VALANGA DI OMISSIONI

Tragedia Rigopiano, 5 i dirigenti regionali «responsabili» del crollo e dei morti

Dopo 25 anni dita di polvere sulle carte dimenticate. Sette mesi per trovare i soldi (ma dopo la tragedia)

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Dopo i morti di Rigopiano la Regione si sveglia: ora è vietato costruire in montagna

 

PESCARA. Tutti i dubbi degli ultimi mesi sulla mancanza della carta di localizzazione e dei pericoli valanghe in Abruzzo secondo la procura ha precisi responsabili.

 

Si tratta di 5 dirigenti della regione Abruzzo a cui l’accusa contesta  «condotte colpose per negligenza, imperizia e imprudenza in violazione di norme di legge, regolamenti, ordini o discipline».

E ieri sono stati recapitati gli avvisi di garanzia. Si tratta di Pierluigi Caputi, direttore della direzione lavori pubblici Protezione Civile,  Carlo Giovani, dirigente del servizio prevenzione rischi della Protezione Civile,  Sabatino Belmaggio dirigente della Regione responsabile rischio incendi boschivi e rischio valanghe dall'ottobre del 2009 all'agosto del 2013 e dal marzo del 2014 all'aprile del 2016.

E poi ancora Vittorio Di Biase ed Emidio Primavera, direttori del dipartimento Opere pubbliche in momenti diversi.

«Nonostante incombesse su ciascuno di questi funzionari», si legge nell’avviso di garanzia, «l'impegno ad attivarsi affinché venisse dato corso alla realizzazione della carta di localizzazione dei pericoli di valanga, così come stabilito dalla delibera di giunta regionale 170 del 2014, non si attivavano in alcun modo».

Non avrebbero nemmeno predisposto quelle che la procura definisce «apposite e doverose richieste dei necessari fondi da stanziare nel bilancio regionale».

Sarebbe stato fatto soltanto dopo la tragedia, e precisamente a febbraio del 2017 quando il nuovo dirigente dell'ufficio prevenzione rischi, Sabatino Belmaggio, individuò in 1,3 milioni la somma necessaria per completare la redazione della carta su tutto il territorio regionale.

Il 6 febbraio, dunque 5 giorni dopo la richiesta, arrivò lo stanziamento della somma con una variazione di bilancio regionale.

Secondo la procura se ci fosse stata la carta di localizzazione del pericolo valanghe su tutto il territorio regionale sarebbe sicuramente emersa nella località di Rigopiano, a Farindola, «l'esposizione al pericolo sia per le obiettive evidenti ragioni morfologiche sia per le note vicende storiche».

E questo vuol dire che l’apposito comitato tecnico regionale per lo studio della neve e valanghe avrebbe immediatamente sospeso ogni utilizzo, in stagione invernale, dell'hotel fino alla realizzazione di interventi di difesa anti valanghe.

Cose che non sono mai state predisposte come ad esempio ponti reti ed ombrelli da neve in zona di distacco, deflettori da vento in zona distacco, deviazione in zona di scorrimento, dighe di contenimento.

Secondo l’ipotesi accusatoria sarebbe bastato anche un valido piano di bonifica preventiva degli accumuli nevosi dell'area di distacco con delle procedure controllate.

Ma nulla di tutto questo è stato mai fatto

 

Dunque la procura addebita agli indagati «condotte colpose per negligenza, imperizia e imprudenza in violazione di norme di legge, regolamenti, ordini o discipline».

Tutte cose che avrebbe determinato il crollo dell’hotel, la morte di 29 persone e le lesioni gravissime e gravi ad altre 9.


L’ALTRO DIRIGENTE INDAGATO
In realtà nell’inchiesta Rigopiano c’è anche un sesto dirigente indagato, ovvero Antonio Sorgi, nella sua qualità di Direttore della Direzione Parchi, Territorio della regione.
A Sorgi, viene contestato, di aver rilasciato il nulla osta, nel 2007, per il centro benessere, «attestandone la compatibilità, contrariamente al vero, con il piano paesistico che prevedeva però in quell’area un regime di conservazione integrale. Dunque avrebbe dovuto escludere la realizzazione. La Procura segnala anche che l’affermazione contenuta nel nulla osta di opera ‘interrata e non contrasta con il paesaggio circostante’ non era vera, trattandosi di un’opera seminterrata.


LA LEGGE C’E’ MA NON SI APPLICA

Eppure una legge c’era ma è stata letteralmente dimenticata. L’epitaffio impresso nella pagina del sito della Regione Abruzzo nella sezione della protezione civile sentenzia che per mancanza di fondi la carta valanghe non è stata ancora realizzata. Niente soldi per questo strumento che avrebbe evitato morti.

La legge è la numero 47/92, dove per “92” si intende il 1992, l’anno di entrata in vigore della legge della Regione Abruzzo che già nel suo titolo dice tutto: «Norme per la previsione e la prevenzione dei rischi da valanga».

Visto quello che è successo c’è il sospetto che qualcosa nella «previsione» e «prevenzione» non abbia funzionato.

Quella legge da 25 anni prevede una mappa del rischio valanghe in Abruzzo che non è mai stata approntata perchè da 25 anni «mancano i soldi», cioè la politica da tutto questo tempo non è riuscita a trovare una manciata di soldi per creare uno strumento di conoscenza del territorio per la prevenzione. Difficile crederlo al netto di debiti miliardari accumulati proprio in questo tempo con una serie infinita di spese ingenti e poco utili a tutti.

 

 

 

25 ANNI NON SONO BASTATI, 7 MESI SI’ (MA DOPO LA TRAGEDIA)

Il miracolo è avvenuto dopo la tragedia. La Regione ha in effetti trovato i soldi solo 7 mesi dopo: ad agosto il Consiglio regionale ha dato il via libera destinando la somma di circa un milione e 300mila euro, proprio quelli richiesti da Belmaggio.

A luglio, quando non era ancora indagato, il funzionario Giovani raccontò davanti al pm Andrea Papalia che  la Carta Storica delle Valanghe, al suo arrivo in Protezione Civile nel 2013, giaceva «in uno scatolone», assieme a tutta la documentazione sulle valanghe in Abruzzo, «con quattro dita di polvere sopra».

Lo stesso Giovani confermò di avere ricevuto l'ordine di giunta, nel 2014, per redigere la Clpv, che poi non sarebbe stata realizzata per mancanza di soldi e che con l'arrivo della nuova giunta regionale sarebbe finita nel dimenticatoio.

Antonio Iovino, il dirigente del servizio di Programmazione della Regione, sempre davanti al pm, disse che ogni anno veniva stanziato circa un milione e mezzo per le attività di protezione civile, ma nulla di specifico riferito alla valanga.

Cose cambiate, come detto, dopo i 29 morti.

A novembre 2017, infatti, trovati i soldi, è stato affidato l’appalto (base d’asta 1,3 milioni di euro) della Carta per la localizzazione del pericolo valanghe al professor Roberto Nevini, docente all’Università di Siena, geologo e nivologo, che fa capo all’Aineva, l’associazione interregionale neve e valanghe che raggruppa le regioni del Nord e del centro Italia, fino alle Marche, e si occupa di mappe del rischio in montagna.

Il lavoro da fare è imponente perché bisognerà mappare oltre 4 mila chilometri quadrati tra Gran Sasso, Monti della Laga e Maiella. Come da bando l’esperto avrà 36 mesi di tempo.

 

Evidentemente non era poi così difficile….

Alessandra Lotti