Suicidi da carcere: detenuti e polizia sulla stessa barca

Alessandro Biancardi

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SULMONA. Questa volta non si tratta di un carcerato. A togliersi la vita, impiccandosi, è un “carceriere”, Luigi Corrado, assistente capo di 46 anni in servizio presso la Casa Circondariale di Bellizzi Irpino dove  faceva l’addetto alle sale colloquio.

E non è  l’unico ma il settimo suicidio di un agente penitenziario verificatosi quest'anno e  l’82° negli ultimi dieci anni. Che cosa sia scattato nella mente di Luigi e dei suoi colleghi che hanno deciso di farla finita è difficile da capire di primo acchito,  ma una spiegazione c’è.

Bastano turni massacranti, stress psico-fisico e morale basso ad innescare la miccia della disperazione? Per il segretario provinciale Uil penitenziari Abruzzo Mauro Nardella, sì.  «E’ il dramma che si vive nel carcere di  Sulmona de L’Aquila, di Teramo», spiega, «queste strutture sono rinomate per i continui episodi di suicidio. Proprio qualche giorno fa  a Sulmona, un internato extracomunitario ci ha provato e l’intervento degli  agenti ha evitato la tragedia. La polizia penitenziaria è costretta a turni massacranti (a volte lavorando anche per 12 ore continuative) ed esposta a stress costante».

E infatti non deve essere facile lavorare in un ambiente dove il dolore e la disperazione fanno da padroni.

«Che dire poi», continua, «degli agenti impiegati nel servizio traduzioni, con scorte sottodimensionate e rischi di ogni genere? E di chi è chiamato a svolgere a volte fino a 5 operazioni contemporaneamente (come nel caso di Sulmona ove un sovrintendente, ad esempio, dovrebbe, per svolgere il suo mestiere trovarsi appunto contemporaneamente in 5 posti differenti del carcere)? ».

Poi c’è la questione trasferimenti, altra spina nel fianco. Sono decine, secondo il segretario, le  persone provenienti dalla Marsica o da Lanciano e che «chiedono di potersi avvicinare ai loro cari accontentandosi anche di un semplice distacco presso il carcere della loro zona. Vantaggio che ad altri, non si sa perché, viene accordato». A tutto questo si aggiunge la noncuranza  dei superiori e direttori «che non vigilano sulle condizioni psicofisiche degli agenti e  li mettono sotto pressione». Insomma,“la radice dei mali” più volte sollevata si chiama “cattiva gestione del sistema carcerario” e lo stesso Nardella ne parlò in occasione del progetto da 11 milione di euro per la costruzione di un nuovo padiglione nel carcere di Sulmona.

«La mancanza di fondi per la sicurezza e salubrità dell’istituto», dice, «la carenza di organico (il personale della polizia penitenziaria oggi è sotto di decine e decine di unità) e i debiti contratti con il personale per le missioni non pagate, sono la vera piaga della macchina penitenziaria.

«Se sarà necessario», conclude, «porteremo in piazza il nostro grido di allarme, finchè le risorse per pagare le missioni e gli straordinari, l’ impiego intelligente di soldi per piani carcerari e corrette relazioni sindacali sul territorio non verranno correttamente applicati».

05/11/2011 10.06