LA SENTENZA

Diffamazione, la Cassazione annulla l’assoluzione di Ranghelli

Nel 2010 accuse e parole forti contro Renzetti, Capuzzi e Matricciani

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Diffamazione, la Cassazione annulla l’assoluzione di Ranghelli

Franco Ranghelli

 

SPOLTORE. La Corte di Cassazione ha annullato l’assoluzione dell’ex sindaco di Spoltore, Franco Ranghelli,  nei confronti dell'ex primo cittadino Donato Renzetti, dell'ex assessore Nando Capuzzi e del suo ex vicesindaco Lucio Matricciani.

 

L’allora sindaco Ranghelli (poi arrestato nel 2011 nella maxi inchiesta sull’urbanistica a Spoltore)  nel corso di un Consiglio comunale del 2010 definì i colleghi di partito una «oligarchia disonesta e amorale», «notoria cricca politica», «ciarlatani e fomentatori incalliti» e «compari di merende».

Uno scontro tutto interno allo stesso partito, il Pd, scoppiato, dunque, durante la risposta scritta a un’interpellanza presentata a marzo 2010 dall’allora consigliere Capuzzi, su alcune questioni relative all’Arca. Nella risposta, letta al microfono al consiglio del 31 maggio dello stesso anno, Ranghelli puntò il dito contro i colleghi.

Il giudice di Pace aveva condannato Ranghelli ad un risarcimento di 3 mila euro a favore delle parte offese e ad un'ammenda di 900 euro.

In appello, però, il giudice Rossana Villani ha ribaltato la sentenza, assolvendo l'imputato «perchè il fatto non costituisce reato» e inquadrando, di fatto, le parole dell'ex sindaco di Spoltore, nell'ambito del «legittimo diritto di critica politica».

Renzetti, Capuzzi e Matricciani, difesi dall’avvocato Sergio Della Rocca,  si sono così rivolti alla Cassazione che ha annullato l’assoluzione per carenza di motivazioni e rimandato gli atti al giudice civile.

Secondo i tre le frasi di Ranghelli non erano solo una risposta ad una interrogazione ma frasi «volte a denigrare» e rivolgere una serie di addebiti personali ben al di là dei limiti della critica politica.

Tra le altre cose Ranghelli li accusò di aver gestito il partito equiparando i dirigenti locali ad una oligarchia disonesta ed amorale.

«Dunque valutazioni personali che vanno oltre critica politica», hanno contestato Renzetti e gli altri.

Scrivono gli ermellini: «la motivazione della sentenza (di assoluzione, ndr) risulta evidentemente carente e lacunosa e del tutto insufficiente a fondare la pronuncia assolutoria».

 

Secondo i giudici, inoltre, le frasi di Ranghelli «non appaiono in alcun modo ricollegabili alla dignità della critica politica apparendo strutturalmente prive di qualsivoglia connotazione politica che prescinda dalla mera invettiva personale».

La Cassazione ha così disposto il rinvio al giudice civile competente che dovrà valutare nuovamente le carte e quantificare l’eventuale danno e risarcimento.

 

a.l.