Racket della prostituzione: sei arresti. Nigeriane prigioniere con riti voodoo

Alessandro Biancardi

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PESCARA. La Squadra Mobile di Pescara, coordinata da Pierfrancesco Muriana, sta eseguendo 6 misure cautelari nei confronti dei componenti di una banda di nigeriani accusati di riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

PESCARA. La Squadra Mobile di Pescara, coordinata da Pierfrancesco Muriana, sta eseguendo 6 misure cautelari nei confronti dei componenti di una banda di nigeriani accusati di riduzione in schiavitù finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Le indagini, partite l’anno scorso sotto il coordinamento della Procura Distrettuale di L’Aquila, sono durate diversi mesi e si sono basate sia sulle dichiarazioni di alcune delle ragazze sfruttate, sia su numerose intercettazioni e servizi di controllo e pedinamento. All’alba di questa mattina è scattata la fase finale dell’inchiesta, condotta dal pm Antonietta Picardi e coordinata dal Servizio Centrale operativo di Roma,  con gli arresti dei presunti responsabili della banda, sei uomini nigeriani.

Secondo le prime informazioni si tratterebbe di un’indagine che ha portato il gip del Tribunale di L’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, ad emettere 6 misure cautelari in carcere. I provvedimenti sono tuttora in corso di esecuzione, con l’impiego di circa 50 agenti delle Questure di Pescara e Bari, del Reparto Prevenzione Crimine di Pescara e del Reparto Mobile di Senigallia. Si apprende che i capi della banda, per costringere le donne nigeriane alla prostituzione, le avrebbero tenute per mesi in stato di schiavitù sottoponendole anche a riti Voodoo. I riti venivano esercitati al momento del reclutamento, secondo quanto accertato dalla Squadra Mobile, per ottenere l'omertà delle vittime. In questo modo i trafficanti e le 'madame' si preservavano da eventuali denunce ed insolvenze per il debito che le ragazze avevano nei loro confronti per le spese sostenute dall'organizzazione.

Le “schiave” erano anche sottoposte a violenze fisiche e pressioni psicologiche, ed erano minacciate di gravi ritorsioni su di loro e sui loro famigliari.

Ulteriori dettagli saranno forniti in tarda mattinata.

27/09/2011 7.14

SCHIAVE DEL SESSO CON CATENE PSICOLOGICHE

Veniva loro promesso che avrebbero fatto la parrucchiera o la cameriera in Italia, cioè di migliorare di gran lunga la loro vita di stenti in Nigeria. In realtà si ritrovavano schiave dei loro aguzzini e costrette a prostituirsi. Quello sventato dalla polizia di Pescara è un intreccio di storie e casi umani al limite del credibile. I sei arrestati (uno ancora latitante) sono tutti nigeriani, tra cui anche marito e moglie che sono considerati dalla procura distrettuale antimafia i vertici del sodalizio e la cellula finale radicata in Abruzzo.

I sei arrestati, infatti, si preoccupavano soprattutto di gestire l’ultima parte della complessa filiera che aveva lo scopo di portare donne africane in Italia per farle prostituire e lucrare sui loro guadagni. In Abruzzo la cellula faceva base in via Raffaello mentre le ragazze erano alloggiate in via Cavallotti e via Italica a Montesilvano in piena ''zona rossa'', per tradizione è luogo storico della prostituzione lungo la riviera e a ridosso della pineta.

La polizia parla di una vasta organizzazione organizzata in cellule poiché ognuna sarebbe autonoma ma coordinata con le altre, ognuna per la sua parte competente per il reclutamento in Africa, del trasporto fino in Libia, del reclutamento degli scafisti, dell’arrivo in Italia e del successivo trasporto nelle diverse regioni dove poteva iniziare lo sfruttamento. Dalle indagini è emerso che tutto questo poteva avvenire grazie anche alle leve psicologiche e religiose che gli arrestati erano in grado di utilizzare per costringere le donne e assoggettarle psicologicamente.

«Erano vere e proprie schiave sebbene imprigionate non con catene reali ma con quelle mentali», ha detto Muriana, «è difficile comprendere la cultura nigeriana ma per loro i riti voodoo sono una cosa seria, uno strumento per coartare la volontà delle donne e dove questo non fosse bastato si passava a minacce e percosse». Ci sono storie di schiavitù durata anche tre anni, di una donna che è stata fatta prostituire più volte al giorno e per un periodo lunghissimo fino a quando è riuscita ad ottenere un permesso per andare ad una festa di connazionali. La donna però invece di andare alla festa ha preferito rifugiarsi in questura e denunciare.

Anche con il suo aiuto è stato possibile verificare la primissima informativa, addirittura dei servizi segreti, che avevano intercettato informazioni proprio sull'importazione della mafia africana sul nostro territorio. Alla fine oltre la schiavitù e la costrizione alla prostituzione le ragazze si trovavano un debito di circa 50-60 mila euro a testa che dovevano alla organizzazione per il viaggio e le spese di sostentamento che nessuna riusciva a pagare.

L’inchiesta è stata difficoltosa per diversi aspetti come quello di decodificare un certo tipo di cultura molto distante da quella occidentale. Anche l’apporto degli interpreti è stato fondamentale per comprendere a fondo le sfumature di dialetti nigeriani e per la trascrizione delle intercettazioni. La Squadra mobile ha poi collaborato con due poliziotti nigeriani che per alcune settimane hanno vissuto a Pescara per dare supporto operativo ai colleghi italiani. I sei arrestati sono accusati di riduzione in schiavitù e favoreggiamento della immigrazione clandestina.

a.b 27/09/2011 12.18