L'INCHIESTA

Rigopiano: elicotteri militari non avrebbero rifiutato l’intervento. Ma nessuno li chiamò

La Protezione Civile disse no ma l’ultima parola sarebbe spettata al pilota

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Rigopiano: elicotteri militari non avrebbero rifiutato l’intervento. Ma nessuno li chiamò

 

ABRUZZO. Se qualcuno avesse chiesto l’aiuto di un elicottero militare Sar (Ricerca e recupero) per intervenire su Rigopiano, il velivolo si sarebbe dovuto alzare per forza perché è «vietato rifiutare un intervento». Sarebbe poi spettato al pilota, «e solo a lui», una volta sul posto, valutare le condizioni e decidere se intervenire o meno.

 

E’ questa l’ultima novità emersa da una inchiesta del Tg3 Abruzzo sulla disgrazia di Farindola di un anno fa dove persero la vita 29 persone, intrappolate nell’hotel. Nessuno andò a liberarli, nemmeno con gli elicotteri ‘ogni tempo’ che qualche settimana fa sono entrati in azione in Alto Adige, portando in salvo un centinaio di turisti.

Per Rigopiano no.

Sono rimasti nelle loro basi di Viterbo e Cervia sia il tipo NH90 dell'esercito sia gli Augusta Bell HH-101 "Cesar" dell'Aeronautica militare. Fermi, immobili a un’ora di volo da Rigopiano sebbene avrebbero potuto anticipare di 12 ore l’arrivo delle squadre di soccorso al resort distrutto dalla valanga. Nelle basi un equipaggio è sempre pronto a partire per ogni tipo di richiesta ma quella sera nessuna chiamata arrivò dall’Abruzzo.

Si parla di mezzi che negli anni hanno tratto in salvo 7 mila persone.

Le interviste raccolte dal giornalista Ezio Cerasi sollevano dubbi sulla decisione della Protezione Civile di scartare l'intervento aereo, spiegato ufficialmente così: «l’impiego di elicotteri fu valutata tenendo in considerazione le complesse condizioni meteo e le necessità di non compromettere ulteriormente lo scenario già estremamente critico».

La richiesta ufficiale di mezzi militari aerei per anticipare l’arrivo dei soccorritori  all’Hotel Rigopiano ci fu e partì di sicuro dopo le ore 22 del 18 gennaio dalla sala di comando delle operazioni della prefettura.

Secondo quanto verificato da PrimaDaNoi.it ad inoltrarla non fu il prefetto Francesco Provolo ma la figura gerarchica immediatamente sottoposta a lui come prevede la legge: il comandante provinciale dei vigili del fuoco, Vincenzo Palano.

Arrivò il no: «le condizioni per il volo erano proibitive e, dunque, il volo non era possibile», ha raccontato proprio Palano ascoltato dai carabinieri forestali nell'ambito dell'inchiesta.

Oltre al maltempo, quella frase sulla «necessità di non compromettere ulteriormente lo scenario già estremamente critico» fa pensare alla volontà di evitare di generare nuove valanghe.

Un rischio concreto?

Cerasi ha controllato il bollettino meteo di quei giorni e dopo aver sentito il parere di piloti Sar, polizia, e altre forze di soccorso è emerso che la maggiore insidia  fosse il gelo ma l’elicottero HH-101 «avrebbe potuto tentare».

La verità è che non si tentò nemmeno: Costantino Saporito, segretario nazionale Usb Vigili del Fuoco, ricorda: «in Dicomac non si è preso proprio in considerazione l’elicottero militare né di confrontarsi con chi fa soccorso».

Fabio Pellegrini, istruttore sci alpino che per primo arrivò sul posto della tragedia, ha ricordato invece che la situazione era sì difficile ma forse un tentativo si poteva fare: «quella notte c’era un leggero vento da nord, la visibilità era discreta, da lontano di vedeva la luce. Vedemmo quella del locale caldaia e anche quella che veniva dal parcheggio, dalla macchina di Parete».

Pasquale Preziosa, generale dell’Aeronaurica ed ex capo stato maggiore ha ricordato invece che  chiunque può attivare l’arrivo degli elicotteri e soprattutto il Sar non si rifiuta mai di intervenire, bisogna saltare a bordo e dirigersi nel luogo dove è necessario».

Si stimano tempi di reazione di circa 30 minuti.

Anche Giovanni Battista Marchegiani, presidente Insfo Protezione Civile, ha confermato che in casi di emergenza «si deve provare seguendo protocolli. Nel caso in cui i protocolli non ci siano bisogna improvvisare: gli elicotteri avrebbero potuto sorvolare la zona, poi l’ ultima parola sarebbe spettata al pilota».

Proprio un ex comandante pilota istruttore, Lugi Turchetti, ha provato a ‘simulare’ un intervento: «sarei atterrato a Pescara imbarcando l’equipe del soccorso alpino, saremmo arrivati a Rigopiano posizionandoci in zona sicura, lontano dalla valanga, calando i soccorritori con il verricello». Il pilota, accompagnato da Cerasi, ha anche individuato una zona, a qualche centinaio di metri dall’hotel «ottima  per la discesa in verricello». Dunque non sarebbe stato necessario nemmeno atterrare...




MANCA PROTOCOLLO INTERVENTI

Nell’inchiesta del Tg3 è stato anche segnalato che manca un protocollo per gli interventi su terra ferma di "Searce and Rescue" assicurati dall'Aeronautica militare alla stregua del soccorso in mare secondo una legge del 1985.

«I tentativi di normare il Sar», ha detto Saporito, «hanno trovato l’ostruzione delle forze di polizia e dei vigili del fuoco perché si sarebbe entrato in un regime di concorrenza con chi il Sar lo fa per mestiere e da sempre»

Marchegiani ha invece puntato l’attenzione sul mancato coordinamento dei soccorsi di quei giorni: «quando una emergenza non è coordinata allora il soccorso è nullo».

Ed è noto pure che il piano di emergenza regionale non c’è, forse per questo i soccorsi in piena emergenza neve e terremoto furono così caotici, a tratti tardivi e improntati all’improvvisazione.

Ci fosse stato il piano tutta sarebbe stato codificato, le mansioni precise già assegnate, gli uomini sul campo preparati e pronti a stress e a muoversi.

E non è una cosa di poco conto: il piano di emergenza regionale è lo strumento che definisce in via preventiva, quando si verifica un evento calamitoso, le responsabilità ed i compiti di chi deve intervenire, la catena di comando e le risorse da attivare per la salvaguardia dei cittadini e del territorio.

E’ un protocollo specifico che si attiva nel momento del concretizzarsi dell’emergenza ed è tutto codificato e pianificato per evitare ritardi, caos, problemi o difficoltà di comunicazione e per rendere il più possibile efficace la macchina della protezione civile.

 

a.l.