INAZIONE PENALE

Procura di Pescara “per il Sì” alla archiviazione di D’Alfonso ma le indagini sono “lacunose”

I fatti contestati riguardano la pubblicità politica del referendum pagata con soldi pubblici

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Referendum, telefonate per il sì a nome di D’Alfonso. Chi paga?

 


PESCARA. Telefonate a casa delle persone, numeri presi da liste violando presumibilmente la privacy, lettere nelle cassette mandate dal presidente della Regione e pubblicità politica senza alcun logo di partito ma abusando di quello istituzionale.

La vicenda delle lettere “per il Sì al referendum” dello scorso 4 dicembre 2016 si tinge di nuove sfumature che sfumano sempre più verso il grigio perchè il prossimo 2 novembre 2017 al Tribunale di Pescara vi sarà una udienza nella quale si discuterà del rifiuto della archiviazione da parte del Gip e l’accoglimento della opposizione fatta.

In seguito alla discusssione il gip potrà ordinare nuove indagini più accurate, il rinvio a giudizio coatto degli indagati ma anche l'archiviazione motivandone dettagliatamente le ragioni.

La richiesta di archiviazione era stata avanzata dal pm Salvatore Campochiaro ed è stata rigettata dal giudice Antonella Di Carlo.


Il presidente della Giunta Regionale, Luciano D'Alfonso, e il segretario del Pd Abruzzo, Marco Rapino, sono entrambi indagati per abuso d'ufficio e violazione dei dati personali.

Il procedimento nasce da alcuni esposti presentati da Augusto De Sanctis che ha voluto reagire così alla propaganda politica invasiva e non richiesta e oggi spiega di aver depositato tre esposti «come privato cittadino in quanto in generale ritengo fondamentale che le regole del gioco non siano prevaricate, soprattutto in scadenze fondamentali per la vita democratica del paese. Per questo ho chiesto a vari soggetti, tra cui la procura di Pescara e il garante della Privacy, di valutare la legittimità dell'operato dei promotori delle iniziative di propaganda elettorale, anche per l'uso dei miei dati personali oltre all'eventuale utilizzo di mezzi e strumenti delle istituzioni che devono rimanere di tutti e non essere usati da una parte».

La battaglia per il referendum fu feroce e si registrarono numerosi strappi alle regole e misteri conseguenti anche molti altri amministratori hanno sfruttato in vario modo la loro posizione per la propaganda politica schierandosi nel momento in cui rappresentavano una istituzione che per definizione deve rimanere terza.


«La genesi di questa vicenda», spiega De Sanctis, «dovrebbe almeno servire per far riflettere chi ha potere. Tutto è derivato da un elemento relazionale che ho ritenuto, da semplice cittadino, di protervia: alla telefonata che mi era giunta ad Ottobre per sollecitare la mia partecipazione ad un evento per il Sì al Referendum l'interlocutore, nonostante le mie insistenze, non aveva voluto presentarsi dando nome e cognome come è buona educazione fare se si chiama qualcuno sul cellulare. Probabilmente con maggiore educazione, seppur infastidito, avrei lasciato cadere la cosa. Invece innervosito mi misi immediatamente al computer lasciando quello che stavo facendo inviando la prima Pec da cui tutto ha preso origine. Purtroppo i messaggi sono continuati e sono addirittura sfociati nella lettera per cui ad ogni successiva iniziativa è scaturito un esposto».


La distinzione tra pubblicità politica e pubblicità istituzionale non è secondaria poichè la prima deve essere sempre a carico dei partiti e la seconda delle casse pubbliche.


 

INDAGINI LACUNOSE. IL GIP CONFERMA

De Sanctis spiega poi di aver fatto l’opposizione alla archiviazione «perché ritengo che le indagini svolte siano state carenti. Basterà citare il fatto che la delibera dell'AGCOM che riconduceva, dopo un'approfondita e articolata analisi giuridica, alla regione la paternità della lettera di propaganda, sanzionandola, era stata citata esclusivamente per il tramite di uno scarno articolo di stampa. Ho prodotto io con l'opposizione copia della Delibera che peraltro era facilmente reperibile sul sito web istituzionale. Inoltre sugli SMS non era stato condotto alcun approfondimento, nonostante l'allora direttore della Regione Gerardis avesse replicato alla mia segnalazione sostenendo di non essere a conoscenza di tali iniziative e che con ogni probabilità era coinvolta la struttura afferente alla Presidenza. Ovviamente ci sarà modo davanti al GIP di discutere questi aspetti, che saranno quindi valutati nella massima serenità rispetto alla loro rilevanza o meno dal punto di vista penale».


Dunque il procedimento è ancora in fase di indagini anche se proprio l’Agcom ha già emesso il suo parere che ha condannato la Regione certificando l’abuso e l’utilizzo improprio di soldi pubblici.

Sorprende e meraviglia che una indagine -se è vero quanto riferito- venga condotta con simile superficialità e non può trovare giustificazioni alcuna anche se è un fenomeno che accade spesso e anche peggio (senza indagini si rinvia anche a giudizio…). Ma per la frequenza del fenomeno non sembra che questa “timidezza investigativa” debba essere attribuita alla caratura politica del personaggio visto che la cosa avviene anche per personaggi meno illustri e senza che il cittadino, praticamente sempre,  possa sapere e controllare l’operato delle procure, impermeabili ancora oggi ad ogni tipo di trasparenza e controllo del cittadino per volere normativo.



ENNESIMO RITORNO AL PASSATO

Da notare anche la coincidenza di uno tra i tanti particolari che ci riportano indietro di 10 anni: il giudice Di Carlo è lo stesso che ha assolto D’Alfonso e altre 25 persona cassando oltre 40 capi di imputazione tra i quali figuravano anche quelli inerenti la stessa condotta e l’utilizzo disinvolto, sbrigativo e “veloce” dei soldi pubblici per attività indicata come istituzionale.

Tra questo anche l’organizzazione di convegni con incarico diretto a Toyo Ito per pubblicizzare lo sfortunato Wine Glass. La cifra fu liquidata velocemente e nei giustificativi non vi erano tracce per capire cosa avesse fatto realmente l’architetto giapponese.

Anche oltre il processo l’attività politica di D’Alfonso è sempre stata improntata all’enorme utilizzo di risorse pubbliche per la “comunicazione istituzionale”, spesso diretta ai giornali e con ampio utilizzo di manifesti (come dimenticare la mostra dei manifesti istituzionali…) e di lettere recapitate ai cittadini.

Una attività amministrativa che ha già prodotto danni accertati per spese effettuate e fornitori non pagati  come la vicenda dei libri o quella più onerosa e milionaria dei “lavori comandati” e non pagati.

Non sono mancati nel frattempo altre polemiche sull'argomento per altri eventi organizzati con soldi pubblici e troppo politici (la Fonderia è quello più recente). 


 Dallo stesso ufficio di Presidenza della Giunta Andrea Catena assicura che non c’è stata «alcuna confusione di ruolo tra l'attività istituzionale della Regione  e del suo Presidente e l'attività di partito, di cui il Presidente D'Alfonso è dirigente politico di primo piano e come tale impegnato nel sostenere le sue legittime convinzioni»  e che il Pd «abbia adottato tutte le misure opportune al fine di garantire il rispetto della tutela della privacy dei dati personali dei cittadini, previste dalle norme vigenti».

D’Alfonso invece -da futuro neo laureato in giurisprudenza - ha sottolineato che in questa fase non si può parlare di “imputati” ma di indagati.