ricostruzione nell'accertare la vergogna dell'ospedale San Salvatore, è altrettanto vero che quella vergogna, in queste pagine, è e resterà documentata.
Un'ultima annotazione. Ci sono modi e toni diversi per entrare in una tragedia collettiva. L'Aquila non è Kabul lo fa con la dignità, la compostezza, l'ostinazione che sono proprie della gente e della terra che da quella tragedia sono state colpite. Virtù rare. Antidoti potenti al cinismo. Che buona parte di questo Paese ha scoperto all'improvviso, come gli accade quando il destino si accanisce in angoli normalmente ignorati dal faro dell'informazione nazionale. Eppure, spesso confuse per remissività, utile anticamera al silenzio che, con il tempo, normalmente scende e avvolge, fino a renderlo invisibile, il dramma della ricostruzione.
È difficile dire oggi se L'Aquila conoscerà il destino dell'Irpinia, piuttosto che quello dell'Umbria. Se tra cinque anni, quattro pareti provvisorie saranno diventate definitive. Se sulla bolletta della ricostruzione lavorerà o meno l'ingordigia della politica o delle clientele. Se gli appalti della ricostruzione conosceranno o meno l'ombra della criminalità organizzata. Una cosa si può dire, però. Che molto dipenderà anche dalla voglia e dalla forza di fare la seconda domanda. Di non smettere di raccontare. L'Aquila non è Kabul è un ottimo inizio.
22/09/2009 11.21