Riciclaggio, sigilli ai Caffè Venezia. Collegamenti con i Romito e la mala del Gargano

Alessandro Biancardi

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Riciclaggio, sigilli ai Caffè Venezia. Collegamenti con i Romito e  la mala del Gargano
TUTTO SULL'INCHIESTA. PESCARA. Sequestrati alle prime ore di questa mattina i due Caffè Venezia (quello di piazza Salotto e quello di Via Venezia), il negozio Piglia la Puglia (sempre in via Venezia) e il ''Piano Terra'' a Corso Manthonè, l'Università della pizza e il Love Boat. *LA MAFIA DEL GARGANO FA AFFARI A PESCARA

Dalle prime ore di questa mattina è scattata l'operazione congiunta di Squadra Mobile e Guardia di finanza con l'impiego di oltre 70 uomini. Sigilli sono stati messi alle attività tutte riconducibili agli stessi proprietari. Camionette di polizia e Gdf si trovano al momento davanti agli esercizi commerciali tra la curiosità dei cittadini che stanno assistendo alle operazioni di sequestro e perquisizione.

Da quanto si apprende sotto sequestro sono finiti anche conti correnti e beni aziendali per un valore complessivo di circa venti milioni di euro. A chiedere l'applicazione delle misure è stata la procura di Pescara. L'inchiesta, che va avanti da circa tre anni, è coordinata dal procuratore capo Nicola Trifuoggi e il sostituto Gennaro Varone. Gli indagati sono diversi, al momento non ci sarebbero arresti. Sono in corso anche delle notifiche a Manfredonia, luogo di origine dei titolari dei locali.

12/09/2011 7.23

(nella foto il comandante provinciale della Guardia di Finanza, Maurizio Favia e il questore Paolo Passamonti).

7 INDAGATI: L'INDAGINE NON E' CONCLUSA

Sarebbero sette al momento gli indagati molti dei quali riconducibili alla famiglia dei Granatiero, titolari delle attività commerciali sequestrate. Il presunto riciclaggio sarebbe avvenuto attraverso una serie di teste di legno ed il capitale impiegato sarebbe in qualche modo legato alla malavita del Gargano e precisamente di Manfredonia.

Si tratta dell’ennesima deflagrante indagine del pm Gennaro Varone. Indagine che ha vissuto diverse stagioni e alcune battute d’arresto, poi con alcune informative della finanza, prima, ed il lavoro ad adiuvandum della  squadra Mobile di Zupo e Muriana si sarebbe riusciti a raccogliere sufficiente materiale probatorio per sostenere la pesante accusa di riciclaggio.

L’inchiesta era partita almeno tre anni fa da una informativa proveniente dal tribunale di Foggia che voleva applicare alcune misure cautelari (sequestri) su alcuni beni della famiglia Granatiero proprietaria dei bar e dei locali a Pescara.
Il sospetto, tutto da verificare, era quello del riciclaggio di denaro provento da attività illecite e di possibili prestanome i quali avrebbero potuto operare per conto di alcune famiglie foggiane attenzionate dalle forze dell’ordine. Negli anni sono stati sequestrati moltissimi documenti e consegnati anche diversi avvisi di garanzia. Il molto tempo trascorso, però, ha fatto scemare l’attenzione sulle note attività pescaresi fino ad oggi.

Secondo quanto ha appreso PrimaDaNoi.it non ci sarebbero misure cautelari personali (arresti). La procura avrebbe chiesto i domiciliari per due esponenti della famiglia Granatiero che il gip, Maria Michela Di Fine ha invece rigettato poichè con i sequestri si sarebbe tolto lo strumento per reiterare i reati.

I SEQUESTRI

Quote societarie della Caffè Venezia Srl, sede a Pescara via Venezia 27, e i rami di azienda da essa controllati.

- ramo d'azienda via Montanara 29, bar pub e ristorante ''Love Boat''

- ramo d'azienda Università della Pizza di via martiri pennesi 5/8,

- ramo d'azienda bar pasticceria Caffè Venezia via Venezia 27

- Caffè Venezia ramo d'azienda viale Regina Margherita 15/16/17

- quote societarie Ad Maiora Snc di Granatiero Sebastiano M & C di via Ravenna 7

- Piano Terra, pub di Corso Manthonè

- quote societarie Granatiero ristorazione srl

- quote societarie della Positano srl,

- i conti correnti societari e personali delle persone indagate.   

12/09/2011 8.21

GLI INDAGATI

Iscritti nel registro degli indagati sono Sebastiano Michele Granatiero, Pasquale Granatiero, Rita Lucia Granatiero, Antonia Grieco, Giuseppe Prencipe, Anna Brigida, Severino Prato.

Dalle prime indiscrezioni si apprende che questa è stata una indagine complessa per il fatto che è sempre difficile trovare i legami tra molti soggetti e svelare le presunte teste di legno ed i prestanome, specie in presenza di una struttura finanziaria molto complessa come quella messa in atto per gli investimenti pescaresi dalla famiglia pugliese.

Sconvolge che ancora una volta il fatto che la procura non fa che sancire e “ratificare” voci insistenti, persistenti, continue e antiche, su presunte origini sospette dei soldi e dei legami di quelle attività con famiglie pugliesi con pesanti precedenti.

L’ultimo particolare, forse meno rilevante, è che l’avvocato della famiglia ha scritto pochi mesi fa a PrimaDaNoi.it chiedendo la cancellazione di un articolo del 2009 che parlava delle origini di questa inchiesta appellandosi a ragioni di privacy. L’articolo è stato cancellato dai motori di ricerca. Maggiori dettagli saranno forniti in tarda mattinata dagli investigatori.

12/09/2011 8.21

LA MAFIA DEL GARGANO: COLLEGAMENTI CON LA FAMIGLIA ROMITO

Gli investigatori avrebbero trovato le prove di collegamenti tra i Granatiero e la famiglia di Manfredonia dei Romito, cioè legami con Antonio Michele Romito e Mario Luciano Romito. I capitali utilizzati e investiti a Pescara sarebbero in realtà derivanti da attività illecite della famiglia che è indicata come un clan mafioso e protagonista della faida del gargano che nel 2009 portò ad una serie di omicidi tra le montagne sopra Manfredonia. Il capostipite della famiglia Franco Romito venne accusato di associazione mafiosa in un maxiprocesso nel 2004 ma venne prosciolto perché “collaboratore di giustizia”.

12/09/2011 9.14

ESPANSIONE ANOMALA, SCATTANO LE INDAGINI

I sequestri di questa mattina, fa sapere il nucleo di polizia Tributaria delle Fiamme Gialle, sono arrivati al termine di un' indagine, «complessa ed articolata», frutto di una «perfetta sinergia» di competenze e specialità delle due forze di polizia, coordinate dalla Procura pescarese: da una parte, l'indagine economico- finanziaria del Nucleo di Polizia Tributaria delle Fiamme Gialle; dall’altra la Squadra Mobile. Il reato contestato è il riciclaggio ovvero l’impiego di danaro, beni o utilità, di provenienza illecita.

L’attenzione degli investigatori e’ partita con l’espansione economica (a partire dall’anno 2003) nel territorio pescarese della famiglia pugliese resasi protagonista di operazioni economiche di acquisizione e ristrutturazione di diversi esercizi commerciali richiedenti capacità economiche e disponibilità di denaro non giustificata dalle posizioni reddituali o dai ricavi d’impresa.

In pratica, dicono gli inquirenti, un gruppo economico creato sostanzialmente dal nulla operante in un settore economico altamente concorrenziale e capace di acquisire, nel giro di pochi anni, prestigiosi punti vendita dislocati in luoghi strategici della città di Pescara.

Accanto alla verifica delle disponibilità finanziarie della famiglia pugliese ed alla ricostruzione dei flussi di denaro impiegati per intraprendere le attività economiche avviate, i finanzieri ed i poliziotti pescaresi hanno scoperto i rapporti tra gli indagati ed altra famiglia dimorante nella provincia di Foggia, i cui componenti sono stati imputati per associazione per delinquere di stampo mafioso nel processo denominato “Iscaro-Saburo”.

LE TRE FASI PER LA CREAZIONE DELL'IMPERO

Di fondamentale importanza si sono rivelati gli accertamenti economico finanziari condotti dalle Fiamme Gialle di Pescara per la ricostruzione delle dinamiche societarie, personali e criminali. Tre le fasi fondamentali, secondo gli inquirenti.

La prima: dal 2002 al 2005 circa, la famiglia pugliese si è insediata nella città di Pescara, eseguendo gli iniziali investimenti con l’apporto di capitali dei soci e, progressivamente, mediante l’intervento degli istituti di credito.

Seconda fase: dal 2005 al 2008, ricorso massiccio al credito bancario, attraverso cui le società in capo alla famiglia della “capitanata” ha contratto mutui per oltre due milioni e mezzo di euro, determinando la sperimentazione di «vari artifizi contabili volti ad occultare le ingenti entrate di denaro e contestualmente le uscite estranee alla gestione delle attività economiche».

Terza e ultima fase: dal 2008 ad oggi c'è stata la creazione di soggetti economici, diversi da quelli che si erano indebitati con gli istituti di credito, «al solo fine di produrre ricavi e contestualmente canalizzarli verso le aziende maggiormente esposte a livello bancario».

12/09/2011 11.01

TRIFUOGGI:«I SEQUESTRI SIANO DA MONITO PER CHI DOVESSE AVERE STRANE IDEE»

Nel corso di una conferenza stampa, a palazzo di Giustizia, il Procuratore capo della Repubblica di Pescara, Nicola Trifuoggi, ha spiegato che le indagini sono state avviate in seguito all'espansione economica, iniziata a partire dal 2002, sul territorio pescarese della famiglia Granatiero.

Trifuoggi ha aggiunto che le indagini sono state «lunghe ed estremamente complesse».

«Uno dei tanti vantaggi - ha detto - è che Pescara è una città a misura d'uomo. E quindi certe operazioni non passano inosservate. Credo che questo sequestro - ha proseguito - possa servire da monito a chi volesse effettuare investimenti illeciti in questa citta».

 I sequestri non comporteranno la chiusura degli esercizi commerciali ma sarà nominato un amministratore giudiziario che si occuperà della loro gestione, per salvaguardare i posti di lavoro. Dunque le attività commerciali a breve potrebbero riaprire i battenti sotto la direzione di un amministratore nominato dalla procura. Resta inteso che i sequestri se confermati anche nei successivi gradi di giudizio (quasi certo l’appello) potrebbero portare alla confisca e dunque all’acquisizione del patrimonio in capo allo Stato.

Si diceva indagine complessa per il fatto che per la natura stessa dei reati la prova certa è quasi impossibile. Nei faldoni di indagine però si troverebbero una serie di intercettazioni che «in maniera inequivocabile» proverebbero il legame tra i Granatiero e i Romito. Altra prova giudicata certa dalla procura è anche il tracciamento effettuato grazie ai gps dei principali indagati che facevano frequenti viaggi in Puglia il giorno prima di operazioni finanziarie spesso effettute in contanti. Molti infatti degli investimenti sarebbero stati fatti in contanti (indizio per la procura di provenienza dubbia del denaro) così come tutti i dipendenti sarebbero stati spesso pagati in contanti.

   12/09/2011 12.54

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LA MAFIA DEL GARGANO FA AFFARI A PESCARA

Gli investigatori avrebbero trovato le prove di collegamenti tra i Granatiero e la famiglia di Manfredonia dei Romito, cioè legami con Antonio Michele Romito e Mario Luciano Romito. I capitali utilizzati e investiti a Pescara sarebbero in realtà derivanti da attività illecite della famiglia che è indicata come un clan mafioso e protagonista della faida del gargano che nel 2009 portò ad una serie di omicidi tra le montagne sopra Manfredonia. Il capostipite della famiglia Franco Romito venne accusato di associazione mafiosa in un maxiprocesso nel 2004 ma venne prosciolto perché “collaboratore di giustizia”.

Il 27 giugno 2010 intorno alle 21.00 a Manfredonia (Foggia) venne ammazzato Michele Romito, 23 anni, ucciso a colpi di arma da fuoco mentre si trovava in auto alla periferia della città in viale Padre Pio. Il giovane era in compagnia dello zio Mario Luciano Romito, 44 anni, che ha riportato una lieve ferita al volto.  Sull’asfalto sono stati trovati dai carabienieri bossoli di fucile calibro 12 e di kalashnikov. Michele Romito era il figlio di Franco, l’allevatore 43enne di Manfredonia ucciso in un agguato a Siponto il 21 aprile del 2009 insieme al suo autista Giuseppe Trotta.

Sotto i colpi di tre killer a volto coperto e armati di lupara e mitra fu ammazzato Franco Romito, tornato in libertà nel giugno 2008, dopo aver scontato 3 anni e 9 mesi per detenzione illegale delle armi con cui girava quand'era ricercato nell'estate 2004 perché coinvolto nell'inchiesta sulla mafia garganica.

Giuseppe Trotta, l’altro uomo ammazzato con Romito, paga con la vita l'amicizia con la famiglia, obiettivo vero dei sicari che non si lasciarono testimoni alle spalle. Le due vittime a bordo di una «Chrysler Voyager», guidata da Trotta, erano dirette nel maneggio con annessa pista kart dei Romito. Poche centinaia di metri prima l’agguato. Furono sparati oltre 40 colpi di mitra.

A settembre del 2009, Mario Luciano, con il fratello Ivan, era stato già bersaglio di un attentato esplosivo con un ordigno rudimentale che era stato piazzato all’interno della ruota anteriore e della carrozzeria della sua auto.  

Il nome dei Romito si intreccia nelle cronache giudiziarie, e non, anche con la famiglia Libergolis, un clan di spicco del Gargano, una “grande famiglia’, nella quale confluivano tanto gli interessi degli esponenti più legati alla terra delle montagne del Gargano quanto quelli della famiglia Romito di Manfredonia. Questi ultimi però si sarebbero distaccati e avrebbero preso le distanze.

Michele Romito, poi ammazzato nel 2010, sarebbe stato punito per la sua collaborazione con i carabinieri nelle indagini che poi di fatto hanno portato alle condanne per mafia della famiglia Libergolis, un tempo alleata dei Romito.

L’ASSOLUZIONE DALLA ACCUSA DI MAFIA PERCHE’ CONFIDENTE DEI CARABINIERI

Romito era conosciuto come allevatore di Manfredonia ma per carabinieri e Direzione distrettuale antimafia faceva parte di una famiglia mafiosa a tutti gli effetti. I giudici però nel processo sulla mafia garganica del 2004 lo assolsero da questa accusa perché fu provato che aveva collaborato con i carabinieri in diverse indagini partecipando persino alla trascrizione di alcune intercettazioni telefoniche (e alla comprensione di alcuni discorsi in dialetto) o operazioni con una pettorina dei carabinieri.Franco Romito, secondo quanto emerso dal processo (ma più volte smentito anche sui giornali) sarebbe stato utilizzato dagli investigatori per incastrare alcuni esponenti della famiglia Libergolis che poi furono condannati per associazione mafiosa. Franco Romito invece non subì questa condanna perché i giudici hanno ritenuto che la collabrazione con gli inquirenti proverebbe la dissociazione con il clan mafioso.  Per questo non subì mai una condanna per mafia anche se la vicenda ebbe strascichi pesanti anche per alcuni esponenti dell’arma che furono assolti nei tre gradi di giudizio. L’omicidio di Franco Romito però secondo le indagini sarebbe stata una vendetta a tutti gli effetti di chi non ha visto di buon occhio la collaborazione con i carabinieri.

12/09/2011 9.29