LEGGENDE DI PAESE

Documenti spariti a Celano, nel 1994 la prima denuncia disinnescata

Da allora il mistero è ancora irrisolto eppure si sono svolte indagini e ricerche...

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Documenti spariti a Celano, nel 1994 la prima denuncia disinnescata

 

CELANO. Il mistero della scomparsa dell’archivio del Comune di Celano dura da 30 anni. Una leggenda longeva tenuta su anche da alcune coincidenze che hanno di fatto disinnescato ogni tipo di volontà di fare chiarezza.

Una denuncia nel 1994 sulla sparizione dei documenti al comune di Celano era stata presentata da Franco Massimo Botticchio, giornalista marsicano.

Anche lui  si accorse, forse per primo, che in Comune c’era qualcosa che mancava (quasi 130 sacchi di documenti, come abbiamo raccontato ieri in quest’altro articolo)  e scrisse una circostanziata denuncia alla Procura di Avezzano.

Ma a 23 anni da quella denuncia il mistero resta: che fine hanno fatto i documenti pubblici del Comune di Celano?

Resta il mistero anche dell’iter di quella denuncia e di che tipo di indagini furono svolte allora e con quali motivazioni si giunse all’archiviazione del procedimento.

Botticchio, studente universitario all’epoca della denuncia e in procinto di scrivere la tesi di laurea, chiese alla Soprintendenza l’autorizzazione alla consultazione dei documenti di alcuni comuni dell’area fucense.

Nel 1993 bussò anche alla sede provvisoria del Comune di Celano, in via Collutri, e venne invitato a tornare un mese dopo quando tutto si sarebbe spostato nuovamente nella piazza centrale, al termine dei lavori di ristrutturazione.

E così fece: arrivato nei sotterranei scoprì «l’estrema penuria» così è scritto nella denuncia che PrimaDaNoi.it ha potuto visionare, di documenti risalenti ai secoli passati.

C’era molto poco dell’era pre-terremoto ma trovò un documento che certificava la presenza di almeno 136 sacchi di roba.

Lui ne trovò solo uno.

Botticchio si sentì rispondere dai responsabili del Comune che la maggior parte della documentazione era sparita durante le guerra.

Negli stessi giorni andò anche alla biblioteca del convento di Santa Maria Valleverde, da padre Osvaldo Lemme che gli raccontò dell’acquisto, da parte del comune di Celano, di 8 casse di materiale sulla soppressione dei conventi.

Ma nemmeno di quei documenti c’era traccia, il segretario comunale di allora disse che poco ne sapeva perché era arrivato da poco.

«Certo dell’inesistenza dell’acquisto fu invece il capoguardia municipale», si legge nella denuncia.

Botticchio tornò allora da padre Osvaldo che indicò il nome del venditore, Liborio Merolli, un antiquario celanese residente a Roma (zio di Gianvincenzo Sforza) e il costo della transazione: 30 milioni di lire.

Botticchio contattò anche lui che confermò la vendita effettuata e poco dopo racconta di essere stato contattato proprio da Gianvincenzo Sforza , residente in via Collutri, nello stesso edificio che ospitava il Comune in attesa di ristrutturazione, che lo incitò a consultare la succursale dell’archivio di stato nella sua abitazione.

«Sforza mi assicurò di avere a casa sua le ormai famose 8 casse», si legge nella denuncia di Botticchio che vide anche gli originali (pergamene e mandati di pagamento).

Da dove arrivavano tutti quei documenti?

«Sforza ne confessò a malincuore la fonte: la spazzatura. A giudicare dalla mole di roba stivata gli Sforza devono aver rovistato, tutte le discariche della marsica».

Botticchio in quella occasione vide e consultò quelli che nella denuncia vennero indicati come «documenti inequivocabile parto delle amministrazioni comunali di Celano che dovrebbero dormire nei sotterranei del comune, sotterranei difesi strenuamente dal segretario e dal suo vice tanto da pretendere che io restassi durante la consultazione chiuso a chiave».

Una cura e una attenzione maniacale che se fosse stata anticipata di qualche decennio avrebbe evitato di far disperdere un archivio importantissimo e patrimonio di tutti i cittadini.

Una storia che pare in pochissimi abbiano ancora oggi voglia di chiarire.

Ora però tocca ancora una volta alla procura tentare di fare luce.