UdA, la federazione con Unidav riaccende i fari su vecchie inchieste

Alessandro Biancardi

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CHIETI. L’accordo federativo UdA-Unidav, che ha bypassato il divieto di assumere ricercatori somiglia tanto a quei matrimoni tra un vecchio rimbambito ed una giovane badante.

CHIETI. L’accordo federativo UdA-Unidav, che ha bypassato il divieto di assumere ricercatori somiglia tanto a quei matrimoni tra un vecchio rimbambito ed una giovane badante.

Lui danaroso, ma impotente e lei ambiziosa, ma senza corredo e clandestina. E tanti figli che aspettano il certificato di cittadinanza della mamma per essere naturalizzati. Fuori di metafora ci sono tanti ricercatori che scoprono un’insperata scorciatoia dopo aver trovato chiuse le porte all’università statale. Perché l’accordo federativo è il cavallo di Troia per far entrare alla d’Annunzio i ricercatori, meglio se mogli di docenti, componenti di qualche comitato che conta, portaborse ai quali non si può dire di no e chi più ne ha più ne metta. Altro che meritocrazia….

Oltre l’aspetto “sentimentale” ed economico di questo matrimonio (peraltro la manovra finanziaria del Governo ha vietato queste unioni, per evitare di pagare la pensione di reversibilità) ci sono aspetti dell’accordo che hanno fatto riaccendere i fari sulla d’Annunzio e su vecchie inchieste che la Gdf sta conducendo sulla gestione Cuccurullo insieme alla Procura della Repubblica di Chieti. Basta leggere le premesse dell’accordo federativo, riportate nel verbale del Senato accademico di fine maggio (e che fanno parte integrante dell’accordo stesso) per avere chiaro che la d’Annunzio ha perso ogni iniziativa e non ha più lo smalto dei vecchi tempi.

E’ stato infatti il Comitato tecnico organizzatore dell’Università telematica di Torrevecchia Teatina a chiedere di “sposare” l’Uda, proponendo l’accordo federativo con l’area giuridica della d’Annunzio e indirizzando la richiesta di matrimonio «in particolare al Dipartimento di Scienze giuridiche (facoltà di Economia), il corso di laurea Segi (servizi giuridici per l’impresa)».

 Risponde l’UdA nei punti dal 3 al 9 dell’accordo: il corredo che portiamo in dote spazia dai corsi di laurea, alle biblioteche anche con testi rari e con 25 mila volumi più l’emeroteca con 200 riviste giuridiche italiane e 36 straniere, ai rapporti con l’Europa, ai master interuniversitari. Sappiamo che l’Unidav in pratica non ha niente, ma ha la possibilità di assumere ricercatori, quindi questo matrimonio “s’ha da fare.” Secondo qualche giurista interessato, lo vuole anche la legge: “l’art. 3 comma 1 della legge 240 prevede che al fine di migliorare la qualità, l’efficienza e l’efficacia dell’attività didattica, di ricerca e gestionale, di razionalizzare la distribuzione delle sedi universitarie e di ottimizzare l’utilizzazione delle strutture e delle risorse, due o più università possono federarsi, anche limitatamente ad alcuni settori di attività.” Cosa ci possa guadagnare l’UdA da questo accordo federativo è tutto da dimostrare, come è da dimostrare che la legge si riferisca all’Unidav (che è un ateneo privato figlio dei soldi della Fondazione della d’Annunzio) quando prevede che “due o più università possono federarsi”. Tanto valeva federarsi al Cepu, che di corsi di laurea e di sedi (e di soldi) ne ha di più. Ma tant’è: l’Unidav si allarga a Pescara, Viale Pindaro, e piazza lì i suoi ricercatori, l’UdA in cambio ottiene solo una dipendenza al Palazzo di vetro di Torrevecchia Teatina. Diventano comuni anche i ricercatori, di cui cinque di Giurisprudenza, tre di Scienze manageriali e tre di Scienze della formazione che lavorano contemporaneamente anche all’UdA. Un mezzo pasticcio amministrativo che però non giunge inatteso perché nel Senato accademico che ha approvato l’accordo era presente anche Mario Castiglione, rappresentante del personale tecnico amministrativo, c’erano i direttori di dipartimento ed anche i presidi a cui afferiscono i ricercatori in comproprietà. In realtà non è solo questo l’aspetto singolare della vicenda, destinata a restare confinata tra le quattro mura della d’Annunzio.

L’ACCORDO UDA-UNIDAV E L’INCHIESTA SUL CINECA

Come detto, l’effetto collaterale ed imprevisto (forse anche non voluto) di questo “pasticciaccio brutto” di via dei Vestini, è che così si riaccendono i fari su una vicenda che sembrava archiviata e cioè il rapporto tra i soldi della d’Annunzio (pubblici) che transitano alla Fondazione (privata) e che servono a far funzionare l’Unidav in forma privatistica. E’ vero che gli studenti lì iscritti pagano duemila euro, di cui 700 tornano all’UdA, ma questi servono a giustificare e a pagare i servizi che la d’Annunzio fornisce all’Unidav. Forse anche il sistema informatico e i dipendenti in distacco. Ma anche i progetti con il Cineca. 

Il consorzio interuniversitario per il calcolo automatico, divenuto il braccio operativo del Ministero dell’università per i servizi agli atenei. Un Consorzio peraltro sotto controllo in tutta Italia, dopo le segnalazioni dell’Antitrust che contesta il suo operato in regime di monopolio. Se fosse vera, sarebbe un’estensione pericolosa quella del Cineca all’Unidav, visto che tutto il contratto milionario che lega l’UdA a questo consorzio interuniversitario è sotto inchiesta da tempo. Adesso l’accordo federativo UdA-Unidav riporta l’attenzione su questa inchiesta: il Cineca viene pagato anche per l’Unidav? E nelle fatture milionarie che arrivano alla d’Annunzio, c’è per caso traccia di questi servizi aggiuntivi, assegnati senza appalto? E mentre l’opinione pubblica e quella degli addetti ai lavori è distratta da questa indagine, si è tentato subito il colpo grosso “sistemando” i ricercatori che interessano. Il cavallo di Troia ha funzionato?

Sebastiano Calella  20/07/2011 8.34