Inchiesta "Re Mida": più grande di Sanitopoli. Il Pdl al servizio di Di Zio

Alessandro Biancardi

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VARONE E TRIFUOGGI

VARONE E TRIFUOGGI

RIFIUTOPOLI. ABRUZZO. Tutto quello che toccava doveva diventare oro, grazie ad un monopolio costruito nel tempo e mai ostacolato dalla politica. Anzi… *AFFIDAMENTI DIRETTI, CONDIZIONAMENTI E FUGHE DI NOTIZIE

Così la famiglia Di Zio ed il suo esponente principale, Rodolfo Valentino, secondo la magistratura pescarese, brigava per mantenere a tutti i costi il suo strapotere nel campo dello smaltimento dei rifiuti in Abruzzo. E per fare affari d’oro 'comprava' politici, anche per cifre irrisorie. Un imprenditore a cui piace vincere facile sfruttando la facile via della corruzione per abbattere la concorrenza con ripercussioni devastanti per l’interesse pubblico.

Elargizioni di ogni tipo, spesso contributi elettorali “regolarmente registrati” ma frutto di presunti accordi corruttivi, dunque corruzione, tanto che spesso gli stessi amministratori si sono trovati a redigere atti che “casualmente” avvantaggiavano Di Zio. Atti spesso illegittimi o a loro volta comprati o viziati.

Tutto nel nome degli affari, legati ai rifiuti ed allo smaltimento, in questo caso si trattava di costruire un impianto di bioessiccazione per la produzione di ecoballe che possono servire solo  come combustibile per inceneritori, un investimento da 15 milioni che avrebbe portato ricavi di almeno 100 milioni di euro in poco tempo. Ecco perché la Procura di Pescara ha chiamato questa (che è un'inchiesta molto più vasta e devastante di Sanitopoli), “Mida’s case”, appunto “inchiesta Re Mida”.

Un'indagine diversa dalle altre perché a fronte di soli due arresti –peraltro domiciliari chiesti dagli stessi pubblici ministeri- lo scenario descritto è di asservimento totale della politica agli interessi dell'imprenditore che deve fare affari. Situazione peraltro già scoperta svariate volte in tutte le recenti  indagini sulla pubblica amministrazione degli ultimi anni.

Circa 10 uomini della Squadra mobile (quando la media è di circa 3-4 persone), per circa due anni, hanno ascoltato oltre 50.000 conversazioni telefoniche intercettate principalmente sui telefoni dei Di Zio, Venturoni, Stati scoprendo un mondo fino ad oggi solo ipotizzato.

CON L'ESPOSTO SCATTA L'INCHIESTA

L'inchiesta nasce nel novembre 2008 da una relazione di alcuni membri del collegio sindacale dell'organo di controllo a nomina pubblica e da un esposto di Domenico Di Carlo, presidente del consiglio di amministrazione della Ecoemme, la società mista partecipata anche dal Comune di Montesilvano che si occupa della raccolta differenziata nella zona vestina e nella quale si trova l'immancabile partecipazione privata di un'impresa dei Di Zio. Fondamentali saranno anche i contributi dell’ex citymanager di Montesilvano, Rodolfo Rispoli, che porteranno gli inquirenti a mettere uno dopo l'altro i tasselli di un intricato puzzle che da Montesilvano si allarga a Pescara, fino a rimbalzare a Teramo e Chieti passando per il Fucino e la Marsica, feudi del segretario regionale Pdl, Filippo Piccone (non indagato in questo filone). Una inchiesta ancora una volta diretta in perfetta solitudine dalla procura di Pescara che, come successe già nella Sanitopoli di Del Turco, sconfina nell’intera regione e anche questa volta è facile ipotizzare medesimi problemi di competenza territoriale, spesso l'asso nella manica degli avvocati difensori. Per gli inquirenti, però, gli accordi corruttivi principali si sono perfezionati nel distretto pescarese e a Pescara vi è la sede dell’assessorato alla sanità presieduto da Venturoni, anche lui abituato a sconfinare nel campo assegnato alla sua collega Daniela Stati, l’ambiente.

Secondo gli inquirenti l'obiettivo prefissato della famiglia di imprenditori era quella di creare in Abruzzo, grazie ai favori comprati della politica, una situazione di emergenza nel campo dei rifiuti come quello della Campania, che avrebbe permesso di prendere decisioni veloci e immediate, grazie alla stessa emergenza. In queste condizioni sarebbero aumentati i prezzi e le tariffe di cittadini e Comuni da devolvere ai consorzi e alle ditte che effettuavano il servizio di smaltimento, come detto spesso facenti capo alla stessa famiglia Di Zio. Come pure la raccolta differenziata era percepita dal potente imprenditore come un pericolo e per questo non doveva decollare…

OBIETTIVO FINALE: COSTRUIRE IL TERMOVALORIZZATORE

L'obiettivo finale era quello di costruire un termovalorizzatore ma partendo da un impianto che producesse il cosiddetto cdr, cioè rifiuti compressi (ecoballe) che possono essere utilizzate soltanto come combustibile per inceneritori, impianti altamente dannosi per la salute poiché sprigionano, spesso, un alto inquinamento atmosferico. Ma non è stato questo uno dei problemi principali della classe politica dirigente.

Anzi all'interno del Pdl si sarebbero contrapposti per diversi mesi due blocchi: uno facente capo a Venturoni-Di Zio per la costruzione dell'inceneritore teramano e l'altro a Piccone interessato direttamente alla costruzione di un inceneritore nella Marsica.

L'indagine intanto continua anche se i pm, Nicola Trifuoggi, Gennaro Varone, Annarita Mantini, reputano in gran parte terminato e già definito il quadro delle contestazioni che non sono emerse e che riguardano proprio la parte iniziale dell'inchiesta: il versante pescarese.

Intanto ieri contestualmente alle notifiche delle ordinanze di custodia cautelare a Lanfranco Venturoni e Di Zio e di avvisi di garanzia agli altri 10 indagati, sono scattate le perquisizioni in diverse zone dell’Abruzzo ma anche a Roma. Ed è solo l’ennesimo scandalo politico abruzzese a poco più di due anni dall’ultima umiliazione.

Alessandro Biancardi  23/09/2010 9.19

* I FATTI CONTESTATI ALL'ASSESSORE VENTURONI

* I FATTI CONTESTATI AL SENATORE PAOLO TANCREDI

* I FATTI CONTESTATI AL SENATORE FABRIZIO DI STEFANO

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AFFIDAMENTI DIRETTI, CONDIZIONAMENTI E FUGHE DI NOTIZIE

 RIFIUTOPOLI. ABRUZZO. L'inchiesta “Re Mida” ha esaminato la complessa vicenda della gestione in Abruzzo dei servizi di smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Si tratta di un servizio svolto per legge in regime di privativa dall'ente territoriale ad esso preposto, cioè il Comune, che può esercitarlo direttamente (attraverso una società municipalizzata, a capitale interamente pubblico) o per mezzo di una società a capitale misto (consocio privato). In questa materia, gli affidamenti o la scelta del socio privato, richiedono sempre una procedura di evidenza pubblica, senza eccezioni. Ma di gare in Abruzzo se ne sono viste poche e non solo nel campo dei rifiuti. Stesso problema, per esempio, sorge per gli affidamenti ad Abruzzo Engineering (società mista con socio privato, la Selex).

«Ciononostante», scrive il giudice per le indagini preliminari, Guido Campli, «gli imprenditori Rodolfo Valentino e Fernando Ettore Di Zio agiscono a livello regionale da monopolisti, essendo riusciti, grazie ai cosiddetti affidamenti “in house”, ad accaparrarsi commesse pubbliche in ogni segmento del ciclo dei rifiuti».

In pratica con tale affidamento l'ente pubblico gira direttamente alla società mista la commessa o il servizio che questa, a sua volta, fa svolgere al socio privato, mascherando così un vero e proprio affidamento diretto ed aggirando in maniera fraudolenta la legge.

«La relazione che i Di Zio hanno instaurato con i loro referenti politici non è quella istituzionale. E’ piuttosto una relazione profondamente collusiva: volta a creare una strettissima comunione di intenti tra privato e pubblico ufficiale, il cui comune scopo è quello di attribuire all'imprenditore commesse pubbliche in preordinata elusione delle norme che impongono procedure di selezione imparziale».

Secondo il gip Guido Campli gli elementi di prova raccolti indicano come «Lanfranco Venturoni è riuscito a far attribuire ai Di Zio la commessa pubblica della costruzione e gestione di un impianto per la produzione di biomasse e cdr nel teramano. I senatori Paolo Tancredi e Fabrizio Di Stefano con Venturoni hanno agito affinché gli imprenditori potessero ottenere l'appalto. I referenti politici ed amministrativi della famiglia di imprenditori hanno operato più in generale per la tutela dei loro privati interessi economici contro la concorrenza e gli avversari scomodi».

Il giudice poi parla di «una complessa azione criminale che deve essere calata in un più ampio piano politico e finanziario talmente incisivo da coinvolgere scelte che rischiano di vincolare (per le generazioni future in modo irreversibile e pericoloso per la salute pubblica), la vocazione territoriale della regione Abruzzo.

LE MISURE CAUTELARI

Nel corso delle indagini, gli inquirenti hanno potuto valutare più volte come il sodalizio dell'associazione a delinquere sia più che saldo e sia continuato nel tempo, nonostante una fuga di notizie che ha in parte compromesso le indagini e costretto gli inquirenti a deviare il loro originario corso.

Se Venturoni ha imposto il «silenzio radio» ed ha avuto timore di parlare persino nel suo ufficio prediligendo luoghi pubblici o bar, i poliziotti della Squadra mobile di Nicola Zupo non si sono fatti sorprendere.

Il fatto poi, che durante il periodo delle indagini siano andati avanti svariati progetti e affidamenti diretti che riguardavano il bioessiccatore di Teramo, il partneriato con il Comune di Montesilvano, l'ampliamento della discarica di Cerratina, la costruzione dell’inceneritore, tutti successi che hanno avvantaggiato i Di Zio in assenza di gare, ha rafforzato la convinzione degli inquirenti di dover in qualche modo fermare il sodalizio criminale. E’ lampante poi che in ogni amministrazione che ha a che fare con i monopolisti dei rifiuti vi siano persone accondiscendenti e pronte a relazionarsi prima con questi che con i vertici amministrativi. E’ difficile trovare persone amministratori o dirigenti comunali in grado di opporre un divieto allo strapotere dei Di Zio.

«ANCHE STATI VITTIMA CONDIZIONAMENTI»

E che si tratti di un vero e proprio sodalizio capace di fare quadrato, difendersi e soccorrersi in caso di accertamento giudiziario lo confermerebbe anche l'atteggiamento dell'ex assessore Daniela Stati.

«Si consideri che persino un assessore regionale, come Daniela Stati, certamente in possesso della capacità morale e culturale per sottrarsi ai condizionamenti sin qui prospettati», scrive il gip nell’ordinanza, «pur consapevole della illegalità dell'azione della coppia Di Zio-Venturoni, non abbia potuto sottrarsi all'esigenza di complicità suggeritale dal “sistema”. Quando è stata sentita dal pubblico ministero ha clamorosamente taciuto le pressioni subite dai propri colleghi di partito intenti a favorire l'imprenditore dei rifiuti. Convinta del groviglio di intrecci e degli appetiti affaristici sulla materia dei rifiuti, non ha disvelato alcunché dei “capricci” di Di Stefano (e del collega Mauro Febbo), delle lobby interessate alla modifica del piano regionale dei rifiuti e dei suoi conclamati rapporti con un Rodolfo Valentino Di Zio».

«Dunque, lo stato di libertà degli indagati Venturoni e Di Zio si pone in insanabile contrasto con l'inderogabile esigenza di ordinato prosieguo delle indagini e di genuina formazione della prova», scrive ancora Campli, «il pericolo che i predetti possano agire per disarticolare la portata immanente delle acquisizioni istruttorie e quindi ad alterare la costituenda prova, specie quelle orali, non è soltanto un pericolo quanto piuttosto una ragionevole certezza».

Il riferimento chiaro è ai prossimi interrogatori degli indagati che sarebbero già stati convocati in procura e che sfileranno uno ad uno per difendersi ma anche per essere interrogati e per chiarire la loro posizione.

LA FUGA DI NOTIZIE NON FERMA IL PROGETTO CRIMINALE

Altro elemento fondamentale che ha fatto determinare il giudice per l'emissione della misura cautelare è stato il comportamento dei due principali indagati in occasione della fuga di notizie che sarebbe avvenuta intorno all'inizio di quest'anno. L'assessore e l'imprenditore hanno saputo da fonte non individuata l'esistenza dell'indagine e dell'intercettazione dei loro telefoni ma questo non li avrebbe fermati. Anzi avrebbero soltanto fatto maggiore accortezza alle loro conversazioni, Venturoni avrebbe imposto il «silenzio radio» e si sarebbero preferiti luoghi aperti e pubblici per continuare quegli incontri probabilmente di affari. Emissari avrebbero avvertito l’imprenditore di non chiamare più e di attendere istruzioni ulteriori…

«Ciò costituisce concreta dimostrazione del fatto che il programma criminoso», scrive il giudice, «già connotato dei reati contestati, andrà comunque avanti secondo i disegni prestabiliti se non opportunamente interrotto. Vi sono, dunque, seri motivi per ritenere che attualmente i due principali indagati siano ancora impegnati a portare a termine la propria azione delittuosa secondo un programma corruttivo solo parzialmente attuato».

Il giudice reputa dunque altissima la probabilità di reiterazione dei reati.

Di Zio non si fermerà fino a quando non avrà raggiunto il suo scopo, sostiene il giudice, e continuerà ad agire secondo la logica del «chi paga, comanda».

«Infatti Di Zio interviene ovunque sia possibile pagare un prezzo per ottenere. Del resto in tale maniera è divenuto, senza correre alcun rischio di impresa, monopolista in Abruzzo e destinatario di appalti pubblici di ingentissimo valore economico», spiega il gip, «d'altra parte Venturoni non è da meno, legato per la propria personale convenienza all'imprenditore non ha esitato a portare avanti (da assessore incompetente) una propria personale politica dei rifiuti in regione, con l'unico scopo di avvantaggiare il suo socio e di riflesso se stesso».

La strategia appare chiara dalle intercettazioni, così come quando Venturoni chiarisce a Di Zio quale soluzione amministrativa sarà adottata.

 VENTURONI: «no, l'appalto no lo dobbiamo fare... noi dobbiamo in qualche modo prefigurare che essendosi già l’Ato unico, sei il gestore unico. Capito? Si fa... dopo queste elezioni, se le cose vanno come credo, abbiamo insomma un canale privilegiato, no?»

 Una intercettazione captata a novembre 2008, un mese prima delle elezioni regionali che portarono alla vittoria Gianni Chiodi. Prima ancora di essere assessore Venturoni faceva già chiare promesse all'amico e a quello che la procura ritiene un vero e proprio socio in affari.

C’E’ L’INDAGINE E SI DIMETTONO PER FINTA

Come si è detto il «sistema delittuoso» non si è fermato neppure di fronte all'iniziativa giudiziaria, nemmeno di fronte alle perquisizioni del novembre 2009 ed alla conseguente spedizione delle informazioni di garanzia. «Venturoni con molte remore si è dimesso dalla presidenza della Team Tec», ricostruisce il gip Campli, «e Di Zio ha lasciato la carica di amministratore delegato della Deco. Tuttavia, si è trattato di espedienti di facciata che hanno lasciato inalterati gli equilibri interni al sistema descritto».

Che si tratti di dimissioni strumentali e di facciata sarebbe dimostrato da una serie di prove raccolte e dal fatto che a sostituire Venturoni in Taem ci sia ora il commercialista Sergio Saccomandi, uomo di fiducia dell’assessore che lo indica direttamente a Di Zio.

VENTURONI: «quanto prima… devo... ci voglio mettere...Saccomandi… insomma... io non riesco...»

RODOLFO DI ZIO: «io però volevo fare una cosa molto semplice...»

VENTURONI: «però con Sergio capito?... eccome... siamo amici insomma... nel senso che..

RODOLFO DI ZIO: «Eh… io comunque...»

VENTURONI: «è una persona che ci si ragiona... non è Michele insomma…»

RODOLFO DI ZIO: «è una persona seria per carità, è una persona molto corretta... io ne ho fiducia ne ho stima, però… non ho non ho collaborazione… questo è in poche parole».

Anche le dimissioni dell'intero vertice societario della Deco, sarebbe una mera messa in scena «con l'esclusione deliberata e concertata di Rodolfo Valentino Di Zio, Ferdinando Ettore Di Zio, Ettore Paolo Di Zio, Giordano De Luca, ovvero di tutti personaggi protagonisti delle dinamiche aziendali già descritte e raggiunti da avvisi di garanzia», conclude Campli, «eppure anche in questo caso si è di fronte alla confezione di un simulacro di estraniazione, onde scongiurare l'adozione di misure cautelari. Nei fatti nulla è cambiato».

A provare lo stretto legame con i nuovi arrivati in Deco ci sono sempre le intercettazioni ed una telefonata dell'imprenditore con il commercialista Ottavio Panzone, sindaco-revisore della Deco dopo le perquisizioni, nella quale Di Zio gli chiede di «parlargli a voce».

Legami pericolosi che hanno generato la misura cautelare, sebbene nella sua forma più affievolita.

a.b. 23/09/2010 8.16