Chiodi sapeva, più che cinghiale bella addormentata

Alessandro Biancardi

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CHIODI E BERLUSCONI

CHIODI E BERLUSCONI

RIFIUTOPOLI. ABRUZZO. Chiodi va avanti e conta sul «grande spessore morale dei suoi». Perché lui non è indagato e dunque può proseguire.

Vero, ma la figura di Chiodi dalla scoperta della cricca in poi assomiglia sempre più a quella di una bella addormentata nel bosco, anziché, come si è definito lui, ad un cinghiale braccato.

Il cinghiale conosce bene il bosco ed il “sottobosco” mentre il presidente della Regione Abruzzo sembra avere tutto sotto il naso senza accorgersi di nulla.

«Braccato dai magistrati» che indagano questi scoprono che «il presidente della trasparenza e della meritocrazia», come ama definirsi a parole, è sempre un passettino indietro agli altri, sempre dentro ma non tanto, c’è ma non abbastanza, il suo parere conta, è lui che dà le direttive politiche. Poi, però, altri assessori vengono presi con le mani nella marmellata.

Certo Chiodi non è indagato ma ancora dopo settimane difficili non è riuscito a spiegare molte cose, e non intende farlo.

Ma i fatti sono chiari: il presidente sa perfettamente cosa è successo nell'affare rifiuti, anche se non sono emersi elementi sufficienti affinchè potesse essere indagato. Non vi sono in altre parole elementi che provino, più che un suo ruolo attivo nella “cricchetta” locale, un suo tornaconto, una sua utilità. Questa non è emersa e solo per questo non è stato indagato.

Ma anche in assenza di elementi sufficienti per incriminazioni penali vi possono essere responsabilità politiche grosse e pesanti come macigni.

C’era in atto, ad esempio, una manovra per togliere di mezzo un uomo che dava fastidio a Di Zio, Riccardo La Morgia, presidente del consorzio comprensoriale dei rifiuti di Lanciano e tutti dicono che Chiodi ne è a conoscenza. La manovra è quella di commissariare il consorzio anche se non ci sono i presupposti di legge, tanto quelli si “aggiustano” per l’occasione.

«Commissariamo», chiede il segretario della Giunta, Enrico Mazzarelli alla Stati, «Commissariamo», risponde la Stati, «allora io vado avanti perché il presidente è d'accordo».

STATI A CHIODI: «Riccardo La Morgia è proveniente da Forza Italia, però pare che si sia… questo me lo dice Fabrizio (Di Stefano) e Mauro (Febbo) che conoscono il territorio. Si sia un pochettino lasciato andare nel corso del tempo diventando sempre più amico del potente di turno».

Qualche giorno dopo ancora Stati comunica a Chiodi: «Non ti preoccupare Presidente! Era soltanto per avvertirti che il commissariamento che ci ha chiesto sia Di Stefano che Paolini (sindaco di Lanciano) è stato possibile farlo. Perché ci sono i termini di legge».

 

C’è un suo assessore (Venturoni) che incontra centinaia di volte un imprenditore che è presente ovunque in Regione, fa miliardi e paga tutti, che gli ha anche pagato bei soldi per la campagna elettorale ma Chiodi non si accorge che il suo assessore alla sanità nel tempo libero ha l’hobby dell’ambiente (si fa per dire) volendo a tutti i costi un inceneritore nella sua Teramo.

Eppure Chiodi parla a telefono con Daniela Stati che si andava lamentando con tutta la giunta delle pressioni che riceveva da Di Stefano, Tancredi e Piccone i quali volevano un inceneritore a Teramo per far felice Di Zio o ad Avezzano per far felice Piccone. Eppure nessun componente della giunta ha mai riferito queste manovre ed il malessere della Stati al presidente Chiodi.

Però ci ha pensato lei stessa.

STATI A CHIODI: «Presidè, io te lo dico francamente e sai che ho tanti lati negativi ma la sincerità è quella che mi contraddistingue. Se lui pensava di venire a fare affari, come più volte ha cercato di provare a fare, anche all’assessorato all’ambiente dove stanno i rifiuti, io devo fare il bene dell’Abruzzo».

Una persona che non sappia di cosa si stia parlando e di chi, farebbe domande scontate tipo: che? Di chi stai parlando? Che c’entrano i rifiuti?

Ma pare che invece tali domande, il presidente, non le abbia fatte segno che sapesse di Venturoni e dei suoi “sconfinamenti”. Dell’affare dei rifiuti lo sapevano alla Team, lo sapeva il senatore e amico Tancredi e lo sapeva pure il sindaco di Teramo, Brucchi, quelli che Chiodi ha sempre chiamato «la sua squadra». Che squadra è quella in cui si parla poco ed ognuno si tiene le cose per sè?

Le manovre alla Team sono cominciate poi molto tempo fa ai tempi in cui Chiodi era sindaco di Teramo ma evidentemente anche allora guardava altrove.

Senza dire che Venturoni e gli altri hanno fatto incontrare Chiodi con i vertici della Ecodeco di Milano, socia in affari di Di Zio, che avrebbe dovuto mettere le conoscenze ed il brevetto gratis (facendo risparmiare all’imprenditore 5 milioni) ricevendo la promessa di potersi rifare con l’affidamento diretto dell’inceneritore.

Il 2 ottobre 2009, infatti, la Squadra mobile diretta da Nicola Zupo documenta il colloquio che gli imprenditori della Ecodeco, Antonio Vercesi e Michele Sparacino, intrattengono con Venturoni, con il consigliere Rabuffo e Piccone. In molte foto spicca il presidente Chiodi.

E’ presumibile che si sia parlato di inceneritori ma Chiodi non si accorge nemmeno in questa occasione degli interessi sottesi al suo assessore alla sanità e non ha letto gli articoli sugli intrecci e gli affari della società Rivalutazione Trara di Ermanno Piccone, padre del coordinatore del suo Pdl.

Venturoni si attiva anche per far prorogare il contratto di lavoro con una società di Di Zio ad Antonio Di Pasquale, genero di Giuliano Gambacorta, segretario del presidente Chiodi «che invita espressamente Venturoni a “passare la parola a Di Zio”. L’interesse di Chiodi all’assunzione è scoperto; egli invia un Sms a Di Zio che non lascia dubbi: «Caro Rodolfo, Giuliano mi ha detto che vi siete sentiti. Grazie e buona domenica”», scrive il gip Campli.

Ci sono almeno due lobby sotto il naso di Chiodi ma questi non se ne accorge e tira avanti.

 ABRUZZO ENGINEERING

 Lo spirito di gruppo o di sistema il presidente, ha già dimostrato di saperlo intendere bene quando al telefono con l’ex assessore Daniela Stati faceva capire che il passivo di Abruzzo Engineering era di gran lunga più pesante del previsto, forse intorno ai 60milioni di euro. Argomento di cui mai ha parlato o ritenuto di informare gli abruzzesi.

Chiodi è rimasto impassibile anche quando il suo assessore (sempre Stati) lo informava che Abruzzo Engineering era un «covo di bugiardoni». Un presidente che ignora avrebbe dovuto chiedere spiegazioni e avviare verifiche. Se le verifiche vi sono state sono rimaste “segrete”.

Chiodi sapeva ed è per questo che ha affidato una delicatissima consulenza all’uomo di fiducia e grande amico nonché socio in affari, Carmine Tancredi, incaricato sempre segretamente di controllare i conti di Abruzzo Engineering.

C’è poi una cosa che andrebbe valutata. Nell’ultima seduta agitata di consiglio regionale l’ex assessore Stati, sempre pronta a levarsi qualche sassolino, ha detto: «…e poi Chiodi in giunta ripeteva sempre che Abruzzo Engineering era in affidamento in house e che dunque tutti gli affidamenti diretti di circa 50 milioni erano a posto e bisognava far lavorare tutti».

Sarebbe interessante sapere se corrisponde al vero questa affermazione perché se fosse così Chiodi assomiglierebbe spiccicato al suo predecessore Del Turco: meglio un affidamento diretto che cento gare.

E se fosse così, questa storia non somiglierebbe tanto all’affare dei termovalorizzatori da far costruire agli amici imprenditori senza gara d’appalto?

Chiodi aveva un assessore (Daniela Stati) il cui padre faceva politica attiva a tutti gli effetti pur essendo stato interdetto dai pubblici uffici ma il presidente non se ne è accorto, così come delle cricche non vede nulla e non vede nemmeno i macroscopici errori di valutazione fatti sulle infiltrazioni mafiose e sugli errori sempre macroscopici della politica sulla ricostruzione che anzi «non ha nulla da rimproverarsi».

Alessandro Biancardi  24/09/2010 8.37