Processo Bussi, 19 rinviati a giudizio. Prosciolti i vertici Aca e Ato

Alessandro Biancardi

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Processo Bussi, 19 rinviati a giudizio. Prosciolti i vertici Aca e Ato
PESCARA. La prima decisione sul processo Bussi arriva in tarda serata, dopo l’annuncio di una lettura in aula prevista per oggi alle 13 e poi cambiata dopo alcune richieste di avvocati venuti da fuori e pm.*LE REAZIONI. ESULTANO GLI AMBIENTALISTI (A META')

E’ una decisione che in qualche modo conferma buona parte delle voci e dei timori che hanno accompagnato tutte le varie convocazioni di questa lunga udienza preliminare. Alla fine il gup Luca De Ninis ha rinviato a giudizio 19 imputati tra ex amministratori e vertici Montedison per la vicenda della mega discarica di Bussi sul Tirino.  Assolti i vertici di Ato e Aca e di gran lunga depotenziato il capo di imputazione da avvelenamento doloso ad adulterazione delle acque.

In pratica il giudice per l’udienza preliminare (che doveva solo decidere se mandare a processo gli imputati e non la loro colpevolezza) ha ritenuto ampiamente provato l’avvelenamento dei terreni con la creazioni di almeno quattro mega discariche nei pressi di Bussi, vicino la stazione ferroviaria e l’autostrada. Veleni che sono stati interrati per decenni senza che nessuno si fosse accorto di nulla. Per questo sono stati rinviati a giudizio gli imputati che hanno svolto ruoli direttivi nella Montedison.

LE DISCARICHE PER “SMALTIRE” I VELENI

La prima venne utilizzata dal 1963 al 1972 sul terreno ora di proprietà della "Come iniziative immobiliari" (Montedison Edison). Si tratta della mega discarica abusiva più grande d'Europa che è saltata fuori 12 mesi fa.

Dimensioni gigantesche: circa 165 mila metri cubi di rifiuti a 20 metri di distanza dalla sponda destra del fiume Pescara (località Tre Monti, valle della Pola). Era qui che avveniva lo smaltimento «illegale e sistematico di ogni genere di rifiuti», ricostruì il pm Aceto e riconferma il pm Mantini che ha preso il suo posto, «soprattutto le così dette "peci clorurate" ovvero residui derivanti dalla miscelazione del cloro con il metano». E fino al 1963 c'erano anche i rifiuti che venivano scaricati direttamente, allo stato liquido nel fiume.

La seconda e la terza discarica sono in totale di circa 50 mila metri quadrati. Sono state concepite più a monte rispetto all'insediamento industriale. Qui, in contrasto con l'autorizzazione regionale e fino all'aprile del 1990, sono stati smaltiti rifiuti tossico nocivi contenenti mercurio, piombo, zinco, tetracloroetilene, idrocarburi leggeri e pesanti.

La quarta discarica è adiacente alle due precedenti: costruita negli anni 60 «del tutto abusivamente» è di circa 30 mila metri quadri. Qui venivano smaltiti «in modo indifferenziato» tutti i rifiuti prodotti dai processi di lavorazione del polo chimico.

Gli imputati secondo il pm Anna Rita Mantini avrebbero compiuto anche «azioni dolosamente omissive e commissive, a cagionare e/o comunque a non impedire, consapevolmente, l'ulteriore aggravarsi di un evento che avevano l'obbligo d'impedire»

E' dal 1994, infatti, che l'accusa fa risalire la «strategia di impresa» per dribblare così l'obbligo di porre un rimedio alla situazione disastrosa che si era venuta a creare. E come si fa? «Si rappresenta una realtà ambientale distorta rispetto alla realtà». Nel marzo del 2001 Luigi Guarracino, direttore pro-tempore dello stabilimento (lo sarà dal 1997 al 2002) presentò un piano di caratterizzazione redatto in teoria in ossequio ai decreti ministeriali in cui si gettava acqua sul fuoco e si sosteneva che non c'era alcun rischio per l'esterno.

«L'inquinamento non esce», «non c'è emergenza», «occorre non spaventare chi non sa», erano le parole d'ordine, come si legge nei documenti organizzati ad arte. Si tratta, però, secondo l'accusa di «tutte indicazioni fondate e supportate da dati parziali, frutto di dolose manipolazioni, soppressioni e modifiche».

Il fine era solo uno: «occultare la pesantissima e compromessa situazione di inquinamento del sito industriale» e il fatto che «persino le falde acquifere più profonde e gli stessi pozzi di captazione dell'acqua potabile (2 km più a valle) erano interessati da quel fenomeno».

IL PASTICCIO DELL’ACQUA AVVELENATA

Per quanto riguarda invece gli altri capi di imputazione che riguardano Aca e Ato il discorso è diverso.

Il pm Mantini aveva chiesto il rinvio a giudizio anche per Giorgio D'Ambrosio, ex presidente Ato, Bruno Catena, ex presidente Aca, Giovanni Di Bartolomeo, direttore generale Aca, Lorenzo Livello, direttore tecnico Aca, Roberto Rongione, responsabile Sian Asl di Pescara.

Per loro l'accusa era quella di somministrazione di sostanze adulterate e avvelenamento di acqua per aver immesso l’acqua avvelenata nell’acquedotto.

Per il gup De Ninis non si può parlare di avvelenamento della acque, poiché i valori al rubinetto sarebbero rimasti entro il limite di legge grazie alla miscelazione con acqua pura, ma di adulterazione delle acque che è reato molto più lieve, con pena inferiore. Prosciolti gli imputati perchè il reato contestato non sussiste.

Era questo uno dei punti già chiaramente controverso che è emerso durante le udienze preliminari.

D'Ambrosio, Feliciani, Sergio Franci, direttore dei Lavori e Roberto Angelucci, ex sindaco di Francavilla e ex vice presidente del Cda dell'Ato erano accusati anche di turbata libertà degli incanti.

«Nella loro qualità di pubblici ufficiali», si legge nella richiesta di rinvio a giudizio, «mediante mezzi fraudolenti impedivano la gara per l'aggiudicazione dei lavori di fornitura e posa in opera di un terzo gruppo filtrante da realizzare a Castiglione a Casauria avvantaggiando ingiustamente Cascini Group S.n.c. Di Pianella », comune dove D'Ambrosio è sindaco.

Anche in questo caso tutti prosciolti dal gip De Ninis perché il fatto non costituisce reato.  Con la decisione di De Ninis non ci sarà quindi il processo in Corte d'Assise a Chieti ma solo al tribunale di Pescara. L’inizio del processo è fissato per il 18 novembre 2011.

WWF: «PAGINA STORICA PER L'ABRUZZO»

«E' stata scritta una pagina storica per la giurisprudenza e l'ambientalismo abruzzese», hanno commentato gli avvocati Fabio De Massis e Tommaso Navarra per Wwf e Legambiente, «i rappresentanti dei massimi vertici aziendali di potenti multinazionali vengono rinviati a giudizio per reati ambientali dinanzi al Tribunale di Pescara. Il disastro ambientale in una delle zone piu' belle del nostro Abruzzo all'incrocio di tre parchi e l'adulterazione delle acque destinate all'alimentazione umana troveranno giustizia in un processo che si preannuncia di importanza epocale».

Diciannove imputati, trenta parti civili, centocinque faldoni, oltre centomila pagine di accusa.

Resta ora da capire a fondo il provvedimento emesso leggendolo con cura e capire le vere ragioni che non hanno permesso di fare chiarezza su alcuni capi di imputazione.

RINVIATI A GIUDIZIO

Si tratta di Guido Angiolini, amministratore delegato pro tempore di Montedison (2001-2003) e di "Servizi Immobiliari Montedison Spa" e "Come Iniziative Immobiliari Srl"; Carlo Cogliati, amministratore delegato pro tempore di Ausimont; Salvatore Boncoraglio, responsabile Pas della sede centrale di Milano; Nicola Sabatini, vice direttore pro tempore della Montedison di Bussi (1963-1975); Nazzareno Santini, direttore pro tempore della Montedison/Auusimont di Bussi (1985-1992); Carlo Vassallo, direttore pro tempore dello stabilimento Montedison/Ausimont di Bussi (1992-1997); Domenico Alleva, responsabile tecnico della terza discarica; Luigi Guarracino, direttore pro tempore dello stabilimento Montedison/Ausimont di Bussi (1997-2002); Giancarlo Morelli, responsabile Pas (Protezione ambientale e sicurezza) dello stabilimento Montedison/Ausimont di Bussi (1997-2001); e poi Camillo Di Paolo (responsabile protezione ambientale e sicurezza Bussi); Maurilio Aguggia (responsabile protezione ambientale e sicurezza sede centrale Milano); Leonardo Capogrosso (coordinatore dei responsabili dei servizi di protezione ambientale); Giuseppe Quaglia (responsabile laboratorio controllo e analisi stabilimento di Bussi); Maurizio Piazzardi (perito chimico); Giorgio Canti (responsabile protezione ambientale e sicurezza); Luigi Furlani (responsabile protezione e sicurezza ambientale); Alessandro Masotti (responsabile sicurezza ambientale); Bruno Parodi (responsabile sicurezza ambientale); Bruno Migliora (manager Montedison/Ausimont).

 PROSCIOLTI

 Giorgio D'Ambrosio, ex presidente Ato, Bruno Catena, ex presidente Aca, Giovanni Di Bartolomeo, direttore generale Aca, Lorenzo Livello, direttore tecnico Aca, Roberto Rongione, responsabile Sian Asl di Pescara, Franco Feliciani, Sergio Franci, direttore dei Lavori e Roberto Angelucci, ex sindaco di Francavilla e ex vice presidente del Cda dell'Ato.

11/05/2011 8.02

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LE REAZIONI. ESULTANO GLI AMBIENTALISTI (A META')

Esultano Italia Nostra, Marevivo, Mila Donnambiente e Ecoistituto Abruzzo: «in attesa del processo», assicura Edvige Ricci, «al quale parteciperemo insieme ai nostri avvocati Dini e Della Torre non abbasseremo di un millimetro l’attenzione e la pressione per la messa in sicurezza e bonifica delle aree pubbliche della Valpescara dalle conseguenze di quell’inquinamento chimico oggi riconosciuto, anche in tribunale, reale e ancora esistente. Continueremo quindi a pretendere, con ogni mezzo legale e democratico, e a norma di legge, il sacrosanto diritto a non continuare a subire, fino alla costa, le conseguenze di quell’inquinamento devastante, che in gran parte defluisce ancora quasi del tutto indisturbato ( dall’area SIN di Bussi e dall’area SIR di Chieti scalo)».

 

WWF-LEGAMBIENTE:«SENTENZA CON LUCI ED OMBRE»
Dopo un’udienza preliminare protrattasi per quasi due anni, la decisione del Giudice per l’Udienza Preliminare contiene «elementi positivi e negativi». «È sicuramente importante e positivo che», scrivono wwf e Legambiente, «i rappresentanti dei massimi vertici aziendali di potenti multinazionali siano stati rinviati a giudizio per reati ambientali dinanzi al Tribunale di Pescara. Si avrà così un processo che, se procederà celermente ed eviterà la prescrizione, farà emergere le responsabilità e servirà a stabilire la verità in merito al disastro ambientale ed all’adulterazione delle acque destinate all’alimentazione umana protrattasi per anni». Molto positivo secondo le associazioni sarebbe anche il riconoscimento che, come evidenziarono le associazioni ambientaliste, nei prelievi dal Campo Pozzi Sant’Angelo in più occasioni sono stati superati i limiti stabiliti per le acque potabili. Si confermerebbe così la validità della battaglia condotta dalle associazioni ambientaliste per la chiusura di quei pozzi e per la loro sostituzione con risorse idriche provenienti da zone non contaminate.
«NON CONDIVISIBILE LA TRASFORMAZIONE DEL REATO»
«Resta però forte l’insoddisfazione per quanto riguarda la decisione in merito al capo “C” relativo alla somministrazione delle acque», commentano le associazioni, «sul quale, inspiegabilmente, non era stata ammessa la costituzione di parte civile delle associazioni ambientaliste che quindi non hanno potuto fornire alcun contributo in questa fase. Su questo punto, ad una prima lettura, non appaiono condivisibili le conclusioni a cui è giunto il Gup, in particolare per quanto attiene alla miscelazione delle acque. Altrettanta preoccupazione deriva dalla trasformazione del reato ipotizzato, da avvelenamento ad adulterazione, più lieve e prescrivibile in minor tempo. Nell’immediato resta sempre prioritaria la necessità di procedere alla messa in sicurezza ed alla bonifica del sito inquinato».
11/05/2011 15.56