Teramani interessati alla Carichieti, notizie, polemiche e speculazioni

Alessandro Biancardi

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Teramani interessati alla Carichieti, notizie, polemiche e speculazioni
CHIETI. «Intesa San Paolo vuole vendere un 10% della quota che possiede in Carichieti? Non mi risulta. Ma se fosse vero non avremmo nessun problema a comprarcelo noi, previa autorizzazione della Banca d’Italia».

Roberto Sbrolli, il nuovo direttore generale Carichieti, risponde con un sorriso alla domanda di PrimaDaNoi.it. E di fatto smentisce la notizia – retrocessa a «indiscrezione infondata» - secondo la quale la Cassa di risparmio di Teramo sarebbe interessata all’acquisto di questa quota che fa capo a Banca Intesa. Una notizia che anche il sindaco di Chieti, Di Primio, ieri si è affrettato a smentire anche se voci di possibili interessi del polo teramano circolano da almeno un anno.

Si scioglie così la tensione di un pomeriggio convulso nella sede centrale di via Colonnetta, dopo oltre tre ore di riunione del Comitato esecutivo, peraltro come sempre già convocato settimanalmente. Ieri però non si è potuto fare a meno di parlare di Tercas e del presunto attacco alla Carichieti. «Premetto che questa non è un’intervista, che potrete chiedere al presidente, ma una chiacchierata informale, vista la pazienza con cui Pdn ha atteso la fine dei lavori di oggi – spiega il direttore Sbrolli, alla presenza anche del vice Giuseppe Marone e del ragionier Giuseppe Di Marzio – intanto beviamoci una cosa fresca: bibita, acqua minerale, spremuta?»

 Dopo un attimo si materializzano una bottiglia di acqua frizzante, un piattino con due mini babà ed il comunicato ufficiale, che rischia di passare per un tovagliolino. Il clima è molto rilassato: non c’è traccia di preoccupazione, forse solo un pò di stanchezza dopo quattro ore di riunione. «La posizione ufficiale della Banca è affidata ad un comunicato, concordato anche con il presidente Tito Codagnone: Carichieti non è stata contattata dalla Tercas, non ha avuto notizie da Intesa San Paolo, che detiene il 20% del capitale da cui verrebbe quel 10% di cui si parla a proposito – o forse a sproposito - del presunto acquisto. Soprattutto non è stata mai avviata nessuna attività di “due diligence” (cioè l’analisi del valore delle quote eseguita dai tecnici con la “dovuta diligenza”, ndr) su quanto valgono le quote da vendere».

 Potrebbe significare che i possibili, eventuali acquirenti, reali o millantati che siano, hanno fiducia nella solidità della Carichieti e acquistano a scatola chiusa? Si dice che questo 20% valga circa 80 milioni…

«Se la vogliamo mettere così, questo interesse certifica indirettamente che è stata apprezzata l’attività del nuovo management che ha rinnovato e rinforzato il capitale di Carichieti – conclude ironicamente il direttore Sbrolli – ma potrebbe anche essere pubblicità negativa non richiesta. Per questo saranno adottate iniziative per impedire eventuali speculazioni riconducibili a notizie giornalistiche infondate. La diffusione di informazioni destabilizzanti per il mercato è, infatti, perseguibile con tanto di richiesta di danni. Buono questo babà?»

 La chiacchierata finisce qui, fuori è buio, ma le luci degli uffici sono ancora accese. Uno sguardo ai bei quadri di Federico Spoltore, esposti nei corridoi e pronti per una mostra di tutti i periodi della sua produzione, reception ancora animata ben oltre il normale orario di lavoro e via nel traffico di Chieti scalo.

CARICHIETI BLINDATA, IL NUOVO MANAGEMENT ALLA RICERCA DEL CAMBIAMENTO

Il lungo pomeriggio alla Carichieti – dopo il tam tam per la notizia dell’interessamento della Tercas, poi definita quasi una boutade - era iniziato alle 15, con la solita riunione del Comitato esecutivo. Ma c’erano anche tutti i vertici al completo. Il primo a lasciare la riunione, poco dopo le 18, è stato l’architetto Mario Di Nisio, presidente della Fondazione, che detiene l’80% del capitale Carichieti. Il restante 20%, come detto, è in mano ad Intesa San Paolo, ma per statuto il socio di minoranza non ha nemmeno un rappresentante nel CdA. Ed ancora di meno lo avrebbe un misero 10%. Tanto rumore per nulla dunque? Fermo restando il diritto di ciascuno di desiderare l’acquisto delle quote di una banca, la procedura è complessa e non è certo affidata alle indiscrezioni fatte filtrare fuori dai canali ufficiali.

Intanto a quanto se ne sa, ieri prima di uscire l’architetto Di Nisio avrebbe assicurato che la Fondazione si terrà ben stretto questo 80% che blinda molto bene Carichieti. A seguire sono usciti gli altri componenti del comitato e verso le 19 il presidente Codagnone che ha rimandato al comunicato per le sue valutazioni, soprattutto riferite ad una possibile richiesta di danni per la diffusione di notizie «destituite di ogni fondamento». Da quello che si riesce a captare, tra i funzionari che escono alla spicciolata e tra i membri del comitato, la vicenda in Carichieti viene vissuta come un colpo di coda del vecchio modo “di fare banca”, cioè di quel gruppo di potere che era alle spalle del precedente direttore Di Tizio, dimessosi dall’incarico. A volte ritornano? All’interno dell’istituto di credito teatino si parla di «tentativi di destabilizzare il nuovo management», operazioni che sarebbero anche «abbastanza scoperte». In realtà era quasi attesa questa reazione contro il gruppo che da sei mesi, con il beneplacito di Bankitalia, sta tentando di trasformare Carichieti in una banca più solida, meno avventuristica e con rischi molto minori: niente finanza creativa, abbandono della Borsa e dei suoi rischi, clienti più selezionati, credito legato a valutazioni commerciali e non ad altri criteri che in passato hanno creato danni importanti alla solidità dei conti. Ma l’operazione di pulizia ha interessato anche lo sfoltimento dei  dirigenti, passati da 16 ad 8, la riduzione degli stipendi e dei premi ai vertici, compreso il direttore generale che guadagna molto meno del suo predecessore. Insomma un’inversione di tendenza che ha investito anche il personale oggi più motivato e presente e quindi più preoccupato del rischio di tornare al passato.

LE STRANE FREQUENTAZIONI DELL’ECONOMIA TERAMANA

Di qui le indiscrezioni, i “si dice”, le ricostruzioni di vicende note a pochi, ma rilanciate in questi giorni di «attacco mediatico». Ed anche la ricerca di un possibile “cavallo di Troia” che dall’interno della Banca avrebbe tentato un approccio per presentare Tercas a qualche personaggio di vertice. Con insistenza si parla di un incontro privato tra emissari teramani ed un rappresentante di Carichieti, avvenuto però ad insaputa del CdA e forse subìto involontariamente dal personaggio in questione. Ci sono documenti che proverebbero alcuni intrecci familiari che porterebbero i due gruppi bancari (Carichieti e Tercas) molto vicini. C’è chi si interessa al direttore, Antonio Di Matteo, già Unipol Banca, e rispolvera il suo curriculum nel momento in cui lo stesso Di Matteo lascia la carica di Teramo. Non è difficile trovare poi le dichiarazioni dello stesso Di Matteo rilasciate nel 2007 alla Procura di Milano per la vicenda Consorte e per la scalata Unipol alla Bnl, o come rilancia la cronaca di questa estate. Cioè il recente incontro ravvicinato con la GdF di Teramo che ha fatto visita agli uffici della Tercas alla ricerca di rapporti con il fallimento della Dimafin dell’immobiliarista romano Raffaele Di Mario. La Guardia di Finanza cercava tracce di un mutuo da 100milioni di euro (finanziato da diverse banche), che poi sarebbe stato distratto ad altre società, volatilizzandosi. Nessun indagato alla Tercas ma qualche domanda rimane senza risposte.

Come ha evidenziato l’inchiesta sulla fiduciaria Amphora e sulla Banca Smi di San Marino, nel cui elenco-clienti già noto da tempo appaiono nomi importanti dell’economia teramana. Che ci azzecca dunque il presunto interessamento alla Carichieti? Nessuno lo dice con chiarezza, ma sembra la tecnica del “torcinaso”: quando il veterinario deve fare un’iniezione ad un cavallo, lo distrae procurandogli un dolore al naso…

Sebastiano Calella  15/09/2011 8.48