Università, fuori Comune e Provincia dal Cda. A vantaggio di chi?

Alessandro Biancardi

Reporter:

WhatsApp PdN 328 3290550

Letture:

2125

IL DOCUMENTO INTEGRALE. CHIETI. Il nuovo Statuto della d’Annunzio che ha escluso Comuni e Province dal CdA dell’Università è ormai in viaggio verso il Ministero, dopo essere stato licenziato la scorsa settimana dagli organi accademici locali.

IL DOCUMENTO INTEGRALE. CHIETI. Il nuovo Statuto della d’Annunzio che ha escluso Comuni e Province dal CdA dell’Università è ormai in viaggio verso il Ministero, dopo essere stato licenziato la scorsa settimana dagli organi accademici locali.

Tocca ora a Roma, secondo i tempi stabiliti dalla legge Gelmini (tre mesi), approvare o no la nuova formulazione partorita dalla Commissione interna dell’UdA a suo tempo istituita: solo allora si saprà se gli Enti locali saranno definitivamente fuori dalla gestione dell’Ateneo che pure hanno fondato, pagato e fatto crescere a loro spese. Un pò come capita per le autostrade, costruite con i soldi delle tasse di tutti ed ora passate ai concessionari privati ai quali per l’uso si deve pagare il pedaggio. In questa settimana dopo l’approvazione, ci si è accapigliati sul fatto che la legge Gelmini sul punto non sarebbe chiara: non prevede la presenza degli Enti locali, ma nemmeno lo vieta, anche se – riducendo di molto i membri del CdA - rende un pò difficile far entrare tra gli 11 consiglieri i rappresentanti di Comuni e Province. In attesa delle decisioni del Ministero e delle interpretazioni autentiche della legge Gelmini da parte dei giuristi, destano però qualche sorpresa le polemiche furibonde sull’esclusione, sollevate soprattutto dal centrodestra, in primis sindaco di Chieti e presidente della Provincia, contro una legge-bandiera del Governo Berlusconi che forse trascura il rapporto che dovrebbe esistere tra Università e territorio. Polemiche roventi che sanno di opposizione politica, mentre Comune e Provincia di Chieti fanno parte della maggioranza (il centrosinistra sull’argomento è più tiepido…).

Come se non bastasse, sono scesi in campo con un botta e risposta diretto anche Confindustria («in Abruzzo meglio una sola università con più rapporti con il mondo delle imprese») e Università («e perché non una sola Confindustria invece di quattro?»). Ad accendere ulteriormente lo scontro è arrivato poi un editoriale del nuovo direttore de il Centro, da pochi mesi in Abruzzo, che è sceso in campo agitando lo slogan generico «fuori la politica dall’Ateneo». A lui ha risposto il sindaco di Chieti, che lo ha facilmente colto in fallo con una lettera aperta al veleno: Di Primio infatti gli ha spiegato «che la d’Annunzio c’è ed è cresciuta proprio perché c’era la politica, bastava informarsi».

COSA SI NASCONDE DIETRO QUESTA OPERAZIONE?

Come sempre capita, proprio questo surplus di polemiche – e la qualità dei contendenti – ha però ingenerato il sospetto che tutto il polverone sollevato sia funzionale a nascondere il vero problema che si potrebbe celare dietro l’operazione “nuovo Statuto”. E se a questo si aggiunge la freddezza con cui Franco Cuccurullo («rettore in prorogatio – lo definisce Di Primio - che assume le vesti di strenuo difensore del fortino circondato») ha liquidato le proteste e gli appelli per la presenza del territorio nel CdA della d’Annunzio, tutto il quadro di insieme assume una nuova luce. Quando infatti in sede di approvazione del nuovo Statuto è stato proposto di inoltrare un quesito al Ministero per conoscere l’interpretazione autentica dell’esclusione o meno degli Enti locali, la risposta è stata: “il quesito fatelo voi”. Il che fa intendere che le decisioni erano già state prese e che non c’era nessuna volontà di tornare indietro. Perché effettivamente questa esclusione forse è stata una scelta politica a freddo che viene da lontano e da fuori.

 Lo testimonia quello che sembra l’errore di fondo di tutta questa vicenda, cioè la mancanza di un tavolo politico e territoriale per la scrittura del nuovo Statuto. Su questo tavolo si doveva mediare tra la normativa e le richieste del territorio, nonché aprirsi all’imprenditoria privata locale, che invece è rimasta fuori, così come ha rischiato di rimanere escluso dalla rappresentanza il personale, chiamato a consulto solo all’ultimo momento. In altre parole la mediazione non c’è stata perché il risultato finale senza Comuni e Province era già precostituito. Infatti se proprio per la legge Gelmini fosse stato in qualche modo impossibile far entrare gli Enti locali nel CdA, la volontà politica di far entrare il territorio nella gestione dell’Università poteva trovare lo sbocco nell’istituto della cooptazione, cioè nell’affiancare agli 11 componenti ufficiali del consiglio di amministrazione un esperto dei Comuni e delle Province o degli imprenditori privati locali con diritto di voto su argomenti specifici.

Invece fuori tutti: sindaci, presidenti e imprenditori abruzzesi, evidentemente ospiti sgraditi. Il dubbio che sorge spontaneo allora è che questo tipo di CdA tecnico possa essere funzionale a progetti futuri di altra natura, magari più economica che culturale. Insomma l’Università e la ricerca non più come moltiplicatore di sviluppo nel territorio e come volàno di crescita sociale: nel destino della cultura c’è il pericolo di diventare la copertura di un comitato di potenti che punta alla socializzazione dei costi e alla privatizzazione dei profitti. I consiglieri comunali e provinciali nel CdA? E che ci azzeccano.…

Sebastiano Calella  01/09/2011 9.14